Fabio Carminati, Avvenire, dicembre 2005

“La guerra tra i più poveri rischia di allungarsi ancora”

eritrea-etiopiaL’unica guerra che un popolo può vincere è quella che riesce ad evitare. Ed è l’esatto contrario di quanto è successo, sette anni fa, sulla pelle della gente dell’Eritrea e dell’Etiopia. E che ora rischia di ripetersi, perché i segnali ci sono tutti. Gli stessi, per certi versi, che hanno preceduto il conflitto che dal 1998 al 2000 ha portato alla morte più di centomila persone, al costo di un milione di dollari per ogni giorno combattuto. Ieri, il regime dell’Asmara ha ordinato a 150 osservatori dell’Onu – inseriti in un contingente di più di tremila caschi blu dispiegati su un confine di quasi mille chilometri – di lasciare il Paese. Senza spiegazioni, ma con l’ultimatum di fare i bagagli entro dieci giorni. Ad ottobre, sempre il governo di Issaias Afeworki aveva vietato i voli dell’Unmee (il contingente Onu) sulla zona cuscinetto al confine. eritrea-etiopiaProprio mentre i rapporti inviati al Consiglio di sicurezza parlavano di “consistenti spostamenti di truppe verso il confine”. Ed è intorno a questo “confine” che la guerra, per il momento verbale, rischia di trasformarsi in effettiva. Per questo “confine” si era combattuto dal ’98. Per questo “lembo di sassi e sabbia” si era litigato dopo la pace di Algeri del Natale dell’Anno Santo: Addis Abeba aveva rigettato la conclusione dell’arbitrato internazionale, per poi giungere a più miti consigli in cambio di quello sbocco al mare che Asmara non ha però mai concesso. Ma a quel punto il cerchio si era chiuso, lasciando di fatto inalterati i motivi di scontro che avevano armato i due Paesi. Fin qui i segnali di una “crisi diplomatica”. Preoccupanti sintomi di un pericolo molto più profondo e scatenante che è invece tutto politico. Entrambi i leader, Issaias Afeworki e Melles Zenawi, hanno infatti enormi problemi “interni”. Il primo non è riuscito a rendere fino in fondo conto del “risultato” ottenuto con la guerra che ha decimato la popolazione e accresciuto il livello di povertà. Inoltre, il regime continua a mantenere in carcere centinaia di avversari politici e subisce di continuo accuse di violazioni delle più elementari norme sui diritti umani. Sull’altro fronte la situazione di Melles è speculare. Etiopia-EritreaE il mese scorso il “disagio” è esploso con i moti di piazza e con l’opposizione che gli rinfacciava i brogli nelle elezioni che nella primavera scorsa gli avevano assicurato la sopravvivenza politica. Senza dimenticare che anche Addis Abeba è accusata da più parti di utilizzare le carcerazioni come unica risposta alle istanze di chi non la pensa come il governo. Insomma, per dirla con quanti avevano scavato nei motivi veri del conflitto di sette anni fa, due posizioni che la guerra aveva di fatto “salvato”. Entrambi, si era detto, avevano ribaltato il noto motto di Sun Tzu ed erano andati allo scontro pur sapendo di non poterlo vincere. Ma adesso si rischia di commettere, o meglio, di consentire lo stesso errore. Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, accusato a più riprese dall’Asmara di posizioni filo-etiopi, ha condannato il divieto ai voli di più di un mese fa. In queste ore ha ulteriormente deprecato il nuovo strappo deciso da Afeworki. EritreaLo stesso ha fatto il segretario Kofi Annan. Ma il segnale forte che deve arrivare va al di là forse di un organismo che già in altre crisi africane ha mostrato il fianco alle critiche di inefficienza. Deve venire probabilmente da quei Paesi – e l’Italia oltre agli Stati Uniti è uno di questi – che nel 2000, facendo pesare il loro ruolo, avevano ricondotto tutti alla ragione. Siglando quella pace che aveva chiuso la più lunga “guerra dei poveri” del pianeta.