Carlo Balestri e Carlo Podaliri

Progetto Ultrà è promosso dall’U.I.S.P. Comitato Regionale Emilia Romagna e finanziato dalla DGV della Commissione Europea, dalla Regione Emilia Romagna e dal Comune di Bologna

Capitolo Primo

Tifo e Razzismo in Italia (cenni storici)

“Qui in Italia la situazione sta diventando molto pesante. Sono stanco di sentire ogni domenica gli insulti dei tifosi avversari, più passa il tempo e più peggiora.”
Intervista al giocatore ghanese Abedì Pelé, 12 Aprile 1996

Affrontare il problema del razzismo negli stadi italiani significa ripercorrere la storia del tifo di curva (del tifo ultrà), vero erede della cultura del tifo, e comprendere così le dinamiche che hanno permesso al razzismo ed all’estremismo di destra di diffondersi e le strategie di intervento che possono, attualmente, contribuire ad arginare il fenomeno.

Introduciamo la nostra relazione con una piccola osservazione di carattere semantico.

È un luogo comune di tanti giornalisti italiani così come di molti osservatori stranieri voler tradurre, per rendere noto, il termine ultrà con il sostantivo inglese Hooligan.

Se andiamo però a controllare il significato dei due termini ci accorgiamo subito che non sono omologhi. Il termine Hooligan, infatti, deriva dal nome di una banda attiva nell’Inghilterra della fine dell’800, famosa per la sua aggressività, e connota questi tifosi dunque direttamente come teppisti; il termine ultrà, viceversa è più onnicomprensivo, esso ha una derivazione direttamente politica (i fedeli del re di Francia, i gruppi di sinistra post 68), e si riferisce alla categoria dell’estremismo politico. Tenendo ben presente questa differenza, che non è solo ed esclusivamente di carattere semantico, prende il via questa breve storia sul tifo ultrà in Italia.

Le sottoculture stradaiole legate alla musica rock contribuiscono in Inghilterra, a metà degli anni ’60, alla nascita e allo sviluppo del sistema di regole che è alla base dell’hooliganismo calcistico(il forte legame col territorio, le regole di accesso al gruppo molto selettive, la difesa contro gli intrusi, i comportamenti aggressivi etc.) esse poi si irradiano attraverso canali diversi, negli altri paesi europei.

In Italia, alcuni di questi stili giovanili acquistano spessore e vigore proprio durante gli anni (1968/1969) del movimento studentesco e delle grandi lotte operaie e ne rimangono fortemente influenzati. Nel nostro paese, infatti, il movimento di contestazione non rimane legato esclusivamente alle realtà studentesche, ma comprende anche larghe fasce di giovani operai. A partire dall’esperienza di movimento molti giovani si riuniscono in gruppi, in qualche caso in partitini, organizzati in maniera leninista. Sono questi gruppi ad occupare, contrastati dalle forze dell’ordine o da gruppi di destra similmente organizzati, le piazze e le strade d’Italia e ad egemonizzare, così, proprio i luoghi in cui le nuove sottoculture fioriscono: accade perciò che i nuovi stili stradaioli e le ragioni politiche vengano ad intrecciarsi proprio dentro questi gruppi o che, a margine di questi, le nuove subculture giovanili importate dall’Inghilterra coniughino al tipico ribellismo giovanile le vocazioni politiche antisistema. È questo il caso degli ultrà. Il primo gruppo ultrà è la Fossa dei Leoni del Milan che nasce nel 1968. Successivamente nascono i Boys dell’Inter, i Commandos Rossoblu del Bologna e, via via, si formano altri gruppi che si appropriano di nomi mutuati direttamente dalla sfera politica (a cominciare da ultras, inaugurato nel 1971 dal gruppo di tifosi della Sampdoria, per continuare con Tupamaros, Fedayn ma anche Folgore, Vigilantes etc.).

Tutti questi gruppi risentono chiaramente del fascino esercitato dal modello hooligan inglese: le occasioni di confronto tra squadre italiane e quelle inglesi creano, infatti, le condizioni perchè dei gruppi, formati prevalentemente da giovani, si identifichino con un certo tipo di abbigliamento e con un certo settore dello stadio che diventa off limits per gli altri sostenitori, sostengano la squadra per tutto l’arco della partita con cori incessanti, attivino comportamenti violenti nei confronti dei tifosi avversari. Ma gli ultrà italiani si trovano in casa un altro modello: quello dei gruppetti politici estremi, che occupano le strade e le piazze e rappresentano un modello ben visibile di militanza, spirito di gruppo e durezza. È chiaro, quindi, che al di là della contiguità non episodica tra gli ambienti di curva e la gente che partecipa alle manifestazioni, i gruppi di ultrà tendano ad uniformarsi spontaneamente allo stile di questi gruppi, distillandone tra l’altro le caratteristiche di forma e organizzazione, insieme ad alcune caratterizzazioni controculturali.

Ed è proprio la combinazione tra una cultura del calcio meno legata ad un pubblico operaio ed il debito contratto con il modello dei gruppi politici a far si che il movimento ultrà non si basi su una comunità esclusivamente working class (come avviene in Inghilterra), ma interessi diverse classi sociali: sia cioè composto anche da “chi ha già sperimentato la violenza di massa in ambito politico” (non solo proletari ma anche piccoli e medi borghesi, non solo di sinistra ma anche di destra) e da “chi l’ha sperimentata nella pratica della soddisfazione dei bisogni” (bande di quartiere).

Occupiamoci però, più in dettaglio, di alcune specifiche caratteristiche che differenziano, in questo periodo, i gruppi italiani da quelli europei. Vediamo cioè come la commistione tra tifo e forme della politica viene introiettata dai gruppi ultrà, manifestandosi nel loro modo di agire, e nelle forme e nell’organizzazione di cui si dotano.

Gli ultrà, anche se sono predisposti alla violenza quanto i loro cugini britannici e formano le loro amicizie ed inimicizie calcistiche sulla base delle rivalità tradizionali tra le varie squadre, aggiungono da subito a queste delle rivalità o delle amicizie basate sul credo politico (così gli ultrà del Bologna di sinistra sono rivali degli ultrà di Verona di destra e sono gemellati con gli ultrà del Milan di sinistra). In più il loro abbigliamento è direttamente mutuato dai gruppi politici di strada; eskimo e giacche mimetiche con gli stemmi del gruppo, jeans e passamontagna o fazzoletto calati sul viso avvicinano l’ultrà al guerrigliero metropolitano. Inoltre, negli stadi italiani compaiono i tamburi di latta, presi a prestito dalle manifestazioni politiche degli operai e utilizzati per accompagnare i cori, e vengono scanditi incessantemente slogan mutuati dalla politica. Compaiono anche i grandi striscioni e le enormi bandiere che caratterizzavano le manifestazioni di piazza ed i cortei.

Il gruppo ultrà risulta anche molto più aperto all’esterno dei gruppi hooligan; sempre alla componente controculturale è da imputare, infatti, sia la discreta presenza femminile nel gruppo (assente nei gruppi europei), sia le attività di tesseramento dirette, come accade per il proselitismo politico, ad aumentare il numero degli iscritti (oltre che all’autofinanziamento). Tutte queste caratteristiche riflettono una differenza organizzativa sostanziale rispetto al modello inglese. Infatti, mentre tra gli inglesi ed i tifosi di curva degli altri paesi europei prevalgono le attività spontanee (i cori, le sciarpate, e tutte quelle attività che si esauriscono nel giorno della partita), tra gli italiani le esigenze, mutuate dalla politica, di produrre attività collaterali di socializzazione e di attivare la partecipazione di tutta la curva diventano prioritarie e presuppongono un’organizzazione che va oltre la domenica ed è fatta di riunioni infrasettimanali, di lavoro per l’ideazione e l’allestimento di coreografie spettacolari capaci di coinvolgere tutta la curva, di produzione di vario materiale per l’autofinanziamento del gruppo etc.

Rimangono da sottolineare, per avere un quadro complessivo, alcune ulteriori caratteristiche. Gli ultrà, in questo simili ai primi hooligans inglesi, si sentono molto attaccati ai colori della loro squadra e sono legati in maniera profonda alla cultura popolare del tifo. Occupano, infatti, il settore dei popolari, assistono rigorosamente in piedi alla partita, rimestano a piene mani nella tradizione.

