Bobby Sands

La nascita di un repubblicano.

“La nascita di un repubblicano: da un ghetto nazionalista alla battaglia sul campo dei blocchi H”, dell’hunger-striker Bobby Sands, è stato pubblicato per la prima volta in forma anonima all’interno del numero del 16 dicembre 1978 di Republican News. Fu poi ristampato in An Phoblacht/Republican News il 4 aprile 1981, quando Bobby era in sciopero della fame da un mese.
Il pezzo fatto uscire di nascosto dalla prigione, presentato come ” Un blanket man ricorda come lo spirito di sfida repubblicano crebbe dentro di lui”, è un racconto in parte autobiografico. Per esempio, sebbene ai blanket men fosse stato negato il permesso straordinario per recarsi al funerale di un parente, come descritto nel pezzo, la madre di Bobby Sands era viva e vegeta e si rivolse infatti alla folla, durante il raduno tenutosi a Belfast il primo giorno di digiuno di suo figlio, chiedendo di sostenerlo per salvargli così la vita.

Sin da quando ero piccolissimo ricordo che mia madre parlava dei giorni movimentati della sua infanzia. Parlava spesso degli internamenti sulle navi prigione, di sparatorie e di morte, di incursioni in casa la mattina presto, quando si ascoltava con il cuore che batteva forte il rumore di stivali sui ciottoli della strada; e quando un nuovo giorno arrivava si sbirciava fuori dalla finestra per vedere un vicino che veniva trascinato via dagli Specials. Nonostante io non avessi mai capito bene cosa fosse l’internamento, o chi fossero gli Specials, sono cresciuto con l’idea che rappresentassero qualcosa di cattivo. Non potevo capire nemmeno quando mia madre parlava di Connolly e della Rivolta di Pasqua del 1916, e di come lui e i suoi compagni abbiano combattuto e siano poi stati giustiziati – un destino toccato a così tanti ribelli irlandesi nei racconti di mia madre. Con l’arrivo della televisione, le storie di mia madre furono sostituite da ciò che la TV poteva offrire. Iniziai ad essere un po’ confuso quando “i cattivi” delle storie di mia madre divennero in TV i miei eroi. L’esercito inglese combatteva sempre “dalla parte giusta” e i poliziotti erano sempre “i buoni”. Entrambi erano visti come degli eroi e li si imitava giocando da bambini.

Scuola

A scuola ci insegnavano storia, ma era sempre la storia inglese e degli storici trionfi inglesi in Irlanda e altrove. Mi chiedevo spesso come mai non mi avessero mai insegnato la storia della mia nazione e quando mia sorella, più giovane di me di un anno, iniziò a studiare il gaelico a scuola la invidiai molto. Qualche volta, verso i miei ultimi giorni di scuola, ho ricevuto qualche sporadica lezione di storia irlandese. E per queste lezioni fui davvero grato a quell’insegnante dal pensiero repubblicano che me le impartì.
Ricordo anche che mia madre parlava dei “bei vecchi tempi”. Ma delle sue meravigliose storie non riuscivo mai a ricordare alcun bel momento, e pensai spesso fra me e me “Grazie a Dio non ero un ragazzo a quei tempi” perché poi – finita la scuola – la vita mi sembrò una cosa meravigliosa.
Iniziai a lavorare e, nonostante all’inizio mi fossi spaventato un po’, poi andò meglio, specialmente con la ricompensa che arrivava al termine della settimana lavorativa. Balli e vestiti, e ragazze, e qualche spicciolo in tasca mi aprirono un nuovo mondo. Credo che a quei tempi avrei lavorato l’intera settimana dal momento che i soldi sembravano avere la precedenza su tutto il resto.

