Da Belfast Andrea Varacalli, gennaio 2006

jacques derrida“In genere io tendo a distinguere il Futuro dall’Avvenire. Ciò che accadrà più tardi, domani, nel prossimo secolo. C’è un Futuro che è prevedibile. Programmato, stabilito visibile. Esiste poi un futuro, l’Avvenire, che è relativo all’inaspettato, caratterizzato da un arrivo non prestabilito. È questo, a mio avviso, il vero futuro. Imprevedibile, impossibile da anticipare. Se c’è dunque un futuro oltre lo scibile dell’altro, questo è l’Avvenire, del quale siamo incapaci di prevederne la venuta.”
Jacques Derrida, filosofo, padre del decostruzionismo e uno dei maggiori esponenti della condizione post-moderna.

peaceline a belfast

La pioggia battente sciaborda le membra della città mentre un uomo calvo e grassoccio corre attraverso i budelli nella sezione est della peaceline. Si ferma sotto la grondaia di Roger per ripararsi e prendere appunti sul muro dei muri, le due città che si odono ma non si guardano schiaccianti di mutismo e assieme vita. Sedici metri di altezza per ventisette chilometri di cemento e pus urbanistico srotolato nel ventre della città. La peaceline è una bestia dalla rara e brutale bellezza quando dal cielo di queste parti si sganciano gocce grandi come meduse che, sospese nelle correnti d’aria, sono sempre pronte ad esploderti sul viso. Dietro di noi i muri scrostati e anneriti del distretto nazionalista scrivono con il metallo rugginoso delle protezioni alle finestre il dittico di questa saga nordirlandese. Qui, la tribalizzazione del conflitto accompagna il fulgore cromatico dei mille tetti tutti uguali e sfigurati dalle molotov, senso e cicatrici di una ferita che rimane ancora aperta tra le due comunità.

©andrea varacalli

@andrea varacalli

A poco a poco, tra le tele spiegazzate dei tricolori irlandesi, la vista del pellegrino politico riprende smalto fino alla terra di mezzo, tra dualismo e separazione che si dispiegano e impattano in un’unica stringa dura e grigia. Di là, dall’altra parte del muro c’è l’enclave anglicana di Albertbridge road, la roccaforte protestante e lealista così vicina, così lontana. Dalla grondaia del repubblicano Roger, un ex volontario dell’Ira, tra case di frontiera settaria e le pareti della bestia non vi sono traiettorie da percorrere, né curve da seguire; è un luogo vago e classico come l’atrium delle tragedie. La pioggia cessa e l’uomo calvo e grassoccio riprende il suo cammino e avvolto in un impermeabile si lascia alle spalle Clandeboye garden verso l’uscita da Short Strand, sulle rive del Lagan, a due passi dai lustri del centro vittoriano.
Benvenuti a Béal Feirste, Belfast: città carnivora di conflitti e contrasti dove il tempo pare essersi fermato nell’oblio del rendez-vous con il proprio avvenire. Belfast è la più dolce e la più perfida città del mondo, dall’innata forza seduttiva, una scatola di acquarelli ancora da usare. Oltre i tetti verso nord si elevano i cantieri navali di Harland e Wolff tra una disarmonica radura dissodata e di camuffata memoria dove vivono nell’area ultra-unionista di newtownads road buona parte degli operai che vi lavorano. Questa forma di archeologia industriale il cui spirito sembra venirti incontro dalle sponde del Lagan, negli occhi la prua fantasma del Titanic. Tre grosse chiatte cariche di carbone passano lentamente nel canale con la nobiltà del silenzio di chi sembra oziare galleggiando. Le due gigantesche gru gialle di Harland e Wolff, tra il fiume che interseca ad angolo retto con un nuovo golfo alla testa del Belfast Loch, assumono la visuale delle gambe di un uccello prima di levarsi in volo, i calici di un mostro d’acciaio senza peso, addormentato dal 1912 in un ipnotico sogno secolare e irripetibile; è l’abisso del Titanic, le iridescenze di un miraggio collettivo. D’un tratto appare una logica del contraddittorio, disordine puro serrato dentro l’ordine di trent’anni di troubles. Queens Island, un miliardo di sterline per uno dei più ambiziosi progetti mai realizzati nel Regno Unito. Il “Titanic Quarter”, presentato lo scorso venti ottobre potrebbe offrire una dozzina di migliaia di nuovi posti di lavoro dicono e trasformare il waterside in un mirabolante centro d’attrazione turistica… La renaissance economica della città è partita.
@andrea varacalli