Il recupero di certe tradizioni popolari del tifo, connesse alle altre caratteristiche del tifo ultrà, rappresentano un forte potenziale di attrazione ed un potente strumento di conferimento di identità nei confronti dei tifosi più giovani, e rendono più agevole il compito costantemente perseguito da questi gruppi, recuperato anch’esso dalla sfera della politica: quello della ricerca continua di una egemonia sull’intera curva. È con queste caratteristiche che il movimento ultrà si sviluppa negli anni ’70; si assiste, così, nel corso degli anni, ad una sua crescita costante e ad un considerevole aumento degli scontri fra tifoserie contrapposte.

È solo tuttavia nel 1975, precisamente il 21 dicembre del 1975, che il fenomeno ultrà dimostra ufficialmente di essersi radicato al seguito delle maggiori squadre, tanto da indurre la Federazione Italiana Gioco Calcio a lanciare, dopo i violenti scontri verificatisi nel campionato 74/75, “la giornata dell’amicizia” contro i commandos della violenza.

Ci si avvicina così a quella che possiamo definire la seconda fase del movimento ultrà e che può essere delimitata dall’arco temporale 1977-1983.

In questo periodo, negli altri paesi europei, si può notare una crescita sostanziale degli atti di violenza dovuta alla sempre crescente specializzazione militare dei gruppi di hooligans. A ciò concorrono diversi fattori tra i quali la maggior capacità nel pianificare gli scontri causata dall’inasprimento delle misure di sicurezza e dal maggior controllo esercitato dalla polizia, e, non ultimo, l’avvento delle subculture giovanili della seconda metà degli anni Settanta. Soprattutto lo stile skinhead diventa predominante all’interno degli stadi nordeuropei e, in virtù della sua sempre più frequente ricezione in chiave xenofoba e razzista, procura uno spostamento a destra dei gruppi di hooligans più violenti, che viene favorito anche dai contemporanei tentativi di strumentalizzazione operati dai gruppi di estrema destra all’interno degli stadi inglesi e tedeschi.

In Italia le dinamiche in parte divergono da quelle sviluppatesi negli altri contesti europei. È vero infatti che i gruppi di ultrà tradizionalmente egemonizzati dalla destra consolidano la loro posizione; tuttavia, l’occupazione dell’immaginario e degli spazi del leisure time è ancora tutta controllata dalla sinistra.

I gruppi fortemente egemonizzati da leadership di sinistra non vengono minacciati da nessun tipo di penetrazione da parte di gruppi di destra estrema. Lo stesso arrivo dello stile skinhead è posticipato di qualche anno e limitato ad alcune situazioni particolari.

Tuttavia anche nel nostro paese è in atto un aumento della violenza che va, però, messa in stretta relazione con la parabola finale dei movimenti politici degli anni ’70 la cui rabbia ed il cui isolamento esplodono ferocemente nel 1977, portando ad un innalzamento del livello dello scontro con la polizia, con la destra e tra gli stessi gruppi di sinistra.

Così come nelle piazze, durante le manifestazioni, si fa un sempre crescente uso di armi improprie, anche negli stadi compaiono con maggiore regolarità coltelli, spranghe, pistole lanciarazzi. I nomi dei nuovi gruppi continuano a risentire della congiuntura politica: molti gruppi si definiscono Brigate, in riferimento ai gruppi terroristici di quegli anni così come compaiono molti simboli legati al terrorismo di sinistra (la stella a cinque punte delle Brigate Rosse) e di destra (l’ascia bipenne simbolo di Ordine Nuovo).

Sempre più spesso, per evitare il controllo della polizia, gli scontri cominciano a situarsi fuori dagli stadi.

L’aumento della violenza diventa tragicamente evidente con la morte di un tifoso laziale avvenuta nel 1979 prima di un derby tra Roma e Lazio. Nella stessa giornata si verificano scontri violenti, con numerosi feriti, ad Ascoli, a Milano e a Brescia.

In questo periodo, comunque, i grandi gruppi hanno praticamente il controllo e l’egemonia sull’intera curva; anche se viene accentuato il carattere bellicoso e si alza il livello dello scontro, le modalità nell’attivazione dei comportamenti violenti seguono ancora le regole della “Violenza come strumento” mutuate dai gruppi politici. Prima di entrare non tanto nel gruppo, quanto nel nucleo delle persone più attive nel gruppo, i novizi debbono passare una serie di prove e dimostrare di essere affidabili non solo da un punto di vista militare, ma anche sul versante dell’organizzazione e del comportamento generale. Anche l’attivazione di comportamenti violenti avviene solo in occasione di incontri tra tifoserie storicamente avverse e con consistenti nuclei di ultrà. L’erogazione della violenza viene, quindi, in qualche maniera controllata: se qualcuno dimostra di non sapersi muovere e di non saper ascoltare i più grandi, mettendo a repentaglio la sicurezza del gruppo, viene emarginato e allontanato.

Nello stesso periodo, il movimento ultrà aumenta numericamente e consolida le sue strutture organizzative. In questi anni si vanno formando, sempre sul modello dei partiti di estrema sinistra, i primi Direttivi. La funzione dei Direttivi è quella di coordinare le attività svolte dai gruppi ultrà che, nel frattempo, sono aumentate, visto che iniziano ad occupare l’ambito delle attività tipiche dei club organizzati, curando in particolare l’organizzazione delle trasferte e la gestione di un certo quantitativo di biglietti. È in questa fase che si sente la necessità di intrattenere maggiori rapporti con la Società.

Nel periodo 1983-89 il movimento ultrà raggiunge tutti gli stadi di provincia e le serie inferiori, e coinvolge giovani provenienti da tutti gli strati sociali. La partecipazione al gruppo ultrà non risulta legata automaticamente a situazioni di disagio sociale: nei gruppi ultrà vi sono, anzi, soggetti che hanno buoni lavori e spesso un livello di istruzione elevato (Laurea, diploma), ragazzi provenienti da famiglie ricche, persone sposate e stabilizzate; e spesso sono proprio le più ricche cittadine di provincia ad esprimere alcuni dei gruppi più duri e radicali di ultrà (Ascoli, Cesena, Verona, Udine).

Infatti, è proprio in queste piccole cittadine che si esprime nella maniera più originale l’interazione tra funzionamento delle logiche della cultura ultrà e le tradizionali rivalità campanilistiche e regionalistiche. In questo periodo, infatti, i localismi, come soggettività capaci di conferire una forte identità, assumono, all’interno del mondo ultrà, un ruolo predominante. In precedenza, l’attivazione dei comportamenti violenti nei confronti degli intrusi (tifosi avversari, polizia) era sempre collegabile alla difesa del proprio territorio (la curva ed idealmente la città ed i colori della squadra), ma si connetteva ad un clima, una tensione politica capace di fornire un surplus di coesione identitaria e di aggregare, quindi, non solo in funzione della logica amico-nemico. Negli anni ottanta, con il riflusso dei movimenti politici, la situazione viene a mutare. Avviene così che all’interno del movimento ultrà, vi sia la tendenza a conferire maggiore importanza al senso di appartenenza locale e ad utilizzare sistematicamente le contrapposizioni campanilistiche e regionalistiche nella individuazione degli ultrà da considerare nemici: si sovrappone cioè, alla logica della curva come spazio liberato, quella della curva come piccola patria. È così che spirito di gruppo, culto della durezza e organizzazione paramilitare, coniugati all’attaccamento morboso alla piccola patria, proprio per la loro contiguità con i valori di estrema destra, preparano il terreno ad un fertile inserimento di atteggiamenti razzisti e xenofobi negli stadi.

A potenziare la tendenza alla radicalizzazione dei sensi di appartenenza concorre, inoltre, il periodo di crisi attraversato dai grandi gruppi.

