ETA | Euskadi Ta AskatasunaI rappresentanti della Commissione di verifica internazionale hanno realizzato il loro secondo viaggio nei Paesi baschi. Hanno incontrato partiti, sindacati, imprenditori e per la prima volta un rappresentante del governo basco. L’unico che si rifiuta di incontrare i verificatori è rimasto il Partido Popular.
Dopo contatti diretti con l’organizzazione armata, i componenti della Commissione hanno dichiarato che Eta sta rispettando la volontà espressa di dare per terminata la lotta armata, ma soprattutto che l’organizzazione è pronta al dialogo su una serie di temi pratici rilevanti per consolidare il processo in atto in Euskal Herria.

La Commissione ha esortato tutti i protagonisti politici e sociali – in una nota pubblica – a mantenere una disposizione fluida verso il dialogo e si sono impegnati a continuare a lavorare con imparzialità e determinazione per arrivare a uno scenario di pace. Un passaggio della dichiarazione riguarda il Piano di reinserimento per i prigionieri politici baschi, reso pubblico dal governo spagnolo, considerato un primo passo di Madrid dopo mesi di silenzio.

Contemporaneamente a questa seconda visita in terra basca si sta celebrando un processo che ha dell’incredibile a Madrid, dentro le aule dell’Audiencia Nacional. Sul banco degli imputati ci sono tredici politici delle sigle messe fuori legge D3M e Askatasuna. Per loro la pubblica accusa chiede 109 anni di carcere, accusandoli di militare in formazioni che “appartengono” a Eta. È il vecchio teorema già noto nelle inchieste dal 1998 a oggi in cui viene annullata qualsiasi differenza fra il lavoro politico e la militanza armata.

I tredici imputati ieri hanno dichiarato di non essere in alcun modo vincolati a Eta. I Guardia Civil (la polizia spagnola) che sono stati sentiti dal tribunale non hanno, per ora, portato nessun tipo di prova documentale utile per suffragare le tesi dell’accusa. Un processo strano, specie per il tempo politico che sta vivendo il Paese basco.

Su E il Mensile in edicola il reportage dai Paesi Baschi, sul ruolo delle vittime e la necessità di iniziare a scrivere una parte di racconto, se non comune, condiviso della storia di conflitto che dura da decenni.