Attacco a Eilat, sul Mar Rosso: 16 morti di cui nove attentatori

Strage in IsraeleTorna a scorrere il sangue in Israele. E questa volta colora il deserto del Neghev – caro al padre fondatore David Ben Gurion – dove oggi cellule terroristiche penetrate verosimilmente dalla Striscia di Gaza attraverso il Sinai egiziano hanno attaccato in rapida successione un bus di linea, veicoli privati e unità militari, seminando morti e feriti lungo la strada che conduce alle spiagge di Eilat. Colpita la “Rimini” israeliana incuneata fra Egitto e Giordania, all’estremo sud del Paese, sulla costa del Mar Rosso.

ATTACCO AGLI AUTOBUS

È stata un’incursione a vasto raggio come non se ne vedevano da anni. Una giornata di terrore – sulle vie del turismo – scandita dal fuoco delle armi automatiche, dal sibilo dei razzi anticarro degli Rpg, dall’esplosione di mine e bombe di mortaio. Le prime raffiche e le prime fiammate sono risuonate a fine mattina lungo la statale 12, che costeggia la frontiera fra Israele ed Egitto, e la 90, che porta da nord verso il Mar Rosso correndo parallela al confine con la Giordania. Sulla 12, vicino a Netafim, un commando ha preso di mira un autobus in viaggio fra Beer Sheva ed Eilat, con a bordo decine di passeggeri, compresi militari di leva in libera uscita. Secondo l’autista, a sparare da una vettura sarebbero stati almeno tre uomini in uniforme egiziana. Una grandine di proiettili di kalashnikov che ha mandato in frantumi i finestrini ferendo una ventina di persone, una della quali deceduta più tardi in ospedale.

UNA GIORNATA DI TERRORE

A breve distanza di tempo, il secondo agguato: contro un veicolo privato centrato da un rpg in prossimità di Beer Ora. Il bilancio è stato stavolta di sei morti, un’intera comitiva familiare di gitanti. Nel frattempo un’unità militare, intervenuta per soccorrere il bus, cadeva in una trappola minata predisposta dagli assalitori, lasciando sul terreno anch’essa diverse vittime. Ma non era finita: una terza cellula aveva ancora in serbo razzi anti-carro, lanciati a qualche chilometro di distanza contro altre due vetture (sette feriti). Alle forze di sicurezza israeliane ci sono volute ore per venire a capo della minaccia: dopo la chiusura dell’intera area di accesso a Eilat, l’avvio di battute a vasto raggio, l’intervento di elicotteri e reparti d’elite. L’epilogo è stato un conflitto a fuoco prolungato con il nucleo più numeroso di terroristi, conclusosi con l’uccisione di sette di loro: alcuni dei quali trovati poi con indosso i corpetti esplosivi di una missione senza ritorno. Missione che pare aver lasciato d’altronde alle spalle ancora qualche cellula dispersa, come conferma la sparatoria denunciata in serata a ridosso del confine egiziano, con un altro soldato israeliano ferito gravemente.

IL MOSSAD: PUNTAVANO A RAPIRE CITTADINI ISRAELIANI

Sulle responsabilità dell’accaduto, il ministro della Difesa, Ehud Barak, non ha avuto dubbi nell’indicare la regia dell’operazione nella Striscia di Gaza: l’enclave palestinese controllata dagli integralisti di Hamas. Gli attacchi «vengono da Gaza» e Israele «reagirà con forza e determinazione», ha ammonito subito Barak, anticipando di poche ore il breve discorso alla nazione nel quale il premier, Benyamin Netanyahu, ha parlato di un «attentato alla sovranità dello Stato». Una fonte militare ha precisato che le cellule risultano essersi infiltrate in territorio israeliano da Gaza attraverso il Sinai: territorio che – a dispetto delle smentite del Cairo – Israele ritiene essere ormai diventato una terra di nessuno, nell’Egitto del dopo-Mubarak, e una retrovia comoda per gli estremisti, fra reti di complici e zone franche di addestramento. Fonti d’intelligence hanno infine ipotizzato che l’attacco concentrico mirasse alla cattura – fallita – di un militare israeliano da affiancare a Ghilad Shalit, prigioniero a Gaza da sei anni.

LA RAPPRESAGLIA

Sia come sia, la rappresaglia d’Israele non si è fatta attendere, con una prima ondata di raid aerei sulla Striscia segnalata già nel tardo pomeriggio e un bilancio indicato in almeno altri sei morti: inclusi un leader emergente della galassia ultraradicale salafita e il capo militare dei Comitati di Resistenza popolare, Kemal Nera. Hamas, dal canto suo, ha smentito per bocca del portavoce Taher Nunu ogni coinvolgimento diretto negli attacchi. Ma un dirigente del movimento islamico, Ahmed Yusef, non ha mancato di elogiarne gli autori. Dal resto del mondo, le condanne sono state viceversa unanimi: da quella di Ban Ki Moon a quella di Barack Obama o dell’Ue. A pagare lo scotto politico di una escalation potrebbe intanto essere soprattutto il presidente moderato dell’Anp, Abu Mazen: che rischia di vedere travolta dalla violenza la sua sfida diplomatica a Israele per il riconoscimento all’Onu d’uno Stato palestinese nei confini del 1967 addirittura un mese prima dell’appuntamento del 20 settembre dell’Assemblea generale Onu.