Cambiamento

Poi arrivò il 1968 e la mia vita cambiò. Poco alla volta le notizie iniziarono a cambiare. Iniziai a vedere regolarmente gli Specials (che ora sapevo essere i “B” Specials) attaccare e caricare con manganelli i gruppi di persone che da un giorno all’altro avevano preso a marciare per le strade. Dalle conversazioni in casa e dai pugni che mia madre sventolava davanti alla TV capii che erano i nostri quelli che ricevevano i colpi. Dopo aver visto le immagini di Burntollet i miei sentimenti si destarono e la mia solidarietà aumentò. Quel fatto si impresse nella mia mente come una cicatrice, e per la prima volta provai un vero interesse per ciò che stava accadendo. Mi arrabbiai.
Era il 1969, e gli eventi si susseguirono in fretta perché nella zona in cui vivevo arrivò il mese di agosto e fu un uragano. Il mondo intero esplose ed il mio piccolo mondo si frantumò intorno a me.
La TV non doveva più raccontarmi quello che stava succedendo, perché tutto accadeva sulla soglia di casa mia. Belfast era in fiamme ma era il nostro quartiere, le nostre misere case, che venivano messe a fuoco. Gli Specials si presentarono a capo della RUC e di orde di orangisti, proprio nel bel mezzo delle nostre strade, appiccando il fuoco, saccheggiando e uccidendo.
Non c’era nessuno che ci potesse salvare tranne “i ragazzi”; così mio padre chiamava gli uomini che difendevano il nostro quartiere con un pugno di pistole. Mentre il rumore insolito di spari continuava ad echeggiare, in un batter d’occhi apparvero figure, voci e facce mai viste prima: i soldati inglesi armati di tutto punto erano giunti nelle nostre strade. Ma ormai non li vedevo più come “i bravi ragazzi” della mia infanzia, perché la loro presenza mi fece riflettere.
Prima che potessi pensare ad una soluzione, la risposta mi arrivò nella forma di incursioni alle prime ore del mattino e mi cordai le storie di mia madre sui momenti bui precedenti. Perché ora ero io ad ascoltare con il cuore che batteva forte il rumore degli stivali dei soldati nella calma del mattino; ed ero sempre io a sbirciare da dietro le tende mentre le porte di casa dei vicini venivano abbattute, e padri e figli venivano trascinati fuori per i capelli e spinti in malo modo sul sedile posteriore di mezzi blindati dall’aria sinistra.
A tutto questo seguì lo spudorato omicidio: l’uccisione a sangue freddo di gente nelle nostre strade.
Il coprifuoco andava e veniva, portandosi via sempre più vite.

IRA

Bobby Sands - Cinque richiesteOgni volta che giravo l’angolo vedevo sempre le ormai troppo famigliari scene con case distrutte e gente che veniva portata via. La città era in tumulto. Gli attentati dinamitardi divennero una cosa abituale, così come le battaglie a colpi di pistola con le quali che “i ragazzi”, ossia l’IRA, rispondevano agli attacchi degli inglesi.
La TV non mostrava altro che battaglie a colpi di arma da fuoco e attentati. La popolazione era insorta e rispondeva ai colpi e mia madre, con il suo nuovo spirito di resistenza, lanciava incoraggiamenti alla TV, gridando “Dateci dentro, ragazzi!”.
Arrivò la Pasqua del 1971 e la parola sulla bocca di tutti era “i Provos – l’esercito della gente”, la spina dorsale della resistenza nazionalista.
Avevo ormai 18 anni ed ero stufo di rivolte. Non importava quante volte provassi o quante pietre tirassi, non riuscivo mai a sconfiggerli – gli inglesi tornavano sempre….
Avevo visto troppe case ridotte a delle macerie, padri e figli arrestati, vicini feriti, amici uccisi, e troppi lacrimogeni, troppe sparatorie, e troppo sangue – la maggior parte del quale versato dalla mia gente.
A 18 anni e mezzo entrai nei Provos. Mia madre piangeva di orgoglio e di paura quando uscivo ad affrontare l’immensa potenza di un impero con una carabina M1 e abbastanza odio da rovesciare il mondo. Con mia grande sorpresa, i miei amici di scuola ed i miei vicini divennero miei compagni in quella guerra. Divenni presto più consapevole dell’intera lotta per la liberazione nazionale – così iniziai a chiamare quello che prima definivo “i Troubles”.

