Intervista con Anjel Alkade, ex prigioniero politico

Tratto da Gara, 20 marzo 2006

Appena rilasciato, Anjel Alkalde prosegue il trattamento medico con l’aiuto dei propri familiari e “senza le intimidazioni della Ertzaintza”. Dichiara che è “difficile trovare aggettivi per descrivere la gravissima condotta della polizia politica” nei suoi confronti come in quelli degli altri prigionieri Igor Angulo e Roberto Saiz, a suo avviso “vittime della politica penitenziaria”. Per questo esorta a organizzare una risposta unitaria e a sollecitare l’intervento Europeo.

Seduto su una panca dell’Ospedale di Basurto, Anjel Alkalde, in libertà condizionale, rivive i mesi della sua detenzione, i difficili e lunghi trasferimenti tra l’Audencia Nacional, Alcalà Meco, Lagraiz, Txagorritxu e Basurto, l’attitudine “provocatoria, e in talune circostanze, deliberatamente feroce” della Ertzaintza” e il momento della propria scarcerazione. Nell’intervista concessa a Gara, Alkade denuncia apertamente l’arbitrarietà della politica penitenziaria e le sue tragiche conseguenze.

Militante di ETAPer prima cosa, qual è il suo attuale stato di salute?
Sono costantemente sottoposto a cure mediche, presso ambulatori e strutture ospedaliere. Per ora mi stanno sottoponendo a degli accertamenti preliminari prima di inizare la prima fase del trattamento radiologico che durerà circa sei settimane. Al termine sarò operato. A dire il vero, mi sono successe parecchie cose in molto poco tempo. Chiaramente sono stato più fortunato di altri miei compagni. José Angel Altzuguren “Kotto”, Igor Angulo e Roberto Sainz “Baru” hanno avuto meno fortuna di me. Per quanto ne so, io ne sono uscito vivo. Tutto questo è la conseguenza della repressione in atto sia per le strade che all’interno delle carceri. Alcuni subiscono più violenze di altri, ed io, come ho già detto, sono stato più fortunato di questi compagni a cui abbiamo appena detto addio come ad altri prima di loro.

Un anno fa lei fu arrestato per sentenza dell’Audiencia Nacional. Da allora fino al giorno del suo rilascio ha vissuto una lunga odissea. Come sono trascorsi questi 12 mesi?
Nel 2005 mi portarono da Soto del Real a Lagraiz dal momernto che dovevano visitarmi all’ospedale di Cruces per operarmi all’anca. L’operazione ebbe luogo lo scorso maggio. L’intervento riuscì abbastanza bene e dopo poco tempo mi trasferirono a Lagraiz da dove, pur essendo ancora degente, mi portarono all’Audiencia National per un procedimento aperto a seguito di una manifestazione. La Ertzaintza aveva infatti inviato a Madrid un elenco di nomi e assieme ad altri otti compagni ci presentammo in tribunale. Io ero già agli arresti mentre gli altri erano ancora liberi. Arrivai dopo che furuno sbrigate le mille formalità connesse a un trasferimento e, soprattutto, nello stato di salute in cui può trovarsi un individuo appena dimesso da un intervento. Mi comunicarono che ero stato condannato a sei mesi di detenzione…e si ricominciò da capo. Tutti questi spostamenti implicano il dover trascorrere molte ore nelle celle dell’Audienza Nacional e altrettante ore di viaggio. Non solo, il lasso di tempo tra l’uscita da una prigione e l’ingresso in un’altra corrisponde a circa quattro o cinque giorni, dal momento che entrata, transito e assegnazione devono essere registrati. Se tutto ciò è duro da sopportare in un normale stato di salute, si può immaginare la difficoltà nell’affrontarlo quando si è infermi.
In quello stesso periodo, avevo un’altra visita al Cruces per un’operazione al ginocchio, ma invece di trasferirmi a Lagraiz mi portarono a Alcalà Meco. Rimasi tre settimane nella cella d’ingresso senza avere notizie. Andai a parlare con il medico, presentai dei reclami…nessuno sapeva cosa dirmi nè aveva idea del perchè mi avessero trasferito a Alcalà Meco nonostante la visita medica fosse fissata a Cruces. Mi tennero in sospeso per tre settimane e infine mi traferirono in una cella nella quale trascorsi circa un mese e mezzo. All’inizio di quest’anno mi riportarono a Lagraiz. Avevo una nuova visita per il ginocchio. Arrivai il giovedì e la domenica mi venne un attacco cardiaco. Da lì mi trasferirono quindi a Txagorritxu. Dopo che mi fu diagnosticata una disfunzione a una valvola cardiaca mi riportarono a Lagraiz. Tuttavia, visto che persisteva la presenza di sangue nelle feci, fui ritrasferito a Txagorritxu. Lì fui sottoposto a tutte le analisi che mancavano e sia i medici che le infermiere furono molto scrupolosi e disponibili. Da lì di nuovo in carcere, in attesa dell’operazione al cuore a Basurto.

