Massimiliano Vitelli

L’ex first Lady corre per la Presidenza USA

Hillary Rodham ClintonTempi moderni. La corsa alla poltrona presidenziale degli Stati Uniti d’America prende il via sotto i riflettori della diversità. Hillary Diane Rodham Clinton scende in campo mandando in soffitta la frase che accompagna da sempre tutti i candidati alla presidenza U.S.A.: “Correrà per diventare l’uomo più potente del mondo”.
Se questo già non bastasse a catalizzare l’attenzione del globo sulla campagna elettorale che accompagnerà gli States nei prossimi due anni, un contributo determinante arriva dagli altri candidati. In un susseguirsi di possibili “prime volte” il gruppo degli aspiranti nuovi inquilini della stanza ovale si sta oramai delineando. L’alternativa democratica ad Hillary (possibile prima donna presidente) è infatti il senatore dell’Illinois Barack Hussein Obama jr. che, se eletto, diventerebbe il primo presidente americano di colore.
Sull’altra sponda i repubblicani schierano Rudolph Giuliani, ex sindaco di New York (nominato sindaco d’America dopo gli eventi dell’11 settembre 2001) che, in caso di vittoria, sarebbe il primo presidente degli Stati Uniti con origini italo-americane. L’unica candidatura che sembra sfuggire all’effetto “prima volta” è quella dell’altro candidato repubblicano in corsa alle primarie John McCain, veterano del Vietnam, che comunque vede ridottissime le sue possibilità di arrivare alla Casa Bianca. Sullo sfondo, dal gruppo dei candidati “di disturbo” emerge la figura del giovane John Edwards (già in lizza nel 2004), l’unico outsider credibile.
Casa BiancaQuesto il carrozzone politico che da oggi e per i prossimi 24 mesi girerà in lungo e in largo l’America alla ricerca di consensi, tra strette di mano e conferenze a go-go. Se, come dimostrato negli ultimi anni, la vittoria alle presidenziali passa per le mani dei finanziatori (si stima che per una campagna elettorale vincente si debbano investire circa 500 milioni dollari) certamente la BILLARY S.p.A. (Società per il presidente d’America) appare già in grande vantaggio. Bill Clinton, ex-presidente e probabile “First Husband” degli U.S.A. è infatti universalmente riconosciuto come il miglior raccoglitore di fondi del nuovo continente. Le sue amicizie illustri, dal genio dell’informatica Bill Gates al finanziere Warren Buffett, sono senza alcun dubbio un supporto notevole. Talmente notevole da far dichiarare alla signora Clinton di rinunciare all’appoggio economico del governo che spetta ai candidati (così da poter evitare i limiti di spesa che esso impone).
Lo Studio Ovale alla Casa BiancaLe probabilità di un ritorno del cognome Clinton sul citofono della White House sembrano in costante crescita anche se, proprio il loro passato, potrebbe rivelarsi un grosso ostacolo da superare. Lo scandalo Sexigate e quello che ne seguì (la richiesta di impeachment per Bill Clinton), hanno lasciato un segno indelebile nell’elettorato americano. Anche la personalità di Hillary, che emerge agli occhi del popolo a stelle e strisce come calcolatrice, fredda e robotica, trova nei sondaggi pre-elettorali grande risalto. Considerata un alieno nel mondo delle mogli-ombra di Washington al tempo del “mandato Bill Clinton”, durante quegli anni la stampa e l’opinione pubblica non persero occasione per attaccarla da tutte le angolazioni. Dalla pettinatura all’abbigliamento, dalle sue ingerenze nelle decisioni politiche del marito alla fredda gestione del “caso Lewinsky”. Per di più risulta antipaticissima a 4 americani su 10 (dati di un recente sondaggio) che probabilmente preferirebbero votare per Osama Bin Laden che per lei.
Dalla sua parte, invece, una indiscutibile competenza, una totale (anche se tardiva) opposizione alla campagna irachena “U.S.A. e getta” di George W. Bush, ed uno staff di eccezionale qualità che l’accompagna.
Certo è che queste elezioni arcobaleno (la rosa Hillary, il nero Obama, il bianco con passato tricolore Giuliani) accendono nell’immaginario collettivo curiosità che certamente porteranno, ancora più che in passato, lo sguardo del mondo su questa carovana un po’ strampalata che passerà i prossimi due anni in giro per gli States.
La speranza è che, oltre ad aiutare le vecchiette del Maine ad attraversare la strada e a distribuire caramelle ai bambini fuori alle scuole del Texas, tutti si impegnino a presentare un programma politico, nazionale ed internazionale, serio, rispettoso dei diritti umani e mirato ad un reale miglioramento delle condizioni di vita dell’intera comunità mondiale. Che vinca il migliore.