Operazioni

Le cose per un volontario nell’IRA non erano per niente facili. Ero già stato assalito e per ben due volte mi avevano preso, interrogato e picchiato. Ma avevo superato tutto.
Poi arrivò un altro uragano: l’internamento. Molti miei compagni sparirono – internati.
Molti dei miei vicini, innocenti, andarono incontro allo stesso destino. Altri non furono così fortunati – furono semplicemente uccisi. La mia vita ora girava attorno a notti insonni trascorse in attesa, sfuggendo agli inglesi e cercando di calmare i nervi prima di uscire per un’azione.
Ma la gente stava dalla nostra parte.
La gente non solo ci apriva le porte delle loro case per darci una mano ma ci apriva anche i loro cuori, e presto imparai che senza quella gente non avremmo mai potuto sopravvivere. E sapevo che a loro dovevo tutto.
Arrivò il 1972 e passò quello che sarebbe stato il mio ultimo natale a casa per lungo tempo. Gli inglesi non mollavano mai la presa. Nessuna pietà fu mai mostrata, come testimoniarono le atrocità del Bloody Sunday a Derry. Ma continuammo a combattere, così come fecero i miei compagni in prigione, che intrapresero un lungo sciopero della fame per veder riconosciuta la condizione di prigionieri politici.
Lo status si prigionieri politici fu ottenuto poco prima della prima, ma dalla breve durata, tregua del 1972. Durante questa tregua l’IRA si preparò e si tenne pronta per l’imminente ed intensa Operazione Motorman, che arrivò e passò, portando con sé le barricate.
La lotta di liberazione avanzò con decisione ma poi arrivò il disastro a livello personale – fui catturato.
Era l’autunno del 1972. Fui incriminato e per la prima volta fui spedito in prigione. Avevo 19 anni e mezzo, ma non avevo altra scelta se non quella di prepararmi alle difficoltà che mi aspettavano.
Vista la desolata corruzione del sistema giudiziario, mi rifiutai di riconoscere la corte. Fui spedito in un blocco circondato da filo spinato dove trascorsi 3 anni e mezzo come prigioniero di guerra con lo “status di categoria speciale”.
Non sprecai il mio tempo. Non permisi alle rigide regole della prigione di cambiare di un centimetro la mia determinazione rivoluzionaria. Mi informai e mi preparai sia su questioni politiche che militari, e così fecero i miei compagni. Nel 1976, quando fui rilasciato, non ero spezzato. Infatti ero ancora più determinato a combattere per la liberazione. Mi ripresentai alla mia unità locale dell’IRA e mi ributtai nella lotta. Parecchie cose erano cambiate. Belfast era cambiata. Alcune zone del ghetto erano completamente scomparse ed altre erano in procinto di essere rimosse. La lotta stava ancora andando avanti sebbene tattiche e strategie fossero cambiate.
Inizialmente trovai un po’ difficile adattarmi ma poi entrai nell’ordine delle cose e all’età di 23 anni mi sposai. La vita no nera male, ma c’erano ancora molte cose che non erano cambiate, come la presenza di truppe britanniche in uniforme nelle nostre strade, e l’oppressione della nostra gente.
La lotta di liberazione era iniziata da sette anni e aveva visto una secondo (e prolungato per sbaglio) coprifuoco.
Il governo inglese stava ora cercando di “ulsterizzare” la guerra. Ciò comprendeva il tentavi di criminalizzare l’IRA e di normalizzare la situazione di guerra. Bisognava portare avanti la lotta di liberazione. Così, 6 mesi dopo il mio rilascio, avvenne il secondo disastro dal momento che finii nuovamente in prigione!.