la polizia basca disperde i manifestantCome è riuscito a superare questa situazione? Su quali appoggi ha potuto contare e quali invece le sono venuti meno?
Gli amici, i familiari e l’equipe medica che ha seguito il mio caso mi hanno dato un appoggio straordinario. Colgo l’occasione per esprimere loro tutta la mia gratitudine. Di contro, l’atteggiamento della Ertzaintza è stato deprecabile. Ero in un grave stato d’infermità, con una disfunzione cardiaca, che non è esattamente un disturbo alla caviglia, al ginocchio o a un braccio. Considerate le continue pressioni a cui ero sottoposto ho creduto di non farcela, che mi sarebbe venuto un infarto. Disperavo di uscirne vivo, fu terribile. È inverosimile che accadano certe cose anche davanti a patologie così gravi.

In cosa consistevano le pressioni a cui era sottoposto da parte della Ertzaintza e che conseguenze avevano sul suo stato di salute?
Come ho già detto, onestamente non credevo di arrivare vivo al giorno dell’operazione. Ci furono momenti di estrema tensione, visto che passavano il loro tempo a provocarci. Trascorsi tre giorni nella UCI e quando mi riportarono al piano mantenennero lo stesso comportamento. È difficile da credere che si possa tenere un atteggiamento del genere nei confronti di un individuo a cui hanno appena sostituito una valvola cardiaca, sopratutto se tenuto da chi sostiene instancabilmente di essere contrario ad ogni tipo di violenza. In certi momenti i loro modi tradivano addirittura odio nei miei confronti, come se avessero desiderato che mi levassi definitivamente di mezzo. Con i miei familiari, e talvolta addirittura con le infermiere, la loro attitudine non era affatto migliore. È difficile trovare un aggettivo che qualifichi questa gravissima condotta. Ed è doloroso constatare che queste persone continuino a restare al proprio posto come se nulla fosse successo. Non ci sono responsabilità nè dimissioni. Ma il mio caso non è l’unico. Si potrebbero contare a centinaia, o addirittuttura a migliaia. E nel frattempo, i responsabili del Governo del tripartito si prodigano in dichiarazioni contro la violenza. È una contraddizione avvilente.

Come reagì alla notizia che l’Istituzione Penitenziaria le negava l’articolo 92 nonostante il suo stato di salute? E come accolse in seguito la notifica della sua scarcerazione?
A dire il vero in quei momenti l’unica cosa che m’interessava era l’intervento e ciò che mi aspettava durante la degenza. Quando fui messo al corrente della mia scarcerazione provai sentimenti contrastanti. Lasci i tuoi compagni, sei affetto da una patologia che non hai idea in cosa evolverà e, allo stesso tempo, sei libero di uscire. È un misto di emozioni dolci e amare. È impossibile definire con esattezza ciò che si prova.

la polizia bascaDa poco più di due settimane sono deceduti i due prigionieri politici Igor Angulo e Roberto Sainz. Prima di loro era morto Angel Altzuguren “Kotto”. Cosa riflettono queste morti?
Sono una diretta conseguenza della situazione che si vive dentro le carceri. Dopo quasi 18 anni continuano a mantenere il pugno di ferro. Ancora non sappiamo cosa sia successo a Igur Angulo,visto che fino ad oggi non sono stati in grado di dare una risposta. Sappiamo cosa è capitato a “Kotto”: pur sapendo che fosse malato lo hanno tenuto in isolamento. Come è possibile che abbiano lasciato priva di sorveglianza una persona in cura per depressione? Questo significa accompagnarla alla morte. Quello di Baru è un altro chiaro caso di mancata assistenza medica. Era da tempo che accusava dei dolori ma hanno lasciato scivolare la cosa fino a che non è morto. Anche a me sarebbe potuto capitare qualcosa del genere. Mi trascinarono per due mesi da una parte all’altra senza neanche sapere di avere una disfunzione alle coronarie. Ciò che è vergognoso è che al giorno d’oggiei noi dobbiamo ancora reclamare per il rispetto dei nostri diritti. Come progionieri siamo privati della nostra libertà, ma il resto delle forme repressive non è ammissibile. Privati della libertà, si, ma di niente altro.

