Ramin Jahanbegloo, Avvenire, maggio 2006

“Essere pro o contro l’Occidente non è più il problema; quello vero è chi siamo noi. E non possiamo rispondere senza sentirci parte del mondo e responsabili di quello che vi accade”

Così come c’era da aspettarsi, i colloqui tra Europa e Iran sono praticamente giunti a un punto morto. L’Unione Europea ha aderito alla decisione degli Stati Uniti di portare il caso Iran alle Nazioni Unite per la messa in atto di eventuali sanzioni. Va comunque segnalato che i media europei e di altri Paesi del mondo di solito tralasciano i molteplici aspetti della società iraniana. Il Paese si trova nel cuore del Vicino Oriente ma la sua popolazione non è araba. è prevalentemente musulmana, ma shiita. è un Paese ricco ma sottosviluppato. Ha subìto un grande sfruttamento, eppure non è mai stato colonizzato. è un mosaico etnico come l’India, ma la sua unità nazionale è solida. Inoltre – ultimo punto ma non meno importante – l’Iran è uno dei pochi Paesi musulmani con una società civile vitale e attiva. Oggi, in Iran, la società civile è oggetto di un intenso dibattito sui limiti della responsabilità e sulla decentralizzazione politica del Paese. I protagonisti della società civile iraniana hanno a cuore e si occupano delle strutture che collegano il governo e i cittadini e sono importanti così come lo erano i membri della società civile durante il periodo comunista in Polonia e nell’ex Cecoslovacchia. Negli ultimi 15 anni, il ruolo degli intellettuali è stato fondamentale per dare una boccata d’aria fresca alla società civile iraniana. A differenza degli intellettuali rivoluzionari della fine degli anni Settanta e inizi degli Ottanta, che non sono riusciti a offrire progetti alternativi al discorso dominante della rivoluzione iraniana, i cosiddetti intellettuali religiosi degli anni Novanta hanno cercato di ripensare il vecchio confronto tra modernità e tradizione. Oggi, gli intellettuali religiosi sono divisi in due gruppi: riformisti e neoconservatori. Il gruppo dei riformisti è rappresentato, tra altri, da Abdolkarim Soroosh, Mohsen Kadivar, Alavi-Tabar, Hasan Yusefi Eshkevari, Mojtahed Shabestari. Tra i tratti unificanti di questo gruppo spiccano il riconoscimen to della riforma del pensiero islamico, la democrazia, la società civile e il pluralismo religioso e l’opposizione alla supremazia assoluta del faqih (giurista islamico). Soroosh parla della possibilità di una «democrazia islamica». Secondo lui, il ruolo del filosofo consiste nel conciliare religione e libertà. Afferma l’esistenza di due concetti religiosi: quello massimalista e quello minimalista. Nella prospettiva massimalista, tutto deve scaturire dalla religione, e la maggior parte dei problemi attuali dell’islam proviene da questa concezione. La visione minimalista implica che alcuni valori, come il rispetto dei diritti umani, non possano derivare dalla religione. Secondo Soroosh, deve prevalere il concetto minimalista, altrimenti l’equilibrio tra islam e democrazia non sarà possibile. A differenza degli intellettuali riformisti, i neoconservatori dell’Iran sono favorevoli al primato della Guida Suprema, il faqih, e contrari a concetti come democrazia, società civile e pluralismo. Tra questi Reza Davari-Ardakani, Qolam-Ali Hadad Adel e Mehdi Golshani. Il più famoso è Reza Davari-Ardakani che, in quanto filosofo antioccidentale, conosce l’opera di Martin Heidegger. Adotta la critica di Heidegger alla modernità e la rimodella con una terminologia islamica. Rifiuta il modello occidentale di democrazia basato sulla separazione tra politica e religione. Davari-Ardakani, presidente dell’Accademia Iraniana della Scienza, potrebbe essere considerato il portavoce filosofico del regime islamico. Gli intellettuali riformisti e neoconservatori non dominano la sfera pubblica iraniana. C’è una nuova generazione di intellettuali iraniani che non proclama ideologie, ma che comunque intacca i principi filosofici e intellettuali dell’ordine costituito. Una generazione rappresentata da intellettuali laici postrivoluzionari, come Javad Tabatabai, Babak Ahmadi, Hamid Azodanloo, Moosa Ghaninejad, Nasser Fakuhi e Fatemeh Sadeghi, che potrebbero essere definiti «intellettuali dialogh isti», in opposizione agli intellettuali rivoluzionari degli anni Settanta e Ottanta. L’importanza che si conferisce all’idea che la verità debba dialogare col potere per costituire un nuovo spazio intellettuale iraniano, rivela le affinità di questa generazione più giovane all’ideale del pluralismo dei valori. Un pluralismo dei valori che definisce l’Occidente come «l’altro». Questi intellettuali della società civile iraniana credono che l’urgenza iraniana di un incontro con il mondo globalizzato esiga uno scambio tra culture. Aiutando a mantenere questo scambio dialogico con la modernità e l’Occidente, la nuova generazione di intellettuali si sta liberando dal ricatto dell’essere «a favore» oppure «contro l’Occidente». Essere a favore o contro l’Occidente non è più il problema. Il vero problema è chi siamo noi. E non possiamo rispondere a questa domanda senza sentirci parte del mondo e responsabili di quello che vi accade. Pertanto, l’idea di responsabilità è quello che più conta nella società civile iraniana.
Ventisette anni dopo la rivoluzione, grazie al contributo della società civile il nodo non è più come scegliere tra moralità e politica, ma come forgiare una politica della responsabilità, poiché se mancasse resterebbe solo la falsità.

Traduzione di Osvaldo Alzari