Da Dublino, Andrea Varacalli

Mullingar: Una città travolta dalla crisi della Anglo Irish Bank. Fra nuove diaspore e la voglia di reagire

Crisi Anglo Irish Bank

Tasso di disoccupazione in Irlanda del 14%

Quando gli affari andavano a gonfie vele, melanzane alla parmigiana e gazpacho andaluso si esaurivano così velocemente che Melissa ebbe la certezza di poter mantenere una promessa: non servire mai più patatine fritte e pane di soda industriale. Mullingar è la città più importante delle ‘midlands’ irlandesi. I prati di novembre sono saturi e la pioggia spinge le rive fin sotto la strada Nazionale 4 che da Dublino taglia l’isola in due, simbolo di un’era produttiva mai realmente cominciata.

Come in tanti altri posti, durante la la fase da «tigre celtica », qui nell’Ovest della contea di Meath la comunità ha saputo cogliere senza rimorsi i benefici di uno stato di grazia economico. Con un doppio corollario: cinismo e opportunismo. A Mullingar, turismo, edilizia e imprese di costruzioni miliardarie sono fiorite senza mediazione. Dieci anni «da tigri»: oggi quei giorni sono un lontano ricordo. L’Irlanda è sull’orlo del fallimento, il peso dei 34 miliardi di euro bruciati dalla sola Anglo Irish Bank ha generato l’irrimediabile: prestiti esasperati, interi distretti fantasma mai abitati e palazzinari in fuga dalla magistratura sdraiati al Sole delle isole Cayman.

Balbettando, il governo di Brian Cowen intenderebbe rassicurare quattro milioni e mezzo d’irlandesi, ma qui a Mullingar non tutti sono d’accordo. «L’Unione Europea non dovrebbe più farci pressioni – spiegano le sorelle Healy che in contea fanno le infermiere da mezzo secolo –: non intendiamo perdere nemmeno un pollice della nostra sovranità nazionale per riparare al debito di banche con un vitalizio nazionale. La repubblica d’Irlanda non è in vendita». Caduchi non per condizione ma per storia, gli irlandesi si avvicinano fieri a questa ciclica evenienza: «Non abbiamo paura di riattraversare le difficoltà degli anni ’80 – dice Henry al Druid’s Chair, sguardo fisso da indagatore, seduto al tavolo con in mano una pinta e il viso liscio come la cera –: non abbiamo scelte e nemmeno la bacchetta magica. Dobbiamo metterci tutti in testa che dovremmo farlo da soli. Anche a costo di buttare nel fiume l’Euro».

La Banca centrale irlandese registra una crescita del Pil dello 0,2% contro lo 0,8 di luglio. Il tasso di disoccupazione ha raggiunto il 14% e sale ancora. «La colpa? Golosi di denaro, ecco la colpa. Siamo noi irlandesi la colpa!» Qui i laburisti di Meath hanno contrastato col proprio corpo il piano di recupero deciso dal Dail, il Parlamento a Dublino: intervento diretto a risanare il debito dell’Anglo Irish Bank e quindi ricapitalizzarla. Tuttavia, l’effetto domino continua a mietere vittime e appare come inarrestabile. La svalutazione dei patrimoni immobiliari precede la lenta agonia di ricondurli ai veri valori di mercato mentre la Nama (la neobanca di Stato insediata lo scorso anno col ruolo di pattumiera dei capitali tossici) divora i debiti degli immobiliaristi lasciando in una situazione grottesca i contribuenti irlandesi costretti a pagare per tutti. «Perché dovremmo essere noi i responsabili e pagare per l’Anglo Irish Bank; per una politica incapace del Fianna Fail d’imporsi sulle banche. Banche e governo – fa brillare il leader del Labour celtico, Eamon Gilmore – sono virtualmente la stessa cosa: fuori una, fuori l’altro. Ora Cowen ha il dovere di dirci cosa fanno qui le commissioni di Bce e Fmi che sono già a Dublino! E non di certo sono venuti per fare gli acquisti di Natale».