Cosa pensa della dispersione delle manifestazioni e dell’intervento della Ertzaintza?
La Ertzaintza mantiene il proprio ruolo repressivo nei confronti della sinistra Abertzale e dei prigionieri politici in particular modo secondo le direttive dettate da Madrid. Dobbiamo purtroppo constatare che non c’è alcun rispetto per i morti nè per i loro amici e familiari. E nessuno si dimette! È stato molto duro dover apprendere delle due morti, e ancor prima del decesso di Kotto, figurarsi dover accettare di non poterli neanche piangere. È una vergogna.

La recente sentenza del Tribunal Supremo spagnolo contro Unai Parot ha aperto la strada all’applicazione dell’ergastolo “de Facto”. Che conseguenze ritiene possa avere?
Supponiamo una futura condanna a morte e un ulteriore inasprimento. Dobbiamo rispondere da subito e rivolgerci anche all’Europa. Si sta trasformando in un’inchiesta in guanti bianchi. Dobbiamo individuare una formula per una risposta unitaria con la partecipazione e l’appoggio congiunto dei sindacati, dei partiti e delle parti sociali. Dobbiamo rivogerci alle autorità europee e denunciare questa situazione, non si può andare avanti in questo modo. Altrimenti resteremo sempre in attesa dell’annuncio del prossimo morto, di sapere da quale carcere arriva o in che cella d’isolamento lo tenevano. È il momento che anche l’Europa la smetta di far finta di non vedere. Dobbiamo esigere il rispetto dei diritti individuali e collettivi dei popoli. Non vogliamo un’Europa di mercanti. E le stesse istituzioni basche devono iniziare ad agire e smettere di dichiarare il loro disaccordo con le sentenze di giudizio senza mai fare nulla di concreto.

Militanti baschi fronteggiati da ErtzaintzaLa parola più usata ultimamente è “processo”. Come vede la situazione attuale?
Ho incontrato altri compagni nelle diverse carceri in cui sono stato detenuto e tutti confidavano che il processo stesse andando avanti e che, prima o poi, il conflitto sarebbe entrato nella sua fase risolutiva. Lo stesso primo ministro spagnolo, José Luis Rodriguez Zapatero, aveva fatto credere questo ai cittadini con l’approvazione della risoluzione al Congresso. Nonostante la repressione e gli intenti per sviare l’attenzione, noi continuiamo ad avere speranza, sebbene tutti gli sforzi compiuti fino ad ora siano opera della Abertzale, che sta mettendo in campo tutte le proprie forze perchè il processo avanzi. Mi domando però se è possibile che questo carro sia tirato avanti soltanto da noi mentre gli altri sono intenti mettere i bastoni tra le ruote. Manca forse la volontà? Ci sono mani nell’ombra che desiderano che il processo non avanzi? Può darsi. È evidente che dovremo lottare anche contro queste difficoltà e che il coinvolgimento sociale è un fattore fondamentale per poterle superare.

Che aspettative nutre di vedere questo processo instradato nella giusta direzione?
Sono sempre stato moderatamente ottimista e, dentro di me, nutro la speranza che questa volontà di risolvere il conflitto politico, inesistente nel passato, si renda un giorno del tutto manifesta. Nonostante questo, per alcuni l’unica fine del conflitto si sintetizza nella dichiarazione di una tregua dell’ETA. Questo non c’entra nulla. Come si dice volgarmente, occorre prendere il toro per le corna e arrivare alle radici del conflitto. Sono convinto che la soluzione arriverà attraverso il dialogo e i negoziati.

Che livello di volontà ravvisa in ciascuna delle parti coinvolte?
Anzitutto non vedo molta volontà. Non bastano le belle parole, la volontà si traduce nella pratica. La sinistra Abeiertzale sta compiendo una fatica incredibile che alcuni non vogliono riconoscere. Non vogliono ammettere pubblicamente che sta mettendo tutta la carne al fuoco. Come possiamo cambiare questa situazione? Non lo so, ma una cosa sicuramente è chiara: se manca la volontà sarà tutto molto più difficile.

ErtzaintzasChe ruolo gioca in tutto questo l’Audiencia Nacional?
All’interno della magistratura ci sono una serie di giudici molto vicini alle posizioni del PP e che pertanto seguono la linea del partito. Non gli interessa affatto quanto giuridicamente stabilito da un pezzo di carta e continuano a reprimere e ostacolare quello che potrebbe essere un processo di dialogo e di negoziazione.

E in Euskal Herria? Ritiene che ci siano settori spaventati da questo dialogo? E perchè?
Non saprei. Sembrerebbe che alcuni siano unicamente interessati a mantenere stabile una certa struttura economica e l’idea di qualsiasi cambiamento li terrorizza. Sicuramente temono che nel caso in cui si verifichi una ricomposizione del conflitto perderanno il proprio potere e i molti privilegi di cui oggi godono.

Traduzione a cura di Francesca Fodale