I grandi gruppi si trovano a fronteggiare l’aumento delle misure di sicurezza dentro gli stadi; Contemporaneamente iniziano a formarsi in curva altri gruppi, composti da ragazzi molto giovani (14-16 anni), molto spesso mal tollerati dai gruppi ufficiali. Essi si ritagliano un loro spazio in curva, dietro il loro striscione. Si tratta di gruppi interessati principalmente alle occasioni di scontro, coinvolti in pieno nella cultura dello sballo e dell’eccesso. Il loro modello di riferimento non è più quello del guerrigliero di strada metropolitano ma quello di Alex, il piccolo super-teppista di “A Clockwork Orange”, la cui effigie inizia a comparire in molte curve al posto di quella di “Che Guevara”. I nuovi gruppi sono il risultato di un periodo in cui nella società civile predominano l’edonismo, l’esibizionismo, il disimpegno politico e sociale. Il paradigma stilistico di molti dei nuovi ultrà, spesso fortemente sciovinisti, violenti ed intolleranti è quello del paninaro. (stile giovanile assimilabile a quello dei Casual)

Questi gruppi, nati tutti tra il 1983 e il 1985, si dimostrano più adatti a sfuggire alle nuove strategie repressive della polizia; sfuggono con maggiore facilità al controllo disfacendosi dei segni di distinzione e di riconoscimento dell’ultrà, rompono o mettono in crisi con il loro comportamento incontrollato i gemellaggi preesistenti, utilizzano sistematicamente armi da taglio.

In virtù di queste caratteristiche molti di questi gruppi mettono in crisi il “monopolio della violenza” esercitato sino allora dai gruppi storici, che era legato al concetto della “violenza come strumento”, da utilizzare solo in determinati casi e secondo regole precise, e diventano i teorici della violenza pura, dell’azione per l’azione da praticare sempre e comunque; divengono, quindi, un polo di attrazione alternativo per tutti coloro che privilegiano all’interno del gruppo ultrà l’opzione militare.

Mentre, però, in altri paesi europei la crescente tendenza alla specializzazione dei gruppi più duri ed aggressivi ha portato ad una loro progressiva separazione dagli altri supporters, in Italia questo processo non si è verificato. Gli ultrà italiani, in effetti, si sentono parte di un movimento la cui cultura, forte ed aggregante, agisce da collante nel tenere insieme gruppi e soggetti molto diversi. Dunque nuovi gruppi e gruppi storici non mettono in discussione l’appartenenza reciproca all’universo ultrà. Le dinamiche di conflitto sono quindi governate dalle regole interne al mondo ultrà e in molte situazioni tutti i gruppi, quelli storici e quelli di recente formazione, entrano in competizione tra loro per la conquista dell’egemonia su tutta la curva. La lotta si svolge ancora, però, dentro le coordinate della tradizione della cultura ultrà italiana. I nuovi gruppi non si mettono in competizione con i gruppi storici solo sul piano della capacità militare. In molti casi il confronto si compie anche sul piano della capacità organizzativa e della presenza visiva in curva. È questo il periodo in cui le coreografie di curva divengono sempre più complesse e originali, e, quindi, più costose. Il risultato del conflitto si conclude spesso in uno stallo. In molte curve, precedentemente egemonizzate da leadership e gruppi di sinistra, vista anche la prevalente caratterizzazione a destra dei nuovi gruppi, si arriva ad una ambigua rivendicazione di apoliticità. Nel nome della fede nella squadra o dell’unità della curva si accetta una soluzione che favorisce nei fatti le strategie praticate dai gruppi di estrema destra volte a penetrare nei gruppi ultrà.

Queste strategie sono ulteriormente favorite dall’aumento, nella società italiana, dell’intolleranza nei confronti dei nuovi immigrati provenienti dalle zone povere del mondo.

È, infatti, a partire dalla fine degli anni ’80 – in corrispondenza con l’ascesa di movimenti politici di evidente ispirazione xenofoba quali la Lega e in connessione alla crescita dei movimenti bonehead e di estrema destra – che si verifica, negli stadi, l’aumento esponenziale dei cori razzisti, dell’esposizione dei simboli nazisti o fascisti, di striscioni apertamente antisemiti, così come, al di fuori degli stadi, si osserva un sempre più sistematico coinvolgimento di ultras negli atti di intolleranza razziale o politica (pestaggi ad extracomunitari e a militanti di sinistra, attentati incendiari contro ostelli per stranieri o contro centri sociali).

È dunque in questo periodo che esplodono e ottengono una forte visibilità le tendenze razziste e xenofobe da tempo latenti nella società civile. La parte del movimento ultrà che aveva divinato e anticipato queste tendenze radicalizza e politicizza sempre più l’adesione ad una visione xenofoba della vita. Questo è accaduto in certe curve del Nord Italia, dove la crescita di un sentimento antimeridionale negli stadi ha preceduto e accompagnato la nascita e la crescita di un movimento apertamente xenofobo e separatista quale quello della Lega Nord ed ha funzionato da detonatore nella crescita della rivendicazione di una propria identità sulla base delle differenze etniche: “Bergamo Nazione, tutto il resto è meridione” insistono a cantare gli ultras dell’Atalanta”. “Bossi salvaci, Brescia ai Bresciani” è lo striscione esposto a Brescia nel 1991, prima delle amministrative bresciane”.

Questo razzismo di tipo localistico convive, nelle curve italiane, con un razzismo di tipo classico, diretto contro coloro che vengono percepiti come estranei alla comunità nazionale (immigrati, zingari). Infatti, gli insulti antimeridionali non sono monopolio dei gruppi di ispirazione leghista, ma vengono praticati in maniera sistematica anche dalle tifoserie del Nord più spiccatamente nazionaliste come Verona, Inter, Piacenza etc..

L’emergenza non si limita, però, alla presenza di gruppi di neofascisti in curva, ma si caratterizza per la profondità dell’adesione ad una visione reazionaria e xenofoba della politica, che si tramuta nel consenso raccolto tra molti degli ultrà più giovani dai partiti di destra istituzionalizzati. In effetti, mentre nel Nord Europa gruppi di Hooligans hanno spesso solo fornito la manovalanza ai partiti neofascisti, in Italia si è potuto assistere ad una sempre più sistematica opera di reclutamento di giovani militanti ed attivisti politici effettivi.

A riprova della ormai evidente commistione tra politica di destra e calcio, sono numerose ormai le opportunità di carriera politica a disposizione di alcuni capi ultrà dovute alla loro capacità di muovere voti e di recuperare consensi tra i giovani; è soprattutto all’interno delle Amministrazioni locali che si nota la presenza di soggetti legati a movimenti xenofobi e razzisti, cresciuti e radicati nelle curve.

Ultimamente, i gruppi di curva della destra estrema sono anche disposti a bypassare le tradizionali rivalità calcistiche e ad attivare strette forme di collaborazione, per perseguire un obiettivo politico. Così, il 29 Novembre 1994, in occasione della partita Brescia-Roma, viene organizzato da Roma un preordinato attacco alle forze dell’ordine e agli ultrà bresciani. L’attacco viene portato con un grande potenziale militare (asce, coltelli etc.) da gruppi di superhooligans neofascisti della Roma e della Lazio e da ultrà neofascisti di Bologna e di altre città italiane

Gli ultimi sviluppi del movimento ultrà non possono che essere condizionati dai fatti accaduti a Genova il ventinove gennaio 1995.

Prima della partita Genoa-Milan, un piccolo gruppetto di superhooligans milanisti, capeggiati da un giovane commercialista pianifica un’aggressione fuori dello stadio di Marassi; il gruppetto si arma di coltelli e si reca a Genova utilizzando i normali treni di linea, nasconde qualsiasi segno di riconoscimento legato al tifo e giunge allo stadio seguendo un percorso stabilito a tavolino. Quando il gruppo arriva davanti allo stadio aggredisce degli ultrà genoani; nello scontro tra i due gruppi rimane ucciso da una coltellata il ventiquattrenne ultrà genoano Vincenzo “Claudio” Spagnolo.

Il mondo ultrà, tra l’altro attaccato duramente dai vari organi di informazione è scosso, e organizza per la prima volta un incontro tra i rappresentanti dei principali gruppi, dal quale esce un comunicato che condanna l’utilizzo delle armi da taglio durante gli scontri ed auspica un ritorno alle vecchie norme e ai codici di comportamento dei gruppi storici (basta lame, basta infami).

Si assiste fino alla fine del campionato 1994/95 ad una sorta di tregua non dichiarata che porta ad una notevole diminuzione degli atti di violenza e degli scontri.

Ma questo periodo di tregua non determina affatto il disarmo dei gruppi più aggressivi. Il mantenimento, da parte di questi gruppi di superhooligans, della capacità militare è testimoniata dal fatto che a partire dall’inizio del campionato 1995/1996, si è potuto osservare un forte ritorno di comportamenti violenti e di atteggiamenti razzisti, come testimonia la vergognosa condotta di molti gruppi ultrà nei confronti di Paul Ince o la feroce contestazione degli Ultrà del Verona alla notizia dell’ingaggio di un giocatore di colore.