Cattura

Con mia moglie incinta di 4 mesi, lo shock della cattura, i 7 giorni di inferno a Castlereagh, una breve apparizione in tribunale e il rinvio a giudizio, ed il ritorno in una cella fredda e umida quasi mi distrussero. Dovetti radunare ogni grammo dello spirito rivoluzionario che mi era rimasto per rimettermi in piedi e affrontare la cosa.
La prigione, anche se non era per me una cosa nuova, fu davvero terribile, peggio della prima volta. Le cose erano cambiate in modo significativo da quando era stato revocato lo status di prigionieri politici. Prigionieri repubblicani e lealisti si ritrovavano insieme nella stessa ala della prigione.
La maggior parte del giorno si trascorreva rinchiusi in cella. I secondini, molti dei quali sapevo essere dei codardi, si recavano ora in gruppetti nelle celle dei prigionieri repubblicani per perpetrare brutali pestaggi. Questo sarebbe stato lo schema lungo tutto il percorso che avrebbe portato alla criminalizzazione: tortura e ancora tortura per rompere il nostro spirito di resistenza. Avrei dovuto tramutarmi da rivoluzionario combattente per la libertà a criminale con un semplice colpo di penna, e con azioni disumane dalla natura brutale.
Kieran Nugent e altri POWs repubblicani avevano già iniziato la blanket protest“blanket protest” per riottenere lo status di prigionieri politici. Si rifiutarono di indossare l’uniforme della prigione o di fare i lavori previsti. Dopo diversi rinvii a giudizio giunse finalmente il momento, 11 mesi dopo il mio arresto, e mi ritrovai davanti ad un tribunale senza giuria. Nel giro di due ore fui giudicato colpevole e assieme ai miei compagni fui condannato a 15 anni. Ancora una volta mi ero rifiutato di riconoscere quella farsa di sistema giudiziario. Mentre ci portavano via dal tribunale mi madre, come sempre incurante del pericolo, si alzò in piedi nella galleria e ruppe il silenzio gridando “Non vi spezzeranno mai, ragazzi!”. E mia moglie, da qualche parte dietro mia madre, con gli occhi pieni di lacrime, mi accennò un sorriso di incoraggiamento. Almeno, pensai, lei ha il nostro bambino. Ora che ero in prigione, nostra figlia le terrà compagnia e forse le renderà più leggera quella solitudine che lei conosce fin troppo bene.
Il giorno seguente diventai un “blanket man” e mi ritrovai seduto sul pavimento freddo, nudo, con solo una coperta addosso, in una cella vuota.

Blocchi H

I giorni erano lunghi e trascorrevano in solitudine. La totale e improvvisa privazione di quelle basilari necessità umane come l’esercizio fisico e l’aria fresca, il ritrovarsi con altre persone, i propri vestiti, e piccole cose come il giornale, la radio, le sigarette, i libri e una serie di altre cose rese la vita davvero difficile.
All’inizio, come al solito, riuscii ad adattarmi. Ma, con il passare del tempo, mi ritrovai faccia a faccia con una vecchia “amica”, la depressione, che mi aveva già consumato in molte occasioni e che mi aveva trascinato nei suoi meandri oscuri.
Da casa ricevevo solo occasionalmente una lettere, che riusciva a passare la censura della prigione.
Poco alla volta il mio aspetto e la mia salute iniziarono a cambiare in modo drastico. I miei occhi – vitrei, penetranti, scavati e circondati da una pelle pallida, giallastra – divennero spaventosi.
Avevo una barba lunga e, come i miei compagni, sembravo un cadavere vivente. Quelle emicranie fortissime, che erano iniziate in sordina, divennero una costante giornaliera e la mancanza di esercizio fisico mi causò forti dolori muscolari.
Nei blocchi H i pestaggi, lunghi periodi nelle celle di punizione, diete da fame e torture erano la norma.
Il 20 marzo 1978 completammo l’intero circolo di deprivazione e di sofferenza. Nel tentativo di mettere in luce le nostra intollerabile sofferenza, iniziammo uno sciopero della sporcizia, rifiutandoci di pulire, di farci la doccia, di sistemare le nostre celle o di svuotare i nostri puzzolenti buglioli. I blocchi H divennero campi di battaglia dove lo spirito di resistenza repubblicano si scontrò con tutte le azioni disumane che gli inglesi potevano perpetrare.
Inevitabilmente, il coperchio del silenzio su ciò che accadeva nei blocchi H esplose e le atrocità portate avanti nella prigione vennero alla luce. Il campo di battaglia peggiorò: le nostre celle divennero delle tombe infestate di germi, con mucchi di immondizia che marciva e vermi, pulci e mosche che dilagavano. Il continuo e nauseante odore di urina e la puzza dei nostri corpi e delle nostre celle faceva sembrare un porcile l’ambiente in cui eravamo rinchiusi.
I secondini, continuando ad infliggere torture su torture, ci colpivano con getti d’acqua, ci spruzzavano con il disinfettante, rovistavano le nostre celle, ci lavavano con la forza, e ci torturavano allo sfinimento. Sangue e lacrime caddero sul campo di battaglia – tutte nostre. Ma rifiutammo di arrenderci.

