Massimiliano Vitelli, Les Enfants Terribles Political Editor

Brigate Rosse

Intervista ad Alberto Franceschini, co-fondatore e capo storico delle Brigate Rosse

Prima domanda, semplice. Chi è Alberto Franceschini oggi?
La domanda è semplice, la risposta è difficile. Alberto Franceschini oggi spero sia una persona normale. Ecco, diciamo che la mia più grande ambizione oggi è essere una persona normale.

Si sente un po’ un miracolato? Una persona a cui la vita ha dato una seconda possibilità?
Si. Diciamo che può essere paradossale dire che mi sento fortunato. Però è così, nel senso che avrei potuto, in quegli anni, subire ferite gravissime, morire. In realtà ne sono uscito tutto sommato abbastanza integro quindi, certamente, posso dire di si.

Le Brigate Rosse nascono da un’ideologia. Questa ideologia, con il tempo, quanto ha influito con la scelta del passaggio alla lotta armata?
L’ideologia delle Brigate Rosse ha una sua storia. L’ho scritto anche in diverse occasioni, il discorso della resistenza tradita, la storia del filo rosso. Nel libro Mara Renato ed io questo discorso viene sviluppato in maniera abbastanza esauriente. Posso dire che questo tipo di cultura, che viene dalla resistenza, dalla lotta armata contro il fascismo ed il nazismo, per certi aspetti si pensava non dovesse terminare come in effetti è terminata. Probabilmente non si sarebbe trasformata in attività pratica se non ci fosse stata la rottura storica rappresentata dal sessantotto/sessantanove. Quegli anni erano anni che hanno rimesso in discussione qualunque cosa.

L’utopia, quindi il raggiungimento di un obiettivo considerato personalmente giusto, può travalicare i mezzi per raggiungerlo? Il fine giustifica i mezzi? O almeno, per voi li giustificava?
All’epoca si, per noi li giustificava. Il fine giustificava i mezzi. Adesso sono assolutamente convinto invece che i mezzi sono i fini. Non puoi separare una certa finalità da un certo mezzo. Se tu pensi che il mondo, il mondo del futuro deve essere un posto di pace non puoi tentare di realizzarlo usando strumenti di guerra.

Quindi la sua opinione adesso è maturata in maniera diversa?
Si, assolutamente.

Il suo salto nella clandestinità e nella lotta armata possono avere avuto, in parte, una spinta dal conflitto generazionale? Suo padre avrebbe preferito che lei restasse nel P.C. per combatterlo dall’interno…
Si. Certamente c’è stato anche un conflitto generazionale che però è un conflitto caratteristico di quegli anni. Una delle chiavi di lettura del sessantotto è anche questo. La rivolta dei figli contro i padri.

Suo nonno era di un’idea più vicina alla sua, c’è stato il famoso salto di generazione?
Esatto. Ma quella credo sia una caratteristica dello sviluppo umano…

Avete mai pensato, durante gli anni di piombo, che stavate facendo qualcosa che era più grande di voi?
Si. Questa è la sensazione che abbiamo avuto da un certo momento in poi. Soprattutto dal sequestro del magistrato Sossi. Lì ci siamo resi conto che, da come reagivano i giornali, da tutta una serie di elementi, da come si era mosso lo Stato nei nostri confronti, eravamo diventati un soggetto importante, pesante. Questo personalmente mi produceva dei problemi. Perché, potrà apparire anche strano ora, l’inizio per noi è stato abbastanza ludico, uso questa parola. Un inizio dove non ci sono fatti di sangue…

Poi gli eventi hanno preso un po’ la mano sulle vostre azioni/intenzioni?
Si, in un certo senso. Ad un certo punto gli eventi ti trascinano…come un sasso.