Nonostante questi fatti a noi pare che l’unità a tutti i costi del mondo ultrà sia a rischio: il cemento della comune appartenenza alla stessa cultura sembra non essere più sufficiente a tenere insieme quei gruppi che conferiscono una forte identità ai propri membri a partire da una serie di attività e iniziative (configurate persino in interventi nel sociale, con raccolte di indumenti per popolazioni vittime della guerra e raccolta di fondi per sostenere Associazioni che tutelano i bambini) ed i gruppi orientati principalmente al confronto militare. Osserviamo, infatti, che alcuni gruppi storici stanno attualmente conducendo una riflessione per trovare una via alla riduzione dei comportamenti violenti nelle loro curve.

CAPITOLO SECONDO

Considerazioni generali sul fenomeno ultrà

Le curve degli stadi rappresentano, oggigiorno, i principali luoghi di aggregazione giovanile. Esse sono divenute luoghi capaci di produrre una cultura che travalica i limiti spaziali e temporali dell’ evento sportivo e si riversa nella società, influenzando la quotidianità, il modo di pensare e di agire di moltissimi giovani. A rendere particolarmente attrattiva questa cultura contribuiscono alcuni dei valori di cui abbiamo parlato in precedenza, valori interni al mondo ultrà, che sono strettamente legati al concetto di identità. Questi valori “identitari” possono essere distinti in due livelli. Il primo livello Ë quello più strettamente legato alla tradizione popolare dell’espressione del tifo calcistico ed è anzitutto rappresentato dalla fede nella squadra, dall’incitamento e dal sostegno continui. A questo primo elemento di coesione la cultura di curva italiana ha sovrapposto, come abbiamo visto, le forme e l’organizzazione dei movimenti politici estremi degli Anni Settanta, dando vita a gruppi di curva fortemente strutturati. All’interno di questi gruppi l’identità collettiva, basata sulla fedeltà ai colori, si realizza e si concretizza attraverso la partecipazione del singolo a molteplici attività – organizzare una coreografia, inventare cori e striscioni, produrre gadgets per l’autofinanziamento, redigere fanzines, organizzare trasferte – che cementano le solidarietà di gruppo e contribuiscono alla reale crescita del giovane che prende coscienza delle proprie capacità e si responsabilizza.

Oltre alla forma e all’organizzazione, la cultura ultrà ha mutuato dai movimenti politici anche la vocazione antisistema, limitata spesso al fascino esercitato dall’ uso della violenza e mescolata alle influenze derivate dalle sottoculture giovanili provenienti dall’Inghilterra.

Questo ci conduce al secondo livello di formazione di identità che fonda sull’ annientamento dell’ altro il riconoscimento della propria esistenza; é una ricerca d’identità che passa attraverso la negazione del diverso, é una totale intolleranza nei confronti di ogni alterità. Il sistema di distinzione amico-nemico regola le amicizie e le rivalità con ultrà di altre squadre e si collega al compito che gli ultrà sentono loro assegnato; quello della difesa del proprio territorio – fisicamente rappresentato dalla propria curva e dalla propria città e idealmente dai colori della propria squadra – che prevede l’ attivazione di comportamenti violenti nei confronti degli intrusi (tifosi avversari, polizia) ed è comunque una delle radici della crescita del razzismo e della xenofobia negli stadi italiani.

Ciò che si deve osservare é che la distinzione tra le due modalità di formazione delle identità risulta di tipo operativo. In effetti, nella realtà dell’osservazione sociale i confini sono molto meno netti di quanto si sia mostrato e i due processi identitari convivono, intrecciandosi, spesso, negli stessi soggetti.

A nostro avviso vi é una strada percorribile per porre un argine alla violenza e alle manifestazioni intolleranti e razziste interne al mondo ultrà e, allo stesso tempo, preservare il primo livello di valori identitari, quelli più legati all’ espressione del tifo calcistico genuino e popolare.

Si dovrà però, per intraprenderla, considerare la cultura ultrà come un fenomeno sociale e non esclusivamente come un problema di ordine pubblico.

L’esperienza tedesca

Il problema della violenza e del razzismo negli stadi riaffiora implacabile solo quando gli accadimenti oltrepassano in maniera evidente la norma e diventano spettacolo e tragedia. Solo in questi casi la materia diviene degna d’attenzione e ci si affretta a prospettare soluzioni e ad emanare provvedimenti che solitamente intendono affrontare il problema della violenza negli stadi esclusivamente con misure di ordine pubblico (recinzioni che non prevedono vie di fuga, militarizzazione delle città, limitazioni delle libertà personali). Tuttavia questi rigidi provvedimenti non hanno dato, nel corso degli anni, dei gran risultati ed anzi, in vari casi sono stati addirittura controproducenti (ad esempio, nel caso di Hillsborough, dove, nel 1989, a causa delle rigide norme di contenimento dei tifosi, persero la vita 95 tifosi del Liverpool, schiacciati contro la recinzione del terreno di gioco). Proprio partendo da questo presupposto sono nate, ormai da vari anni ed in vari paesi europei delle esperienze di tenore diverso; delle strutture di intervento dirette alla prevenzione dei comportamenti violenti e razzisti indirizzate ai tifosi di calcio. Queste strutture si propongono, attraverso un lavoro di coinvolgimento e di socializzazione rivolto ai tifosi di svolgere una serie di attività con i giovani che vanno allo stadio e con i nuclei più violenti ed aggressivi. A questo tipo di strutture appartengono ad esempio sia l’esperienza dei Fancoaching in Belgio, sia la più che decennale esperienza dei Fanprojekte in Germania. Ci soffermeremo, in questa breve presentazione su questa ultima esperienza.

Nel 1981 nasce, infatti, a Brema il primo Fanprojekt (progetto per i tifosi). L’iniziativa parte dalla volontà di alcuni ricercatori universitari di effettuare un lavoro di tipo sociale all’interno della tifoseria del Werder. Lo scopo è quello di diminuire l’incidenza dei comportamenti violenti lavorando nello specifico della cultura di curva. I Sozialarbeiter (operatori sociali) coinvolti nel progetto devono conoscere a fondo la vita quotidiana del tifoso, andare in curva, condividere le trasferte, prendere contatto con i gruppi più duri, attivare la partecipazione del tifoso fornendo spazi di aggregazione e di socialità dove creare occasioni di lavoro comunitario e di discussione sulla violenza.

Dopo la morte di Adrian Maleika, tifoso del Werder ucciso ad Amburgo nel 1982, si assiste alla nascita di altri Fanprojekte, organizzati su base territoriale ed indirizzati ad una tifoseria specifica. Questi progetti sono principalmente finanziati da Amministrazioni comunali e regionali, con il contributo, in alcuni casi, di associazioni giovanili o, addirittura, della Chiesa Evangelica. Capita anche, talvolta, che le Società sportive alla cui tifoseria è rivolto l’intervento e le Federazioni calcistiche regionali partecipino con dei finanziamenti.

Queste esperienze, nate tutte in maniera indipendente, fondano un coordinamento nel 1989, il BAG, per promuovere con più forza le attività comuni. Il coordinamento, avvalendosi di tutta l’esperienza sul movimento hooligan proveniente da ricerche pluriennali nei Fanprojekte, diventa l’osservatorio privilegiato sulle curve. Questo patrimonio di conoscenze porta anche la DFB (Federazione Gioco Calcio Tedesca) ed il governo a riconoscere l’importanza dei Fanprojekte. Nel 1990, infatti, il Ministro dell’Interno auspica l’istituzione di Fanprojekte in tutte le città con squadre in Prima e Seconda Bundesliga. Viene così sancito che parte dei contributi che la DFB riceve per i diritti televisivi vengano distribuiti alle squadre e che esse li utilizzino per finanziare un terzo del costo complessivo del Fanprojekt locale (gli altri due terzi risultano a carico delle istituzioni territoriali). Il riconoscimento ufficiale porta ad un aumento consistente dei Fanprojekte sul territorio tedesco; attualmente, infatti, in Germania operano 25 strutture di intervento sui tifosi.

