Andrea Lavazza, Avvenire

Al convegno di Venezia il rischio del “pensiero unico” razionalista

Perché l’evoluzionismo accende gli animi e crea blocchi contrapposti? Che cosa esso comporta perché spesso lo si difenda o lo si attacchi con tanta foga? Siamo soliti considerare come elementi di potenziale disaccordo, se non di vera contrapposizione, quelle acquisizioni scientifiche che entrano direttamente nella vita delle persone, con un intervento che ha effetti concreti e ben individuabili. L’esempio della fecondazione medicalmente assistita e della sperimentazione sugli embrioni è, in questo senso, drammaticamente attuale. La teoria darwiniana, tema che sembra riguardare soltanto la discussione intellettuale, è capace invece di infiammare in modo ricorrente sia l’ambito accademico sia l’opinione pubblica. Ne si è avuta testimonianza alle giornate veneziane (concluse ieri) promosse dalla Fondazione Veronesi, che avevano proprio l’evoluzione come argomento conduttore.
Tra gli oltre trenta relatori, tutti ricercatori di fama mondiale, nessuno ovviamente era avverso al paradigma dominante, nel folto pubblico prevalevano in larghissima misura i simpatizzanti; anche tra i giornalisti quasi assenti le voci di “dissenso”. Eppure, durante i lavori, peraltro improntati al massimo rigore, non sono mancate ripetute frecciate a presunti oscurantismi che allignerebbero ancora in Italia e negli Stati Uniti (patria di molti dei partecipanti), alla “chiusura” di cui sarebbe responsabile la Chiesa e al cosiddetto Intelligent Design (il progetto intelligente), posizione parzialmente alternativa al darwinismo, sostenuta da molti credenti.
Impossibile riassumere la controversia scientifica. Se è vero che paiono schiaccianti le prove a favore del fatto che la vita sulla Terra è andata evolvendosi – passando da organismi piccoli e semplici a grandi e complessi, fino a giungere all’uomo -, a un livello di minore (ma comunque robusta) sicurezza sono le acquisizioni circa il modo in cui ciò è accaduto. Sulla base delle scoperte di Charles Darwin, generazioni di studiosi hanno potuto affinare il meccanismo di mutazione (casuale) del Dna degli esseri viventi e di selezione degli organismi più adatti al proprio ambiente (con conseguente maggior tasso riproduzione) quale spiegazione della nascita di nuove specie e del cambiamento delle loro caratteristiche. L’enorme mole di dati di cui rendere conto fa sì che il quadro sia solo abbozzato e tanti enigmi restino ancora da risolvere. Non c’è alcuna idea di come sia apparsa la vita, ed esistono soltanto vaghe ipotesi su che cosa abbia permesso all’uomo di compiere il salto da primate a essere capace di autocoscienza, simbolismo e progettualità.
Se si rimane nell’ambito scientifico, queste acquisizioni sono da considerare provvisorie e rivedibili, nello spirito della ricerca che si sa sempre pronta a correzioni, consapevole che con i propri strumenti non copre ogni ambito della conoscenza. Con tale scienza non vi è urto della religione o della fede, non estranee ad alcun aspetto dell’esistenza tuttavia senza la pretesa di indagare la realtà fisica. Diverso è il caso di quegli studiosi convinti che sia unicamente l’osservazione sperimentale a condurre verso la verità assoluta. Di qui le estrapolazioni dai risultati attuali all’affermazione del caso come unica legge dell’universo, alla negazione che l’inizio possa aver avuto un artefice, al rifiuto pregiudiziale di ogni ipotesi alternativa. Ecco perché l’evoluzionismo accende il dibattito: può essere, o rischia di diventare, una “teoria del tutto”, che non lascia spazio a nient’altro. Non è un monolite neppure la comunità scientifica, e al suo interno si trovano esponenti rispettosi dei “limiti” epistemologici. Altri, spesso i più “rumorosi”, alzano muri preventivi, del tutto immotivati. Non ci sono Santi Uffizi all’orizzonte; piuttosto essi dovrebbero chiedersi, come qualcuno meritoriamente fa, perché la maggioranza della popolazione rifiuta il darwinismo. La risposta è che la scienza assolutista può soddisfare i suoi “sacerdoti”, ma non le persone ch e chiedono anche risposte alle grandi domande dell’esistenza. Sull’altro “fronte” è forse lecito semplicemente ricordare che la scoperta di come è fatta la natura non può che aumentare la nostra meraviglia e la nostra gratitudine per il suo Creatore.