Da Donostia, Hernani, Andrea Varacalli, 2005

Ikurrina, la bandiera basca
Il vento dai polmoni dell’Atlantico avanza inghiottendo il cielo settentrionale di Euskadi e la sua luce sprofonda rapidamente in un sacco nerastro. Grossi goccioloni di pioggia, cominciano a cadere giù, obliquamente, pungenti come spine mentre nelle kale di Hernani la gente si rifugia all’interno delle calde Herriko Taberna. Fuori, negli strettissimi vicoli compressi come quei bracci di mare sotto la collina, solo loro: stormi di bambini sui pedali si sfidano all’ultima frenata qualche attimo prima del tuffo nella pozzanghera dietro il chiosco della Plaza de Berri.

“Franco è morto, il neorealismo è morto, ma la carica di violenza libertaria surrealista di Donosti non morirà mai”. Mi sfiora il viso con la mano callosa, abbozza un tiepido sorriso di grazia, Erramun vive qui da sempre. Aveva imbracciato le armi per il nazionalismo basco per almeno due lustri. Ho sentito tante storie durante i miei viaggi nelle sette province, ma nessuno è mai riuscito a farmele rivivere come Erramun. Il passato qui appartiene a tutti, questa è Hernani, la fortezza dell’Embata, ma solo un buon narratore è capace di schiuderlo agli altri. “L’altra sera ci siamo svegliati con tre esplosioni – mi dice, mentre si aggiusta la boina e il suo volto si fa progressivamente più cupo – sapevamo dei problemi del Comando Donosti, sono tempi di sofferenza questi per il popolo basco. Ci siamo vestiti alla svelta e scesi in strada. Hernani era sotto assedio. La Guardia Civil e l’Ertzaintza avevano crivellato un intero edificio, sfondato le finestre e fatto saltare le sue porte principali. Cercavano el Peli e la sua compagna.” Le lanterne sulle ripide salite nelle kale’s’illuminano d’arancio; brillano le stille del temporale, lì arrampicate sulle pareti dei palazzi, le lampade poggiate su delle traversine ferroviarie assicurano un barbaglio di luce. Sotto l’acqua, appassiscono le centinaia di manifesti politici di Euskadi Ta Askatasuna, piegati piangono lacrime di pioggia sul dramma delle deportazioni di mille uomini e donne basche detenuti nelle celle franco-spagnole. Del resto le allegorie di questa terra non hanno bisogno di una spiegazione. Hernani è assurdità, figurativa e violenta: la doppia faccia del conflitto basco è tutta qui, concentrata in una polpa d’orgoglio nel microcosmo della lotta armata e perché non lo è nel suo senso riposto. Tocca al visitatore trovarne il significato e se poi non lo trova tanto peggio per lui.

Hernani come West Belfast: sono una simbiosi tra metafisico e ultra-nazionalismo. “Euskadi Ta Askatauna and Irish Republican Army brothers in struggle”. La geopolitica dell’indipendentismo basco e del repubblicanesimo socialista irlandese non è forse cosi lontana. Lo splendido murales di cinquanta metri, che lega nel sangue le due formazioni paramilitari (fratelli uniti nella lotta) è stato dipinto nel 1997 a Springfield, nell’Ovest della città di Belfast. Così come i graffiti d’Ekin, dipinti dagli anarcoidi baschi di Hernani e inneggianti a loro volta all’unificazione irlandese. In cerca di una terra di nessuno, palazzi e colore: i muri usati come le tele per i pittori. Non c’è bisogno di parole più esplicite che quelle opere dell’underground radicale rappresentano qui. “Rivoluzione è colore, sangue e oppressione” recita uno dei “graffi” che circonda il serpente blu simbolo di ETA. Queste sono le strade di Hernani, alla periferia di San Sebastian: la roccaforte di Batasuna, (popolo basco), il fronte politico dell’ETA, Euskadi Ta Askatasuna (Euskadi madre patria e libertà). Qui, più che in qualsiasi altro luogo di Euskal Herria, l’idea d’indipendenza trapassa la presenza spagnola, la fa cancerosa, ingombrante come e quanto le pesanti pattuglie fisse ai check point degli ingressi nel distretto. Qui, una soluzione non violenta alla questione basca è impresentabile. Perché, qui, alloggia il Comando Donosti: la mente stratego-militare di tutti i comandi sulla penisola iberica di ETA-m.

