Da Derry, Andrea Varacalli

Familiari, politici e gente comune hanno marciato verso la Guildhall, dove allora non fu permesso di arrivare: “Ora c’è giustizia”

Un viaggio a ritroso nel tempo attraverso trenta centimetri di stoffa e sangue. Quel fazzoletto nelle mani di padre Edward Daly che curvo su se stesso guida i soccorritori tra le barricate dell’esercito britannico, è diventato il simbolo della Bloody Sunday nell’immaginario del mondo, della storia e dell’arte.

Un’icona dalla straordinaria forza e perpetuata in uno degli splendidi murales del Bogside che raccontano quella disgraziata domenica in cui morirono tredici innocenti. È il sangue di Jackie Duddy, 17 anni cattolico, la prima delle vittime massacrate dai battaglioni paracadutisti inglesi a Derry il 30 gennaio del 1972.

Ieri, trentotto anni dopo, Kay Duddy, la sorella di Jackie, impugna quello stesso fazzoletto mentre marcia insieme a migliaia di persone verso la Guildhall, dove allora non fu permesso al corteo per i diritti civili di arrivare.

“Vogliamo che il mondo sappia quello che noi abbiamo sempre saputo! Vogliamo sappiate che i nostri cari erano in­nocenti!”, urlavano ieri.

Il teenager cattolico fu ucciso a sangue freddo mentre fuggiva dai militari nelle stradine del quartiere nazionalista. “Lì, proprio dietro il parcheggio dei Rossville flats”. È dove lo ha trovato e soccorso con quel pezzo di stoffa l’oggi 77enne padre Edward.

“Abbiamo aspettato con la famiglia Duddy quasi quarant’anni questa giornata. È una sensazione meravigliosa quando la verità emerge con questa potenza. È un sollievo per tutti e per tutta la comunità”, dice con vibrante emozione l’ex vescovo di Derry Edward Daly mentre guarda la piazza colma di gente.

Insieme ai familiari ci sono politici locali e centinaia di persone dagli Stati Uniti, dalla Francia e anche molti italiani.
Distinto, alto e brizzolato: per John Kelly questo è “un giorno glorioso”. John è il fratello dell’altro 17enne assassinato dai parà inglesi quando era accovacciato a terra, volto sulla sabbia e le mani sulla testa. L’esecuzione pubblica di Michael Kelly con pallottole 303-dum dum a espansione è forse una delle più truci di quella tragica giornata. “Mi sento vendicato dal rapporto Saville. Mi auguro che anche le famiglie del massacro di Ballymurphy – 11 morti, tutti disarmati, nell’agosto del 1971 a Belfast – troveranno giustizia”.

Tra la folla il repubblicano Martin McGuinness, il numero due dello Sinn Fein e vice primo ministro nell’Assemblea semi-autonoma di Stormont. L’ex comandante dei Provisionals Ira della brigata Derry, secondo la relazione Saville, era armato con una mitragliatrice Thompson, proprio poco prima della strage, “ma non ci sono prove che sia stata usata”.

Accanto alla famiglia di Jim Wray, un’altra delle vittime della Bloody Sunday, c’è Gerry Adams, leader dello Sinn Fein. È un ultimo augurio che suona come un ammonimento per il dipartimento della Giustizia britannico: “È tempo adesso di perseguire chi ha commesso una strage nel nome di uno Stato”.
Bloody Sunday: Kay Duddy con il fazzoletto di Padre Daly