A fargli da eco, a Belfast, il numero uno dello Sinn Fein, il repubblicano Gerry Adams pronto a scendere nell’arena politica delle 26 contee. Lasciato il seggio di Westmin­ter che conserva sin dal 1983, disputerà per la prima volta le elezioni generali al Dail del 2011 nel collegio di Louth. «Questa decisione nasce dalla necessità di contrastare la crisi e i tagli – dice l’ex comandante dei Provisionals Ira, che aggiunge –: il governo doveva lasciare implodere l’Anglo Irish». Brian Owens è un costruttore di Mullingar e per quasi 35 anni è rimasto a galla. Dal ’90 è iniziata la vera fortuna: «Per alcuni la corsa all’oro qui nel Westmeath si è chiamata cemento – racconta –. Siamo stati dei milionari, oggi non vendo più. Le banche non prestano, e abbiamo abbassato mediamente gli immobili di 170mila euro. Se ci riesco, raggiungo mia moglie negli Usa».

Così c’è chi rimane e c’è chi prova la fuga. La grave diaspora celtica ha però dai 20 ai 40 anni e si chiama «Università ». Tagli per la ricerca: la gioventù accademica irlandese se ne va, ma non è sempre semplice. «Il mio futuro – confessa Allan, originario del Donegal – devo cercarlo lontano dall’Irlanda. Dall’inizio della crisi, i fondi per la scienza sono stati i primi a saltare». Puntano la Norvegia o la Germania. Per un altro verso qui la gente a Mullingar non smette mai di tirare il fiato. A due passi dalla splendida cattedrale del Cristo Re, gli archetipi della cucina gastronomica riappaiono sulla lavagna di Melissa: «Tagliatelle alla Romeo, 9 euro». Menù speciale per chi resta, e per chi non abiterà mai quel mezzo milione di case vuote sull’isola.

Dalla crescita boom alla bolla immobiliare. Così cambia il Paese

Passata alla storia dell’economia come la «tigre celtica» in virtù della rapidissima crescita dalla fine degli anni ’90, nello spazio di tre anni l’Irlanda è passata come un razzo dal lancio allo scoppio. Sin dall’inizio, il catalizzatore è stato il mercato immobiliare. Bassa disoccupazione, forti esportazioni e seducenti riduzioni fiscali, hanno attirato i capitali delle multinazionali verso l’isola. L’ingresso dell’euro poi ha determinato una riduzione nei tassi d’interesse fissati dalla banca centrale europea. Dal 2003, aumenta fortemente l’immigrazione: l’Irlanda diventa il miraggio della nuova America. Il governo concentra le entrate fiscali sugli immobili mentre le banche per soddisfare i mercati cominciano a chiedere prestiti oltremare. La «bubblegum» edilizia cresce ancora, fino al collasso del 2008. Le case si svalutano fino a oltre il 60%, le istituzioni sono nei guai. Il gap tra spesa pubblica ed entrate raggiunge un insostenibile 12%. La banca più vicina al governo, l’Anglo Irish, costringe il Dail a due operazioni di «salvataggio». Il buco è di 34 miliardi. Stima non definitiva, secondo gli osservatori che ne indicano altri 50. Fra le altre banche, la Allied Irish necessiterà di ulteriori tre miliardi di euro entro fine anno, che si andranno ad aggiungere ai 7,4 miliardi già stimati come necessari per la ricapitalizzazione dell’istituto di credito.

Irish Nationwide Building Society avrà bisogno di altri 2,7 miliardi di euro per continuare ad operare. Bank of Ireland, in cui il governo controlla il 36%, è l’unica banca che non ha bisogno di una ulteriore iniezione di liquidità e il mese scorso è riuscita a piazzare sul mercato titoli per 750 milioni.