“La lotta armata: questa è l’unica azione in grado di spegnere le ingerenze franco-spagnole sulla volontà del popolo basco”. Koldobika è una delle mille voci degli studenti a Donosti e che non vedono altre scelte per una rapida risoluzione del conflitto. Hernani e San Sebastian sono invase da poster e ritratti dei “presoak” o “Etarras” (prigionieri politici baschi) per gli spagnoli, e dagli inviti ad una delle decine di manifestazioni quotidiane a spesso spontanee, dirette all’auto finanziamento per pagare gli avvocati, per far conoscere il dramma delle torture e dei prigionieri politici e infine per esigere l’amnistia generale a tutti. Gli avvisi invadono le strade, i pali della luce, le vetrine dei negozi, i muri delle kale e le stazioni dei bus: è quasi impossibile non vederli in almeno uno delle migliaia di scheletri di carta e ciclostile affissati, stratificati nel tempo a Hernani.

“Siamo lontani da una qualsiasi soluzione. Combatteremo per la nostra libertà. Un popolo che lotta è un popolo che vincerà”. Arnaldo Otegi è la voce di Batasuna nelle sette province basche. Arnaldo l’inossidabile, l’uomo più odiato da Madrid nel Paese Basco. Faccia da eterno bambino impertinente, Otegi non ha mai fatto sconti politici al centralismo spagnolo nemmeno dopo il fallimento di Lizarra Estella del 1999. Nell’Herriko Taverna Amboto, uno dei centri sociali ristrutturati di Hernani e controllati da Batasuna, si fa politica con un buon bicchiere di vino bianco davanti, tra musica popolare e industriale, codice di comunicazione più utilizzato per dar voce alla pulsioni antagoniste giovanili di Gipuzkoa. Una storia del conflitto in note, sintetizzata in quest’osteria post-industriale su più livelli stradali, un misto tra una “casa del popolo” emiliana degli anni ’50 e l’immagine onirica di un’industria metallurgica deserta dai grandi spazi. Sulle pareti campeggiano le foto di Fidel insieme a Bobby Sands e ad altri repubblicani irlandesi. Più in là El sub-comandante Marcos inchiodato sull’Ikurrina. La musica folk tradizionale di un’ala della Taverna è spezzata solo dal duro hardcore come quello dei Segismundo Toxicomano, nato dai sotterranei della produzione indipendente bilbaina e che rimbomba nelle kale delle notti di Hernani. Vola la metamfetamina, di mano in mano, tra corpi sudati e bucati dai piercing, tra gli anfibi della rivolta skins, gli anarcoidi baschi frantumano gli sguardi con rara aggressività “.

Colpo su colpo, lotta e socialismo, Hernani è illusione, esaltazione e utopia rivoluzionaria. Gli anarchici, gli studenti, i viaggiatori si fermano, “squattano” (dormono in ambienti cosiddetti occupati): un’ampolla di sperimentazione sociologica, un misto tra una comunità beat di San Francisco degli anni’60 con la deriva urbana e l’individualismo del conflitto di West Belfast. In realtà si tratta di pura entropia, underground a volte impenetrabile per i pellegrini politici e gli intellettuali del nazionalismo basco, laddove il passaggio all’azione armata e alla clandestinità di ETA può essere immediato. Molti di loro si possono ritrovare annualmente al fianco della comunità cattolica di Garvaghy Road – oggetto dell’assedio annuale degli orangisti a Portadown in Irlanda del Nord – altri erano nella selva con Marcos a scortare l’EZLN (esercito di liberazione nazionale zapatista).