Orgoglioso

Lo spirito repubblicano prevalse e mentre siedo qui nelle stesse condizioni e torture nel blocco H numero 5, sono orgoglioso, anche se fisicamente distrutto, mentalmente esausto, e pieno di odio e di rabbia.
Sono orgoglioso perché sia io che i miei compagni abbiamo incontrato, combattuto e respinto un mostro e continueremo a farlo. Non ci faremo mai criminalizzare, non faremo criminalizzare la nostra gente.
Oppressi e pieni di dolore, gli uomini e le donne che non hanno padrone si sono alzati. Un popolo risorto, che marcia in migliaia per le strade con sprezzo e rabbia verso l’oppressore, l’omicida, ed il torturatore. Lo spirito di libertà irlandese in ognuno di loro – e sono davvero orgoglioso.
La settimana scorsa ho ricevuto la visita di mia moglie, che è rimasta sempre al mio fianco. Ha fatto fatica a riconoscermi e in lacrime mi ha detto della morte della mia cara mamma – che Dio l’aiuti, quanto ha sofferto.
Mi sedetti in lacrime mentre mia moglie mi raccontava di come mia madre avesse marciato con la sua coperta, assieme a migliaia di persone, per suo figlio e per i suoi compagni, e per la libertà d’ Irlanda.
Quando i secondini sono venuti a comunicarmi che non avrei potuto usufruire del permesso speciale per recarmi al funerale di mia madre mi sono seduto sul pavimento, in un angolo della mia cella, e ho pensato a lei in Paradiso, mentre agita il suo pugno per mostrare rabbia e disprezzo nei confronti degli spietati oppressori della sua nazione. Ho pensato anche a coloro che stanno crescendo ora in un’atmosfera caratterizzata dalla guerra e, proprio come mia figlia, stanno crescendo senza padre, senza pace, senza un futuro, e sotto l’oppressione inglese. Che crescono per finire nella prigione di Crumlin Road, a Castlereagh, nella prigione di Armagh, nei “blocchi infernali” (Hell-Blocks, modifica del nome H-Blocks, Ndt).
Riflettendo sul mio passato so che tutto questo succederà se la nostra nazione non si libererà di questo perenne oppressore, l’Inghilterra. E sono pronto ad uscire e a distruggere coloro che hanno fatto soffrire la mia gente così tanto e così a lungo.
Ero solamente un ragazzo della classe operaia, che proveniva da un ghetto nazionalista, ma è la repressione che crea lo spirito rivoluzionario della libertà.
Non mi fermerò fino a quando non otterrò la liberazione del mio paese, fino a quando l’Irlanda non sarà una repubblica socialista sovrana ed indipendente.
Noi, la gente che si è alzata, trasformerà la tragedia in trionfo. Noi costruiremo una nazione!