C’era più in voi un senso di gratificazione, quello di riuscire a muovere degli elementi così importanti, o più un senso di timore, la paura di stare andando “oltre”?
Beh… l’elemento di gratificazione era forte perché altrimenti avremmo lasciato stare subito. Ad esempio, durante il sequestro del magistrato Sossi la televisione parlava non tanto di noi come persone ma dei fatti che noi compivamo. Chiaramente questo tipo di dimensione è indubbio che ci gratificasse, nel senso che ci faceva ritenere allo stesso livello, alla stessa altezza, di chi comandava il Paese. Eravamo il “contro potere”.

Quando le capita adesso di sentir parlare delle B.R. cosa pensa? Quali sono i suoi sentimenti?
In realtà il mio sentire è contraddittorio. Da una parte c’è certamente un tentativo di allontanarmi ma, contemporaneamente, dall’altra mi sento anche una grande responsabilità sulle spalle. Una responsabilità a cui non mi posso sottrarre.

C’è qualcosa nelle ultime B.R. che riprende un po’ le vostre idee?
Per quello che ho visto leggendo dai giornali, perché le informazioni sono tutte mediate dai giornali, io non ci vedo molto di simile, quasi nulla. Anche perché il mondo è talmente cambiato negli ultimi 30/40 anni che veramente non ha nessun senso rifarsi ad una esperienza così vecchia, ormai datata, come la nostra.

E nelle B.R. degli omicidi Biagi e D’Antona?
Assolutamente no. Dal punto di vista politico c’è una distanza abissale rispetto al nostro modo di agire.

Tutti questi “no” portano dritti ad una domanda. Si sente un po’ defraudato, essendone stato l’ideatore, di quel simbolo e di quel nome?
In parte si. Infatti, scherzando, tante volte dico che se noi, io e Renato (Curcio), avessimo depositato il marchio a questo punto saremmo ricchissimi. Seriamente, invece, il vero problema è che ora viene usato in un modo totalmente diverso da quello che noi, all’epoca, credevamo giusto.

Sequestro Moro. Lo Stato cosa avrebbe dovuto ammettere o concedere per farvi ritenere soddisfatti e salvare la vita di Aldo Moro?
Questa è una domanda a cui non è semplice rispondere. È il punto centrale di tutta la gestione del sequestro. Probabilmente se lo Stato avesse liberato qualcuno,… qualcuno che era malato, non posso oggi garantire che questo avrebbe potuto salvare Moro, ma certamente avrebbe messo in grave difficoltà chi gestiva il caso. Era questa infatti, secondo me, l’unica possibilità che avrebbe potuto salvare la vita di Aldo Moro.

Cosa ha pensato quando ha saputo della notizia della sua uccisione?
Ce l’aspettavamo. Visto da una parte l’atteggiamento dei due grandi partiti politici dell’epoca, D.C. e P.C., di chiusura netta e dall’altra l’incapacità dei nostri compagni fuori di rompere questo muro così potente che si era creato. Era inevitabile che si giungesse purtroppo a quell’evento.

Secondo lei è uscita tutta la verità o ci sono ancora delle zone d’ombra?
Di zone d’ombra ce ne sono tantissime. Sono state fatte diverse commissioni parlamentari, ed anche in queste, ci sono zone d’ombra. Appaiono delle inadempienze dello Stato che sono gravissime ed è impossibile accettare che ci fosse uno Stato così inefficiente. Questo porta a pensare che più che di inefficienza dello Stato, c’era un’inefficienza “voluta” e come tale, di fatto, una complicità.

Il caso Moro gestito da Mario Moretti. Nel vostro arresto, suo e di Renato Curcio, la posizione di Moretti è un po’ al limite…
Si. C’è questa ambiguità del suo comportamento che può essere giustificato, non necessariamente con una volontà di non aiutarci scappare, a sottrarci all’arresto, ma con una sua sostanziale incapacità in certe situazioni.

