di Massimiliano Vitelli

elezioni usa 2008

Il mondo tiene il fiato sospeso. A novembre il risultato della sfida Obama – McCain deciderà da che parte andrà. In gioco c’è la scrivania più potente del globo. Occhi aperti su alleanze, lobbies, giochi di potere e di colori.

barack obamaIl grande elettorato democratico ha scelto. Sarà Barack Obama a contendere l’abitazione della stanza ovale al repubblicano John McCain. La grande partita di scacchi, che porterà prima della fine dell’anno all’elezione del nuovo Presidente degli Stati Uniti, è iniziata domenica 8 giugno con l’uscita di scena di Hillary Rodham Clinton che ha sospeso (e non ritirato) la sua candidatura. Ultima mossa, non a sorpresa, di una donna che vive da sempre la politica americana e che ne conosce a fondo le trame ed i meccanismi. Con la sola sospensione, infatti, la senatrice Clinton mantiene il controllo dei superdelegati che si è aggiudicata in 16 mesi di campagna elettorale e, soprattutto, la possibilità di continuare la raccolta fondi per saldare i debiti contratti necessari a mettere in piedi il baraccone itinerante che l’ha vista in giro, senza sosta, per gli States per quasi un anno e mezzo. Il suo futuro comunque è sulla scena. Varie le ipotesi, una sola la certezza. Il ranch in Texas aspetterà. Il suo discorso di chiusura, studiato dall’entourage della società BILL-ARY anche nelle più piccole smorfie del viso è stato un piccolo capolavoro di equilibrismo politico-economico. Dopo aver elogiato i risultati ottenuti dichiarando che d’ora in poi una donna non avrà più limitazioni nell’ambizione di poter raggiungere qualunque posizione lavorativa, lo show pro-Obama è iniziato. Criticato neanche troppo velatamente fino al giorno prima, oggi il Nero che avanza, ottiene dalla ex First-Lady un appoggio al limite del grottesco. L’apice è arrivato quando la signora Clinton ha incitato la “sua” folla gridando lo slogan elettorale di Barack Obama (Yes we can). Qualche sospetto sulla genuinità delle intenzioni di Hillary è arrivato poco dopo proprio dallo staff di Obama che ha dato in pasto alla stampa una notizia interessante: tra i due sono in corso dei colloqui per stabilire quanto il nuovo candidato democratico verserà nelle casse dell’amica-nemica per avere il suo incondizionato appoggio per il rush finale (si parla di circa 12 milioni di dollari). Così, con la Clinton in via di liquidazione, la sfida è definita. McCain-Obama: è tempo di scegliere le armi.
casa biancaCertamente il duello sarà senza esclusione di colpi. Entrambi i candidati hanno subito iniziato un’opera di sano “convincimento” che riguarda le grandi lobbies americane. Prima tra tutte quella israeliana. L’insegnamento che arriva dal passato è semplice e privo di possibili interpretazioni. Chi vuole sedere sulla poltrona dell’uomo più potente del mondo deve avere dalla sua l’enorme comunità israeliana americana. La sua influenza nel Congresso, nelle strategie degli interventi militari in Medio Oriente, nell’intera economia (americana e mondiale), sono così forti da farne uno “zoccolo duro” imprescindibile. Così, messaggi a difesa dello stato d’Israele e di ogni suo interesse, sono in quasi ogni discorso di entrambi. Obama, però, rischia sull’altra grande lobby, quella dei fabbricanti di armi. Le sue idee sul ritiro dall’Iraq, su una società a stelle e strisce meno violenta e più aperta al dialogo ed alla tolleranza certamente lo hanno reso inviso a chi, proprio dalla bellicosità, trae vantaggi economici.
john mccainSu questo McCain dorme sonni tranquilli, con il suo passato da soldato in Vietnam e la sua fermezza nel dichiarare che se vincerà la Presidenza gli Stati Uniti non lasceranno la guerra in Iraq a metà. Le acque si dividono anche sul puro piano della pigmentazione epidermica. Dopo aver giocato d’anticipo accusando Barack Obama di razzismo verso i bianchi, John McCain deve prendere atto che quasi la totalità della comunità afro-americana gli ha già voltato le spalle. Il sogno di evitare le botte ad ogni controllo di polizia è per i neri d’America troppo bello per lasciarselo scappare. Chi dei due vincerà, comunque, ha già un’agenda ricca di difficili impegni. Primo fra tutti: trovare una soluzione al problema petrolio e bio-carburanti. La situazione sta precipitando. Gli Stati Uniti hanno, negli ultimi tempi, aumentato a dismisura il consumo di mais (facendone impennare il prezzo) utilizzandolo per produrre energia nel ciclo dell’etanolo. Tutto ciò, però, non solo non basta a far scendere il prezzo del petrolio ma è più che sufficiente a portare alle stelle quello del granturco. Sembra che addirittura alcuni coltivatori di oppio abbiano deciso di sostituirlo con il mais prevedendo guadagni maggiori.
Per chiudere, uno sguardo al sistema elettorale. Quello dei “grandi elettori” che già decise la sfida Bush-Al Gore. Infatti, questo metodo (in verità ampiamente discutibile) non premia chi ottiene il maggior numero di voti ma chi porta a casa più stati, indipendentemente dal numero dei suoi abitanti. Ogni stato è un “grande elettore”. Capita così, sovente, che chi ottiene meno voti vince. Forza della democrazia.
La partita di scacchi che deciderà in gran parte le sorti del mondo durerà 6 mesi, il Nero appare in vantaggio, il Bianco non mollerà facilmente.