©andrea varacalli

Dopo venticinque anni di controllo diretto centralizzato da Londra e tre anni dal ’99 al 2002 di amministrazione semi-autonoma di Stormont finiti rovinosamente, turbinano nuovi investimenti statali nonostante l’incertezza politica e sociale dominata dai diktat delle formazioni paramilitari. La fase del parossismo di un tormento assillante è appena cominciata: de facto a soli tre mesi dai più violenti episodi di guerriglia urbana nella storia della città, nessuna delle maggiori formazioni paramilitari lealiste sarebbe disposta a seguire l’esempio dei nemici storici, I provisionals Irish Republican Army, l’Ira, e quindi chiudere le ostilità. Per capirlo basta spostarsi verso il nord-ovest della città, il termometro del capoluogo, su per Shankill road l’ogiva gotica del narcolealismo si spalanca agli occhi in un tripudio di murales delle milizie e vessilli probritannici. Lontani dalla Belfast più patinata dei nuovi centri finanziari “offshore”, sulle sponde del laganside, crocevia della nuova immigrazione europea del fenomeno IT “call-centres”, i quartieri mutanti a ridosso della peaceline, invece, pulsano nell’assestamento della ferocia, di una contesa mai chiusa. Ulster Defence Association, Ulster Volunteer Force, Ulster Freedom Fighters, Loyalist Volunteer Force: battaglioni e brigate per ogni vicolo di questi quartieri, il timore intossicato della perdita d’identità’ si traduce con la raison d’etre dell’unionismo armato. Qui l’orologio della storia si è arrestato. Dopo York Gate, scendendo giù da Tiger Bay, nella direzione dell’Albert Clock, il Big Ben di Belfast, la città respira ritmi diversi, sull’ouverture della rinascita, il dualismo però non cessa di far coesistere due culture, religioni e identità nazionali ancora troppo distanti anche sui posti di lavoro. È la solennità più pura di una società divisa, di due città che cullano nello stesso ventre, dove il settarismo si verticalizza dalla base ai vertici e il collante della tolleranza è incarnato dal silenzio. Dal microcosmo politico alle strade, lo specchio dell’estrema polarizzazione delle due comunità rappresenta la reale stonatura del processo di pace. Dalle posizioni dello Sinn Féin di Gerry Adams a quelle del reverendo Ian Paisley e il suo Democratic Unionist Party, appare impossibile prevedere una qualsiasi forma di amministrazione mista nel parlamentino di Stormont: due finis terrae costantemente disposte allo scontro. Si ha l’impressione che un vuoto sordo si sia insinuato tra loro. Per fronteggiare il problema, però, almeno partendo trasversalmente alla società nordirlandese, pompano milioni di sterline destinati all’integrazione dai governi di Londra e Dublino e dai fondi comunitari europei di Bruxelles. Si chiamano “Peace and Reconciliation Projects” e vanno dal volontariato ai programmi educativi associati per i giovani. Di notte, alle spalle della Cattedrale, verso la storica West Belfast attraversando Crumlin road, le luci d’un bianco vellutato radono spioventi sul fondo stradale del “miglio della morte”.
© andrea varacalli

© andrea varacalli

Crumlin road, the snipers street, ieri la via dei cecchini repubblicani, oggi lo scenario più violento della faida lealista ci conduce al Monastero della Santa Croce di Padre Aidan Troy. Sulla destra i marciapiedi costeggiano la fortezza nazionalista di Ardoyne: il distretto cattolico divenuto trincea e simbolo della resistenza durante gli scontri negli ultimi 10 anni in concomitanza con le parate dell’Orange Order provenienti dalle logge di Shankill e Ballysillan. Father Aidan è anche il preside dell’istituto omonimo della Holy Cross, la scuola cattolica elementare femminile sotto assedio lealista da quattro anni. I muri di sinistra dell’edificio sono forati dalle piccole finestre munite di pesanti grate; un alveare che a malapena permette alle piccole alunne di poter vedere fuori il colore degli alberi. A scuola con la scorta dell’esercito: a oltranza gli attacchi hanno avuto una drammatica escalation. Ciononostante Belfast prova a rinascere sulle ceneri del presente e sui fumi di un conflitto che viaggia d’inerzia. Il molteplice, la violenza, il divenire: tutto nella questione nordirlandese appare come perennemente circolare. La sua immagine è prigioniera e insolente di se stessa, vive nel contrario della storia e del tempo: il mutamento che si appiattisce nell’immutabile è adesso un bivio per questa società.