I Fanprojekte, proprio perchè legati alle realtà territoriali, contengono esperienze tra loro molto diverse. Vi sono, infatti, situazioni nelle quali il rapporto tra Fanprojekte e gente di curva rimane esclusivamente ancorato al progetto di recupero di “giovani orientati all’avventura e affascinati dalla violenza”, ed affidato unicamente agli operatori professionali.

In altri casi, la parte più consistente delle iniziative viene progettata e promossa, in collaborazione con i Sozialarbeiter, dai tifosi stessi, che usufruiscono di questi spazi organizzati anche per confrontarsi con – ed ottenere ascolto da – i vertici istituzionali (Comuni, Società, Polizia, Giustizia) e gli organi di informazione. E sono proprio queste ultime esperienze che, in Germania, riescono ad ottenere i risultati migliori nella lotta alla violenza ed al razzismo perchè prevedono una partecipazione più attiva del tifoso nelle strutture del Fanprojekt.

In generale si può comunque notare che il merito più grande dei Fanprojekte non è stato tanto quello di aver redento e riportato sulla retta via quei giovani affascinati dalla violenza, ma quello di avere scoperto, e di aver dato la possibilità a molti altri soggetti provenienti direttamente dal mondo delle curve di coprire quella terra di nessuno che intercorreva tra i Fansclub legati alla squadra e i gruppi di hooligan, poco organizzati e unicamente dediti alla violenza. In questa terra di nessuno sopravvive la tradizione popolare del tifo calcistico che rappresenta un grande potenziale di aggregazione giovanile e che può essere sottratto al fascino esercitato dal modello hooligan.

Presentazione Progetto Ultrà

La strategia applicata in Germania dai Fanprojekte, dalla quale si possono trarre molti suggerimenti, non può essere direttamente trasposta al caso italiano. L’hooligan tedesco (e dei paesi nordeuropei) si distingue, infatti, dall’ultrà italiano proprio per la scarsa propensione organizzativa unita all’assoluto predominio che l’aggressività e l’intolleranza nei confronti del diverso hanno nella costruzione dell’identità di gruppo e personale. A questa disorganizzazione, i Fanprojekte hanno contrapposto una struttura organizzata con l’obiettivo di creare, in curva, un polo d’attrazione alternativo a quello hooligan. I gruppi italiani, dotati, invece, di una struttura organizzativa più complessa e di una gamma di attività che non si esaurisce nell’esercizio esclusivo della violenza, riescono ad esercitare una forte egemonia fino ad arrivare a coinvolgere l’intera curva. Proprio a causa di questa struttura, si viene a creare un tessuto di fedeltà, delle posizioni di leadership e delle gerarchie interne che sono difficili da modificare se non attraverso un confronto tutto interno alla curva.

Qualsiasi intervento esterno, non mediato da personaggi interni alla curva (come quello che ha caratterizzato la fase iniziale dei Fanprojekte), viene percepito dagli ultrà come strumentale e, quindi, osteggiato. La reazione è ben diversa se le sollecitazioni provengono da soggetti interni al mondo ultrà. Ecco perchè in Italia è indispensabile attivare una collaborazione con quei gruppi e personaggi di curva che si stanno da tempo interrogando sui problemi della violenza e del razzismo.

Gli obiettivi del Progetto

Il progetto ULTRA’ intende contrastare i comportamenti intolleranti e xenofobi, che caratterizzano gran parte dei gruppi di ultras fuori e dentro gli stadi di calcio, e si pone l’ obbiettivo di arginare tali comportamenti tramite l’ utilizzo di una strategia a carattere preventivo, efficace nel medio e nel lungo periodo.

Il compito che si prefigge il Progetto Ultrà non è tanto quello di educare all’antirazzismo ed alla tolleranza attraverso un intervento pedagogico dall’esterno delle curve, ma di sfruttare a pieno le potenzialità interne al mondo ultrà. Il Progetto intende quindi favorire, a scapito dei gruppi, gruppetti o componenti più affascinati dall’opzione militare, quei gruppi tradizionali che attraverso la partecipazione del singolo a molteplici attività -organizzare una coreografia, redigere fanzines, inventare cori e striscioni, organizzare trasferte- cementano maggiormente le solidarietà di gruppo e contribuiscono alla reale crescita del giovane che prende coscienza delle proprie capacità e si responsabilizza.

Precisiamo che questi gruppi non escludono completamente la violenza come opzione di comportamento, ma le attribuiscono sicuramente un’importanza secondaria nella scala dei loro valori. Quindi favorire questi gruppi significa, in questo momento, favorire quelle dinamiche, interne al mondo ultrà, che possono portare ad una diminuzione reale degli episodi di razzismo e ad un maggiore controllo sugli atti di violenza.

Il Progetto Ultrà si propone, inoltre, di investire sulle risorse umane presenti nei gruppi ultrà tradizionali. Infatti, in questi gruppi si sono formati soggetti e personaggi che, per caratteristiche personali, sembrano già espletare delle funzioni simili a quelle dell’operatore sociale: spesso, alcuni di questi soggetti provvedono a regolare i conflitti ed i dissidi interni, aiutano il singolo in difficoltà, seguono e cercano di responsabilizzare i più giovani, tentano, spesso riuscendovi, di controllare e di frenare il potenziale di violenza interno al gruppo o alla curva. Così il Progetto intende selezionare alcuni di questi soggetti – quelli più adatti per carisma, doti personali, impegno contro il razzismo – e offrire loro la possibilità di diventare, dopo un percorso di formazione, gli operatori di curva ed i gestori delle strutture di intervento.

Infine, il Progetto intende sfruttare il collante dell’impegno antirazzista ed una comune volontà di “abbassare i livelli dello scontro” per fungere da mediatore tra gruppi o singoli ultrà di tifoserie diverse – magari anche tradizionalmente “nemiche”- ed intende, inoltre, porsi in una posizione di mediazione tra l’universo giovanile del tifo ultrà e le istituzioni, per favorire lo scambio e la comunicazione tra due universi spesso contrapposti.

Il progetto è articolato in tre distinte fasi (ogni fase corrisponde ad un anno): il passaggio da una fase all’altra non è inteso come l’esaurirsi della fase precedente, ma come progressivo potenziamento delle strutture già esistenti

1) La prima fase, appena conclusa, è consistita nella creazione di un Archivio-Osservatorio sul fenomeno del tifo calcistico che non limiti il proprio raggio d’azione alla realtà regionale e nazionale, ma scruti con interesse situazioni analoghe in Europa, inserendo cosÏ la cultura ultrà in quello che è il suo contesto originario.

L’Archivio comprende:

  1. Fanzines (riviste redatte dai supporters di una squadra di calcio) italiane e straniere
  2. materiale documentario (fotografie e video prodotti da ultras, adesivi….)
  3. libri e saggi sul fenomeno del tifo violento in Europa
  4. archivio stampa
  5. tesi di laurea

2) Nella seconda fase (secondo anno) l’Archivio-Osservatorio, divenuto, ormai, punto di riferimento e di confronto di ultrà e studiosi, si sta proponendo con più forza all’esterno e tende a diventare immediatamente operativo. Infatti, proprio la raccolta delle informazioni e i contatti attivati dall’Archivio-Osservatorio consentono il coinvolgimento di studiosi e di quegli ultras che da tempo hanno avviato una riflessione sul problema del razzismo e della violenza negli stadi, in una ricerca, finalizzata alla creazione di una struttura operativa, da realizzarsi in Emilia Romagna. La struttura di intervento sarà il frutto di un accurato studio della situazione locale e nazionale e, insieme, delle più avanzate esperienze europee realizzate nell’ ambito della prevenzione della violenza calcistica. A questo scopo saranno organizzati incontri-dibattito sui temi della violenza e del razzismo negli stadi (anche con il coinvolgimento diretto di campioni dello sport), tornei di calcio antirazzisti con la partecipazione di squadre di ultras e di extracomunitari, incontri con delegazioni di tifosi antirazzisti stranieri, un convegno con i responsabili di progetti per tifosi di altri paesi europei.

3) Il modello teorico sviluppatosi all’interno del Gruppo di Ricerca troverà poi concreta realizzazione con la nascita di una o più strutture di intervento sul territorio, indirizzata ognuna agli ultras di una determinata squadra. La/e struttura/e rappresenteranno le sedi privilegiate all’interno delle quali proseguirà l’attività di promozione di una cultura antirazzista attraverso tornei, incontri, il coinvolgimento più sistematico dei professionisti dello sport etc.

