Da Madrid, Michela Coricelli, Avvenire

Il capo del governo incontrerà il leader del Pp Rajoy, che gli ha chiesto di abbandonare la politica adottata finora e tornare al patto antiterrore. Il premier in difficoltà: è un errore, ma il Paese è forte

Questa mattina gli spagnoli – e soprattutto i baschi – si sono svegliati con un sapore amaro in bocca. Il sapore della delusione di chi aveva sognato la fine delle violenze, dello stress di chi vive minacciato e di chi non sa cosa sia una minaccia (per fortuna si tratta della maggioranza assoluta della popolazione), ma in tv ha visto troppi attentati, troppi morti e troppi feriti. Invece ieri, a mezzanotte, è finito il cessate-il-fuoco: l’Eta ha ripreso la sua “attività su tutti i fronti”.
Il gruppo terrorista dei separatisti baschi ha affidato la sua decisione ad un comunicato pubblicato dai giornali indipendentisti Gara e Berria. La tregua annunciata il 22 marzo 2006 è stata sepolta dai terroristi. Secondo l’Eta non esistono le “condizioni minime” per portare avanti “i negoziati”.
“Con delle pseudo-soluzioni non si arriva da nessuna parte”. I terroristi puntano il loro minaccioso dito contro il governo e in particolare contro il premier, accusandolo di aver trasformato il suo ormai famoso “talante” (un modo di fare aperto, disposto al dialogo) in “fascismo”: Zapatero, dicono, “ha risposto alla fine delle azioni armate con arresti, torture e persecuzioni”.
Il comunicato si riferisce anche alle elezioni municipali del 27 maggio e attacca la giustizia per non aver permesso alle liste della sinistra radicale abertzale (indipendentisti in linea con il gruppo armato) di partecipare al processo. Infine, la rabbia dell’Eta si rivolge contro il Partito nazionalista basco.
In realtà gli “etarras” avevano già rotto la tregua sei mesi fa, il 30 dicembre, con l’attentato all’aeroporto di Madrid. Sotto le macerie del parcheggio morirono due giovani ecuadoregni. Zapatero lo ha ricordato ieri, durante una breve “dichiarazione istituzionale”: la tregua era già stata rotta, di fatto.
Ieri sera, però, l’Eta ha decretato la morte ufficiale del processo. “Un nuovo sbaglio”, ha detto il premier: i terroristi vanno nella direzione opposta rispetto al la volontà della popolazione. “La Spagna è un Paese forte”, saprà reagire: nonostante tutto Zapatero sottolinea l’impegno per raggiungere quanto prima la pace . La risposta all’Eta – avverte – sarà basata sullo stato di diritto, le leggi, la polizia e la cooperazione internazionale.
Militari ETAZapatero ha anche lanciato un appello a tutti i partiti perché rispondano compatti, uniti, contro l’Eta. Un messaggio indiretto al centrodestra, che ha sempre criticato la sua strategia antiterrorismo, accusandolo di debolezze e concessioni ai terroristi. Il caso di Iñaki de Juana Chaos – uno dei più sanguinari membri dell’Eta, al quale fu concesso un regime penitenziario speciale dopo un lungo sciopero della fame – è tuttora attualissimo. Contro quella decisione scesero in piazza centinaia di migliaia di spagnoli.
Il comunicato dell’Eta non è un fulmine a ciel sereno: gli esperti aspettavano da tempo una mossa di questo genere. E anche se l’Eta non ha più il vigore degli anni passati, è possibile che si sia riorganizzata.
I terroristi hanno aspettato le elezioni locali, hanno visto il ritorno di Batasuna (Anv) in alcuni municipi baschi e navarri, hanno assistito ad un certo indebolimento politico di Zapatero e hanno deciso di annunciare la fine di una tregua “morta” da tempo. A questo punto per il premier è più difficile difendere la strategia di dialogo avviata lo scorso anno con il placet della maggioranza parlamentare, ma con l’opposizione del centrodestra.
La prossima settimana Zapatero incontrerà il leader del Pp, Mariano Rajoy, che gli ha chiesto di abbandonare la politica adottata finora e tornare al patto antiterrorismo, che unì destra e sinistra ai tempi di José Maria Aznar. Ieri una delle pochissime voci che continuava a difendere la possibilità di salvare il processo di pace era quella del presidente del Sinn Fein,Gerry Adams.

Adesso la coalizione dei socialisti fa i conti con la crisi più grave

Da Madrid (M.Cor.)

IkurrinaIl governo Zapatero attraversa un momento difficile. Sul cosiddetto “processo di pace” del Paese basco, il premier aveva scommesso molta della sua credibilità politica. C’è chi dice che Zapatero sia stato colto dalla “sindrome della Moncloa” (dal nome della sede della presidenza): voleva passare alla storia come il premier che aveva messo fine al terrorismo. Altri, prima di lui, lo avevano tentato (González, Aznar), ma i negoziati con l’Eta erano sempre falliti, dimostrando l’enorme difficoltà di un dialogo con un gruppo antidemocratico, che per definizione non accetta le regole del gioco. Ma Zapatero – sicuro di sè, determinato, appoggiato da tutta la sinistra e dai nazionalisti (e dunque dalla Spagna “progressista”, secondo la vulgata in vigore oggi nel Paese iberico) – decise di andare avanti, nonostante centinaia di migliaia di persone in piazza avessero detto “no ai negoziati”.
Ma non manifestarono solo gli elettori del centrodestra: fu questo l’errore di interpretazione del premier. Le prime critiche cominciarono ad emergere anche fra i socialisti. E poi fra gli intellettuali baschi iniziarono a serpeggiare insoddisfazione e delusione. Solo così è possibile comprendere la prossima nascita del partito del filosofo Fernando Sabater (inizialmente molto vicino a Zapatero), al quale probabilmente aderirà anche una socialista storica come l’eurodeputata Rosa Díez. Persone che non hanno nulla a che fare con la destra, ma che non accettano più la strategia antiterrorismo di Zapatero. La seconda spina nel fianco del governo, in questo momento, è interna: sono i socialisti di Madrid. Dopo la débâcle alle ultime elezioni municipali, hanno dato le dimissioni il candidato a sindaco Miguel Sebastián (altra personalissima scommessa di Zapatero) e Rafael Simancas, aspirante alla presidenza regionale. All’interno del partito madrileno sembra in atto una resa dei conti.