Poi però Moretti diventa il capo delle Brigate Rosse…
Si. Certo, la cosa fa un po’ pensare. Ci sono tutta una serie di arresti, che avvengono nel giro di un anno e mezzo, l’uccisione di Mara, il secondo arresto di Renato, che di fatto portano a far si che le Brigate Rosse finiscano nelle mani di Moretti che, di fatto, è il personaggio più importante rimasto fuori. Oltretutto lui da questi arresti si salva spesso per il rotto della cuffia, da ricostruzioni fatte dai carabinieri e da lui stesso. Quindi resta il dubbio che, in qualche modo, qualcuno lo abbia favorito. Indipendentemente poi dal fatto che lui ne fosse a consapevole o meno.

All’epoca, com’erano i vostri rapporti con le altre organizzazioni europee di estrema sinistra, in particolare la Raf di Baader e della Meinhof?
Con la Baader-Meinhof i nostri rapporti si interrompono nel 1972 quando vengono arrestati. Noi, i rapporti più stretti con i movimenti tedeschi, almeno fino al mio arresto, li tenevamo con un gruppo di Berlino, un gruppo che attuò il sequestro di un dirigente democristiano tedesco, Lorenz. Era un gruppo meno militarista di quanto fosse la Raf. Più simile a noi.

In quegli anni, in Italia, da una parte c’eravate voi, dall’altra c’erano i N.A.R., Valerio Fioravanti. Qual era la vostra idea sulle posizioni “al di la del fiume”?
Noi ritenevamo che la destra fosse strettamente legata a doppio filo a settori dello Stato, del potere. Il famoso discorso della strategia del colpo di Stato. In particolare questi gruppi, Ordine Nero, Ordine Nuovo, erano assolutamente funzionali a questo progetto. Al progetto delle forze armate in particolare che cercavano una soluzione, come si diceva allora, alla greca o alla cilena della crisi italiana. Questa, mi sembra, fosse la funzione di questi gruppi.

Quindi non avete mai pensato all’estrema destra, come ad un possibile alleato contro lo Stato?
Assolutamente no. Proprio perché la pensavamo come complice dello Stato.

Attualità. Come ha vissuto il cambiamento del nome del P.C.? Da P.C. a P.D.S. a D.S. ed a breve, Partito Democratico. Vede un po’ il compimento della teoria berlingueriana?
Certamente. Era indubbio che i partiti comunisti con la crisi dell’Unione Sovietica, con il crollo del muro di Berlino, implodessero. Diciamo che l’intelligenza politica di Berlinguer e dei comunisti italiani è stata quella di prevederlo, di capire che il mondo cosiddetto orientale era in crisi fortissima e quindi di cercare in qualche modo di costruirsi un’alternativa. Per cui quando c’è stato il crollo del muro di Berlino all’interno del Partito Comunista c’era già un gruppo dirigente che cercava nuove strade.

Com’erano i rapporti tra B.R. e P.C.?
Era un rapporto conflittuale perché una parte del P.C., minoritaria, in qualche modo ci era vicina mentre la parte maggioritaria, quella che noi chiamavamo berlingueriana, non voleva modificare più di tanto lo Stato. Quello Stato.e le sue regole democratiche gli andavano bene.

Per chiudere, come si sente oggi nei confronti della lotta armata?
Assolutamente estraneo. Mi sembra poi che chi pensa di fare la lotta armata oggi sia così fuori dal mondo…Viviamo in un’epoca talmente diversa che, di quell’esperienza, di quegli anni nostri, si può parlare solo in termini di ricordi storici.

C’è qualcosa che invidia Alberto Franceschini oggi all’Alberto Franceschini degli inizi?
Beh… posso invidiare il fatto che allora avevo 20 anni oggi ne ho 60. Ma, tutto sommato, come si diceva all’inizio mi ritengo fortunato e quindi.. non ho niente da invidiare.

E l’Alberto Franceschini di 20 anni invidierebbe qualcosa a quello di oggi?
Non lo so. Tante volte mi sono posto le domande: “Se il 68 fosse venuto un anno o due dopo? Se io fossi nato leggermente prima? Sarebbe bastato forse un anno prima…Probabilmente mi sarei laureato, avrei fatto l’ingegnere, me ne sarei andato in giro per il mondo…Probabilmente avrei fatto tutta un’altra vita.