Operativamente, lo scopo del progetto (costruito in tre fasi, ognuna delle quali corrisponde ad un anno) é quello di arrivare a costruire, nella sua terza fase, una struttura di intervento sul territorio, diretta agli ultras. In questa fase, a somiglianza di quanto avviene nei Fanprojekte tedeschi, gli operatori del progetto dovranno:

1) attivare la partecipazione del tifoso fornendo spazi di aggregazione e di socialità nei quali creare occasioni di lavoro comunitario e di discussione sulla violenza e sul razzismo;

2) privilegiare i valori legati all’espressione del tifo calcistico genuino e popolare, che rappresentano un grande potenziale di aggregazione giovanile;

3) utilizzare questi valori per diminuire il fascino esercitato dai comportamenti hooligan;

4) favorire il contatto e la collaborazione tra gruppi di giovani di curva e le realtà dell’immigrazione.

Diamo di seguito un breve resoconto delle attività del Progetto Ultrà fino ad oggi (Marzo 1997).

Settore Archivio

Attualmente l’Archivio possiede una nutrita rassegna stampa sul fenomeno del tifo calcistico che comprende articoli scritti da metà degli Anni Sessanta fino ai giorni nostri.

In questo primo periodo di attività è stato, inoltre, svolto un accurato lavoro di ricerca a carattere bibliografico. Tale lavoro ha condotto alla costruzione di una bibliografia comprendente gran parte del materiale (libri, articoli, materiale informativo etc.) prodotto nel mondo sul fenomeno del tifo calcistico. Questo ha permesso, anche, di conoscere esattamente presso quale biblioteca o centro di documentazione è situato il materiale più difficile da reperire.

L’Archivio ha anche proceduto – e sta tuttora procedendo – all’ordinazione sistematica presso librerie e case editrici italiane e straniere dei libri e saggi più interessanti, ed al recupero, presso biblioteche ed Archivi, dei materiali dedicati allo specifico argomento del tifo calcistico.

In questo primo periodo di attività si sono aggiunti (e sono già stati catalogati) ai primi 360 titoli ceduti dai responsabili all’Archivio, altri 2.000 titoli tra libri, Fanzines italiane e straniere (riviste autoprodotte dagli stessi tifosi), riviste etc.

Oltre alla selezione ed al recupero del materiale citato, è, ormai da tempo, pienamente in corso la fase di recupero di materiali coreografici (sciarpe, magliette autoprodotte, adesivi ), buona parte dei quali sono stati ottenuti direttamente da soggetti appartenenti al mondo ultrà o da gruppi di tifosi stranieri.

Di parte dei testi stranieri è stata anche avviata una traduzione in italiano, per facilitare la comprensione dei fruitori della struttura e per aumentare la circolazione delle informazioni. Proprio questo ultimo punto permette una più facile consultazione del materiale e rende, secondo gli ultrà contattati, ancora più attrattiva la struttura Archivio che, dal 1° agosto 1996 si è dotata anche di un accesso ad Internet.

L’Archivio sul tifo calcistico in Europa ha anche pubblicato un numero della rivista Areauisp interamente dedicato al Progetto Ultrà (Dicembre 1996, 6.000 copie di tiratura), tre Bollettini (datati Dicembre 1995 Marzo 1996, Dicembre 1996)) e firmato alcuni articoli sul tifo in Italia apparsi su riviste estere.

Infine, l’Archivio ha allacciato contatti per lo scambio di materiali con due importanti Archivi europei che possiedono una sezione sulla cultura del tifo; si tratta dell’Archivio del Manchester Institute for Popular Culture della Manchester Metropolitan University in Inghilterra e dell’Archivio dell’Arbeiterjugendbewegung di Oer-Erkenschwick in Germania

Settore Videoteca

La sezione romana del Progetto è dotata di una Videoteca sul tifo calcistico ed organizza alcune iniziative.

Per quanto concerne la parte archivistica, attualmente la videoteca sul tifo dispone di 70 videocassette divise in quattro sezioni:

Sezione prima (materiale giornalistico)
Di questa sezione fanno parte i servizi in video tratti dall’emittenza televisiva pubblica e privata, locale, nazionale ed estera. Sono parte di questa sezione anche le eveline di produzione sia nazionale che estera.

Sezione seconda (materiale cinematografico)
Questa sezione è riservata a tutte le opere cinematografiche sul tifo di curva e, più in generale, a tutti i documenti visivi – cinema e video – sulle culture giovanili che in qualche modo interagiscono o hanno interagito con il tifo di curva.

Sezione terza (materiale auto-prodotto)
Video prodotti dai gruppi ultrà italiani o da tifosi stranieri o da strutture di intervento sui tifosi

Sezione quarta (monitoraggio)
Materiale video su violenza, razzismo e fascismo nelle curve d’Europa prodotto da strutture di monitoraggio antirazzista. Fanno parte di questa sezione anche tutti gli altri materiali specifici sul razzismo e sull’estremismo razzista.

Settore Osservatorio

Contatti esteri
Strettamente connessa all’attività della ricerca, raccolta, catalogazione, traduzione e pubblicazione dei dati è la parte riguardante i contatti. A questo proposito abbiamo inviato – tra gennaio e febbraio 1996 – a circa 60 soggetti europei (studiosi, strutture di intervento sul tifo, redazioni di Fanzines antirazziste, riviste specializzate, archivi, gruppi di tifosi ) il Primo Bollettino, accompagnato da una lettera con la quale si informava della nascita del progetto e dell’esistenza dell’Archivio sul tifo calcistico in Europa.

Ciò ha consentito all’Archivio di rinsaldare i vecchi legami che i curatori avevano già precedentemente allacciato e di crearne dei nuovi che sono andati via via approfondendosi tramite contatti telefonici, scambi di materiale e visite. Diamo di seguito un elenco, anche temporale, degli incontri con soggetti stranieri

In marzo i curatori del Progetto hanno incontrato, in Germania, i responsabili dei Fanprojekte di Amburgo e Francoforte, i tifosi del St. Pauli, dell’HSV, dell’Offenbach, dell’Herta di Berlino ed i responsabili di varie Fanzines; in Belgio (Aprile 1996), invece, hanno incontrato la coordinatrice nazionale dei Progetti Fan-Coaching così come i responsabili e gli operatori sociali del Fan-coaching dell’Anderlecht;

Sempre in aprile l’Archivio ha ricevuto la visita dei responsabili del Fanprojekt di Mainz e di alcuni tifosi del 1860 Monaco.

In maggio uno dei responsabili del Progetto ha fatto parte del gruppo organizzatore di un seminario promosso dall’Assessorato Cultura Sport e Progetto Giovani della Regione Emilia Romagna – nell’ambito della Campagna giovanile del Consiglio d’Europa contro il razzismo, la xenofobia, l’antisemitismo e l’intolleranza. All’interno del seminario, che ha visto la partecipazione di una delegazione del Baden Württemberg composta da streetworkers e da un rappresentante del Fanprojekt di Karlsruhe, una giornata è stata dedicata alla visita all’Archivio sul tifo calcistico in Europa ed alla presentazione del Progetto Ultrà.

In giugno, in Inghilterra, i curatori hanno conosciuto i responsabili della Football Supporters Association e molti Fanzinemakers.

Sempre in giugno i curatori del Progetto hanno partecipato, in qualità di relatori, alla conferenza internazionale sul calcio “Fanatics!”, organizzata a Manchester dall’11 al 13 giugno 1996 dalla Manchester Metropolitan University e dal Manchester Institute for Popular Culture all’interno delle manifestazioni legate ai recenti campionati Europei di calcio, dove, presenti i maggiori studiosi europei, è stata presentata a nome dell’Archivio una relazione su tifo calcistico e razzismo in Italia. Questa partecipazione ha sancito l’apertura di regolari canali con numerosi studiosi europei (francesi, inglesi, belgi, spagnoli, portoghesi, tedeschi) che si occupano di tifo calcistico.

In agosto vi sono stati degli incontri con studiosi spagnoli, un redattore della rivista Superhincha di Madrid ed alcuni esponenti delle tifoserie del Rajo Vallecano, del Valencia, dell’Osasuna Pamplona e dell’Athletic Bilbao.
Per ciò che riguarda i contatti in Spagna sta per essere aperto un canale di comunicazione con l’Associazione “Jóvenes contra la Intolerancia” e con l’organismo che si occupa, per conto del Governo spagnolo, di contrastare la violenza negli stadi.

