Vittorio E. Parsi, Avvenire, 7 Aprile 2006

Spiritello populista si aggira per le Ande

PerùIl fantasma del populismo si aggira forse per l’area andina? Le prossime elezioni presidenziali peruviane del 9 aprile potrebbero vedere la vittoria di Ollanta Humala, candidato “etno-nacionalista”, che nel suo programma parla di riscatto della razza “cobriza” (cioè i nativi) e afferma che solo chi è indio o meticcio è un “vero peruviano”, mentre chi è di razza bianca, asiatica o nera ha “solo la cittadinanza peruviana”. Secondo alcuni osservatori, l’ex militare Humala sarebbe portatore di un messaggio apertamente populista dalle preoccupanti radici fasciste.
Probabilmente Humala non risulterà eletto al primo turno, e il ballottaggio fissato per il 7 di maggio potrebbe portare alla vittoria uno degli altri due candidati: la conservatrice Lourdes Flores o l’ex presidente Alan Garcia. Ma resta il fatto che la popolarità raggiunta in un periodo di tempo relativamente breve da questo nazionalista, che sogna il ritorno all’impero degli Incas ed è ferocemente anticileno, offre qualche spunto di riflessione.
Per molti aspetti, Humala si colloca nel solco del più recente successo di un populismo andino, che sfrutta abilmente il cosiddetto risveglio indigeno allo scopo di lasciare sullo sfondo i suoi tratti illiberali (Chavez in Venezuela) o i contenuti deboli e fragili della propria piattaforma economico-politica (Morales in Bolivia). Già l’attuale presidente Toledo aveva giocato la retorica della fierezza nazionale delle popolazioni originarie contrapposta al cosmopolitismo della borghesia liberista. PerùNel confinante Ecuador, le popolazioni andine e amazzoniche sono da tempo raccolte in organizzazioni sindacali risultate determinanti nell’ascesa e nel declino della fortuna politica del presidente Gutierrez. D’altro canto, però, le posizioni etnico-nazionaliste di Humala appaiono assai più pericolosamente capaci di alimentare un estremismo che potrebbe portare a un conflitto razziale, farsesco per la mescolanza etnica e culturale che caratterizza il Perù, ma non meno grave per le conseguenze. Sarebbe paradossale e raccapricciante che l’esito indesiderato del positivo movimento di autocoscienza delle popolazioni native (che ha subito una brusca accelerazione con le contromanifestazioni in occasione del quinto centenario della “scoperta” dell’America, nel 1992) finisse con l’essere un impossibile revanchismo dei “cholos”. Cholos è il termine spregiativo con cui in Perù venivano indicati i diseredati di origine indigena. Nel discorso propagandistico di Humala è diventato un sinonimo di aristocrazia originaria. Perù, Machu PicchuNon ci sarebbe niente di inquietante nel capovolgimento di senso di una parola finora utilizzata spregiativamente, operazione a cui abbiamo assistito tante volte nella storia, basti pensare ai descamisados argentini. Ma qui è in gioco un’implicazione razziale (e potenzialmente razzista).
Occorre infine segnalare un altro pericolo, più sottile e comune all’intera area andina: quello che si alimenti una semplicistica rappresentazione della realtà, capace di contrapporre ad arte l’Occidente e la sua cultura cosmopolita, individualista e “globalizzata” a un comunitarismo agreste ed ingenuo. Sarebbe l’ultimo definitivo inganno, che condannerebbe tutte quelle popolazioni alla perpetuazione di un destino di duplice sfruttamento: da parte dei grandi interessi economici e di leader politici inetti, interessati solo a edificare il proprio potere personale.