Tra il volontariato in Cisgiordania, Gaza strip e le collaborazioni militari con le Farc (Forze Armate Rivoluzionarie Colombiane), persone come Anita, campesinas di Bogotà che ora dice “questa terra è la mia terra adesso”. Tutti loro, pare, che si rincontreranno a Hernani prima o poi. Il filo conduttore è sempre lo stesso: questa comunità è convinta e unita nel dovere morale di combattere “le ingiustizie del mondo capitalista e globalizzato”. Un ambiente inflessibile, sorto e temperato durante la dittatura franchista (1939-75): “Franco ci proibiva l’Euskera (la lingua basca). Ci faceva fucilare se lo parlavamo”. Jeandro, 75 anni, iscritto al PNV (Partito nazionalista Basco, moderato) ci racconta, delle lezioni “clandestine” del basco parlato e ora lo intona così spesso, che a volte, ci confessa, “di non ricordare più né il francese e né lo spagnolo”; Jeandro, non può neanche nascondere il sorriso di rivincita, la fierezza che trasale sul suo volto, per far posto alla rabbia mentre mi guarda. Qui la ferita del GAL (Gruppi di Liberazione Anti-Terrorismo) è ancora aperta. Gli squadroni paramilitari spagnoli, continuano il muro contro muro senza sosta nella provincia. Solo nell’ultima settimana, sono state una trentina le denunce delle commissioni per i diritti umani e delle organizzazioni come Pro-amnistia Gestoras, di torture compiute dalle forze di sicurezza sui fermati nei commissariati di Donosti.

L’altra sera sul boulevard c’è stata kale borroka, la guerriglia urbana espressa dai separatisti baschi in strada. Come per le barricate tra Shankill e Springfield di Belfast, giovani di Hernani bloccano le strade, incendiano e sequestrano bus, schermagliano con le squadre anti-sommossa della Guardia Civil spagnola e dell’Ertzaintza. Non ci sono i lealisti dall’altra parte come per i repubblicani delle Sei Contee. Il nemico non è neanche più lo stesso espanolistas di sempre. La prova di una profonda contraddizione politica e delle frontiere mentali erette fin dalla tregua stabiliscono che il nazionalismo basco è diventato una delle vittime preferite dall’ETA. Accanto, infatti, agli obiettivi di sempre dei militanti, come il giudice Baltazar Garzon che ne segue le vicende giudiziarie, ecco che gli “abertzales” (la sinistra patriottica) prima alleati e oggi “colpevoli”, macchiati dal compromesso con Madrid, appaiono, secondo le piattaforme politiche e d’esecuzione in seno ad Ekin, quindi all’ETA, come coloro che de facto alimentano la macchina del controllo franco-spagnolo sul destino del popolo basco. Quattordici mesi dopo il trattato di Lizarra, ecco che il “comando Donosti”, di casa qui a Hernani, interrompeva la tregua e affondava le fragili speranze della pace. Da allora, non si sono più fermati.

Giù, verso ovest dalla collina, San Sebastian sfavilla delle luci sul lungomare davanti ad un densissimo fumo di benzina in fiamme, mentre all’orizzonte si leva un’immensa Luna sanguigna. L’Embata di novembre è arrivata, – vento marino che precede la tempesta, il movimento che riuniva gli studenti baschi a Bordeaux, Tolosa e Parigi negli anni ’60 fin dalla nascita dell’ETA – il vento di questa provincia che come un dio eunuco va e viene dovunque, è l’amplesso dell’ultra-nazionalismo, lo spargitore di semi della rivolta lima le colline dove il tempo sembra essersi fermato, Hernani resta una terra di nessuno. Il cuore e l’identità di Euskadi Ta Askatasuna abitano qui.