In Settembre l’Archivio ha ricevuto la visita di tre Fanzinemakers tedeschi (due dell’Offenbach ed uno del 1860 Monaco). Sempre in settembre è stato organizzato a Bologna l’incontro con due degli altri progetti sul Football Hooliganism (all’interno del Cities Antiracism Project) finanziati dalla Direzione Generale V della Commissione Europea; con gli operatori ed i responsabili di questi Progetti si sono scambiate opinioni ed esperienze. Da ottobre abbiamo inoltre attivato contatti con esponenti della tifoseria del Bordeaux, aprendo regolari canali di scambio e di comunicazione con il mondo ultrà francese.

Inoltre, in occasione del Convegno da noi organizzato dall’8 al 10 Novembre 1996, si è avuta la partecipazione un responsabile del Fanprojekt di Amburgo, un redattore della Fanzine Erwin dell’Offenbach ed un giornalista inglese della rivista di monitoraggio antirazzista Searchlight.

Nei primi mesi del 1997, naturalmente, l’attività di contatto con studiosi e tifosi di tutta Europa ha avuto, addirittura un incremento. Da citare, in questo senso, sia la partecipazione dei due responsabili del Progetto Ultrà all’apertura dell’Anno Europeo contro il Razzismo all’Aia (30-31 Gennaio 1997), sia la nuova riunione dei Progetti sul Football Hooliganism del Cities Anti-Racist Project, tenutasi a Dortmund dal 28 al 2 Marzo 1997, e la successiva visita all’Archivio dell’Arbeiterjugendbewegung del 3 Marzo e le numerose visite di studiosi stranieri al nostro Archivio.

Contatti Italiani
1) Istituzioni ed Associazioni
Oltre ai rapporti già stretti prima dell’avvio del progetto con l’Assessorato Istruzione e Sport del Comune di Bologna e con l’Assessorato Cultura, Sport e Progetto Giovani della Regione Emilia Romagna, si sono allacciati nuovi contatti con il progetto “Monitoraggio degli incidenti razzisti a Bologna”, del Settore Socio-Sanitario Servizio Immigrazione del Comune di Bologna, selezionato anch’esso dal “Progetto Città Antirazziste” promosso dalla V Direzione Generale della Commissione Europea. Si è aperto, inoltre, alcuni dei responsabili dei servizi sociali dei Comuni dell’Emilia Romagna in vista del coinvolgimento diretto, previsto nella terza fase del progetto, di varie amministrazioni comunali della Regione nella creazione di strutture di intervento diretto sulle tifoserie.

A livello non istituzionale, si è aperto un dialogo, in via informale, con alcune associazioni e cooperative che si occupano di disagio, di immigrazione, di streetwork (Arci Ragazzi, La Carovana, C.S.A.P.S.A.). Con alcuni dei loro operatori si è recentemente formato un gruppo di lavoro che ha il compito di organizzare un seminario con operatori del Baden-Württemberg (tra i quali il responsabile del Fanprojekt di Karlsruhe). Il progetto di questo seminario – che prevede un incontro preparatorio, una settimana in Germania ed una in Italia – è stato inserito nel Protocollo d’Intesa tra Emilia Romagna e Baden-Württemberg firmato nel mese di novembre a Bologna

2) Studiosi e sportivi
Gli studiosi italiani che si occupano di tifo calcistico sono tutti al corrente del Progetto; in particolare i due maggiori studiosi (Antonio Roversi e Valerio Marchi) sono stati anche direttamente coinvolti. Entrambi, infatti, lavoreranno nel Gruppo di Ricerca che si formerà nella seconda fase e Valerio Marchi sta attualmente seguendo la sezione romana del progetto. L’Archivio, nel frattempo, è diventato anche un punto di riferimento per alcuni studenti impegnati in tesi di laurea su tifo calcistico, culture giovanili, razzismo e anche per l’unica rivista specializzata in Italia (Supertifo), che spesso si mette in contatto con i curatori per avere informazioni sulle condizioni del tifo negli altri paesi europei. Abbiamo, inoltre, intrapreso un dialogo con alcuni sportivi di alto livello, dialogo che andrà via via approfondendosi. In questi primi mesi si è, inoltre, perseguita una politica di maggiore visibilità del Progetto che ha condotto alla presenza dei responsabili in occasioni di dibattiti (Cosenza, Bergamo) e all’interno di alcune trasmissioni radiofoniche

3) Ultrà
Il lavoro informale e quello di cucitura dei contatti ha portato gli operatori del Progetto Ultrà ad avere rapporti stretti e consolidati con gruppi di ultrà emiliano romagnoli e con molti ultrà sparsi su tutto il territorio nazionale. Questo lavoro ha permesso al Progetto di essere riconosciuto come interlocutore da una parte del mondo ultrà che addirittura ne appoggia e ne condivide le linee guida e la filosofia. Tutti gli ultrà che hanno rapporti con l’Archivio hanno una caratteristica comune: sono cioè – o individualmente o a livello di gruppo – molto sensibili alla lotta contro il razzismo e condividono l’idea che bisogna limitare, negli stadi, gli episodi di violenza e d’intolleranza. I due responsabili hanno contattato ed incontrato singolarmente questi ultrà divisi per squadre, hanno fatto loro leggere il progetto, ne hanno discusso apertamente con loro ed hanno così suscitato il loro interesse ed hanno instaurato un rapporto di fiducia. Successivamente questi ultrà hanno coinvolto alcuni loro compagni e quindi i curatori hanno avuto modo di confrontarsi con gruppetti sempre più consistenti di ogni singola tifoseria. Parte del lavoro di osservazione e di contatto dei curatori si è svolto, naturalmente, anche in occasione delle partite della domenica.

In questo momento i curatori lavorano al livello successivo: hanno cioè messo in rete i contatti, facendo così incontrare gruppi di ultrà di diverse squadre che, senza il loro intervento, probabilmente, mai si sarebbero incontrati. Nel nome della comune lotta contro il razzismo (e contro le forme di violenza incontrollata praticata da certi gruppi ultrà), si è fatta strada l’idea di un superamento dei conflitti campanilistici che ha consentito, ad esempio, di organizzare una serie di incontri tra due tifoserie della Regione tradizionalmente divise da una forte rivalità, e di rendere questo incontro ormai appuntamento fisso.

La creazione di una rete di rapporti con ultrà antirazzisti e più vicini alla cultura popolare del calcio in Italia sta procedendo parallelamente alla scelta strategica di mettere in relazione stretta gli ultrà con analoghi gruppi di tifosi europei.

Questo avviene per il tramite del materiale posseduto dall’Archivio (ad esempio articoli contro il razzismo o che raccontano esperienze di lotta contro il razzismo all’interno degli stadi scritti su una Fanzine straniera e tradotti dai curatori, dai quali gli ultrà italiani possono trarre spunto per scrivere un pezzo sulla loro Fanzine) ma avviene anche attraverso il contatto diretto con la cultura del tifo straniera (incontri, scambi di materiale, visite etc.).

Così, ad esempio, due squadre composte da ultrà di diverse tifoserie hanno partecipato al torneo di calcio antirazzista per tifosi organizzato, dal 21 al 23 giugno, ad Hanau (Germania) dai Supporter dell’Hanauer F.C. e del Frankfurter S.V.. A questo torneo hanno partecipato, tra l’altro, le squadre del Fanprojekt Hamburg (ST. Pauli Fans) e quella del Fanprojekt Frankfurt.

Naturalmente l’Archivio mantiene i rapporti più stretti con gli ultrà presenti sul territorio regionale, con alcuni gruppi dei quali si è creato un ottimo rapporto che si concretizza nel favorire (anche attraverso il supporto tecnico) alcune loro iniziative contro il razzismo e a difesa della cultura popolare del calcio (fanzines, prese di posizione antirazziste e contro episodi di violenza). In molti casi, l’azione diretta sugli ultrà, affinchè esplicitassero le loro posizioni, si è coniugata ad un’opera di informazione diretta verso le istituzioni e la stampa perchè potessero avere una lettura corretta della situazione interna delle varie curve. Attraverso queste azioni, gli operatori del Progetto sono ora considerati interlocutori affidabili da parte di tutti i referenti, siano essi ultrà o no. Per ciò che riguarda gli ultrà, si sono venuti ad instaurare rapporti molto stretti e quasi giornalieri tra il personale del Progetto e molti ultrà della Regione.

Iniziative

Proprio questo radicamento all’interno del mondo ultrà ha consentito l’organizzazione di varie iniziative.

Così, il 5 e 6 ottobre si è svolta a Roma la prima videorassegna ultrà, organizzata dalla sezione romana del Progetto, che ha visto la partecipazione di ultrà di diversi gruppi italiani, invitati grazie alla rete di contatti costruita dall’Archivio. La manifestazione, svoltasi presso il Centro Culturale Casale Garibaldi, prevedeva la proiezione di video autoprodotti, di documentari, di materiale di monitoraggio, oltre che di film; tutti i materiali proiettati erano dedicati al mondo ultrà o all’ambiente delle culture giovanili. La rassegna ha avuto un buon successo di pubblico ed ha rappresentato un importante momento di socializzazione e di confronto tra ultrà di gruppi diversi. All’inizio di dicembre si è svolto sempre a Roma un quadrangolare di calcetto che ha visto il coinvolgimento di tre squadre di ultrà e di una squadra composta da operatori di Arci-Neroenonsolo.

A Bologna, invece, si è svolto dall’8 al 10 di Novembre un convegno sul tema del razzismo e della intolleranza negli stadi e sulle strategie da adottare per prevenire questi fenomeni. Per il convegno sono stati invitati in qualità di relatori un responsabile del Fan Projekt di Amburgo, un Fanzinemaker appartenente alla rete dei tifosi antirazzisti tedeschi ed un giornalista inglese che si occupa di razzismo negli stadi. Al convegno hanno partecipato attivamente anche alcuni laureandi, lo studioso Valerio Marchi e, soprattutto, alcuni ultrà provenienti da tutta Italia, selezionati sulla base della sensibilità dimostrata rispetto a tematiche quali quelle della lotta al razzismo e dell’abbassamento dei livelli di scontro tra le tifoserie. È stato molto importante, per il successo dell’iniziativa, che i responsabili del Progetto abbiano promosso la collaborazione ed abbiano coinvolto direttamente alcuni ultrà nella discussione sui contenuti e sulla forma del Convegno.

Il convegno è durato due giorni e ha mantenuto una struttura informale, adatta soprattutto per attivare la partecipazione e la comunicazione. Ampio spazio è stato, infatti, dedicato alla discussione ed alla socializzazione tra ultrà di diverse tifoserie, alcune tra loro ferocemente rivali, che hanno avuto occasione di conoscersi e di discutere insieme. Proprio per facilitare i meccanismi di conoscenza si è optato per una soluzione che ha offerto, in un unico luogo, sia la possibilità di svolgere il convegno sia quella di ospitare i partecipanti, in maniera tale che la stessa condivisione degli spazi sia risultata di supporto alla socializzazione.

I risultati del Convegno sono stati eccellenti: per due giorni ultrà provenienti da tutta Italia si sono incontrati ed hanno discusso di antirazzismo e di strategie per migliorare la situazione nelle curve italiane. D’altronde, il clima di grande collaborazione e disponibilità che ha caratterizzato il lavori del Convegno è stato creato grazie al grande lavoro diplomatico svolto durante la fase di preparazione dell’iniziativa. Attraverso questa iniziativa il nostro Progetto si è conquistato una forte credibilità nei confronti di tutti gli ultrà coinvolti nella discussione. Durante il Convegno si sono, inoltre, individuati i soggetti che faranno parte del gruppo di ricerca previsto per il secondo anno di attività.

I risultati parziali previsti per il primo anno, compresa la completa attivazione della struttura dell’Archivio-Osservatorio sono stati raggiunti. In effetti, tale struttura rappresenta ormai un punto di riferimento per tutti quei soggetti (ultrà, studiosi, etc.) che si occupano o vivono all’interno dell’universo ultrà. Il Progetto, nella sua seconda fase, cercherà di coinvolgere un numero maggiore di ultrà e stringerà rapporti con varie Amministrazioni comunali emiliano-romagnole e con le relative Società Sportive in vista di un loro coinvolgimento nella terza fase del Progetto. Uno dei risultati previsti per il secondo anno è la realizzazione del lavoro del gruppo di ricerca che dovrebbe favorire l’attivazione, nella terza fase, delle strutture di intervento dedicate agli ultrà. Attraverso la cooperazione e la comune partecipazione alle iniziative proposte all’interno di questo progetto sarà possibile, inoltre, creare un canale di contatto e di conoscenza tra le realtà dell’immigrazione e i gruppi di giovani che vanno in curva. Infine, un altro risultato previsto é quello di avvicinare i giovani “spettatori” alla pratica sportiva.

Il progetto Ultrà è un progetto pilota ed esaurisce il suo percorso sperimentale al termine della III Fase (1998- terzo anno di attività). Proprio perchè, in Italia, è il primo progetto a carattere preventivo su razzismo ed intolleranza nel mondo del tifo calcistico, esso fornisce, sin da ora, indicazioni a tutti i soggetti (sociologi, operatori sociali, ultrà stessi) che vogliono intraprendere un lavoro di tipo sociale e preventivo nell’ambito delle tifoserie ultrà. La stessa collocazione del Progetto, in una Regione con molte squadre di Serie A e B, rende possibile, nel corso della terza fase, l’attivazione di una o più strutture di intervento indirizzate a tifoserie diverse.

Glossario dei termini e dei concetti meno conosciuti

Per Fanzines si intendono quelle pubblicazioni autoprodotte da gruppi o da singoli tifosi di calcio a somiglianza di quelle nate precedentemente nel mondo dei fans musicali legati alle mode giovanili. In effetti Fanzine deriva dalla contrazione di Fans-Magazine.

Hooligan è un termine inglese derivante dalla contrazione di Hooley e Gang, ed è riferito ad una banda di teppisti irlandesi della fine dell’Ottocento. Oggi il termine indica quei gruppi che si scontrano a lato degli eventi sportivi.

Il termine non può essere considerato sinonimo di ultrà: in effetti, il termine ultrà, in uso in tutto il bacino del Mediterraneo (Italia, Francia, Spagna, Portogallo, Ex Jugoslavia etc.) indica dei gruppi che non escludono completamente la violenza come opzione di comportamento, ma le attribuiscono sicuramente un’importanza non esclusiva nella scala dei loro valori. Sono, infatti, questi gruppi che organizzano le coreografie (attività che presuppone la produzione ed esposizione di striscioni, bandiere etc., l’uso di fumogeni, il coordinamento dei cori etc.), che cantano incessantemente durante la partita.

Supporter e Fan non possono essere considerati sinonimi di ultrà, quanto piuttosto di quei tifosi che, negli altri paesi europei, occupano i settori popolari dello stadio, incitano continuamente la loro squadra, ma solo raramente i loro comportamenti diventano aggressivi.

Sottocultura o Subcultura: Per “stile di vita” (o sottocultura giovanile) si intende un insieme di atteggiamenti e comportamenti legati soprattutto alla gestione dl tempo libero che, attraverso l’assunzione di canoni comuni, sviluppano o accentuano il senso di appartenenza ad un gruppo Secondo Dave Laing, lo stile è una combinazione di abbigliamento, musica, gergo, mezzi di trasporto, taglio di capelli e così via, in cui esistono omologie tra l’autoconsapevolezza del gruppo e i possibili significati degli oggetti disponibili (Valerio Marchi, Blood and Honour. Roma, 1993).

Uno degli stili giovanili che più volte viene citato nel testo è lo stile skinhead. Lo stile skinhead presenta, al contrario di ciò che viene comunemente divulgato, una serie di divisioni interne, fondate soprattutto su differenze politiche:

Boneheads sono definiti, all’interno dell’universo skin, gli skinhead di estrema destra (erroneamente definiti dalla stampa naziskins); ad essi si contrappongono, i redskins, dichiaratamente antifascisti, i quali a loro volta rappresentano una parte di un più largo raggruppamento, lo S.H.A.R.P. (Skinheads against Racial Prejudice-Skinheads contro il Pregiudizio Razziale) esplicitamente antirazzisti. Esiste, inoltre, una parte del movimento skinhead dichiaratamente apolitica: si tratta dei gruppi che, richiamandosi più direttamente alle caratteristiche originarie dello stile (musica, vestiario, etc.), si definiscono, quindi, originals.

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