Alessandra Colla
N. 2 (gennaio-marzo 2005) del trimestrale “Eurasia”, in cui tratto di apporti e rapporti culturali fra Islam ed Europa nel Medio Evo

«Tu ti fidavi della tua malizia e dicevi: “Nessuno mi vede”, la tua saggezza e la tua scienza ti hanno sviata e tu dicevi in cuor tuo: “Io, e nessun altro fuori di me”»
(Isaia 47:10)

«Non ha Dio reso stolta la sapienza di questo mondo?»
(Paolo di Tarso, Prima Lettera ai Corinzi I,1,20)

«Nec vero impios libros […] scriptos habere aut legere aut describere quisquam audeat: quos diligenti studio requiri ac publice comburi decernimus»
(Codex Iustinianeus, 1.5.6.1)

«A colui che procede lungo una via nella ricerca d’una scienza Dio spiana una via al Paradiso. Colui che lascia la sua casa alla ricerca della scienza è nella Via di Dio sino al suo ritorno Ricercate la scienza, fosse anche fino in Cina.»
(Maometto, Detti)

«La prima cosa che Dio ha voluto dai suoi servi è che essi Lo conoscano per mezzo dei diversi aspetti attraverso i quali Egli si fa conoscere da loro. Infatti Egli si è fatto da loro conoscere attraverso la creazione del mondo […]. La conoscenza precede ogni cosa ed è la radice di ogni cosa.»
(Shaykh al-Muhâsibî, maestro sufi del IX secolo)

«Non seguite le congetture, non la menzogna, ma esibite una scienza»
(Corano, VI.148)

«Al di sopra di ogni uomo che possiede una scienza ve ne è uno più sapiente ancora»
(Corano, XII.76)

La grande piazza è già gremita nonostante l’ora ancora grigia. Il cielo di Parigi è di quell’algido azzurro che hanno i cieli del nord, così diversi da quelli sontuosi del Mediterraneo; le brume mattutine si sollevano, e i raggi del sole illuminano il rogo non ancora acceso che campeggia nel centro della piazza. Da lontano si odono rullare i tamburi che annunciano la processione – autorità civili e religiose, capitoli delle cattedrali, monaci di diversi ordini convergono tutti verso il luogo in cui sarà condannata l’eresia, e in cui verranno pubblicamente bruciati gli empi libri che contengono l’ultima cosa di cui la Chiesa ha bisogno: il seme del dubbio. Popolani, borghesi, perditempo, studenti e monelli si affollano intorno alla pira. Nell’aria si addensa il fumo dei ceri, i tamburi tacciono per lasciare il posto agli squilli di tromba che precedono la pronunciazione solenne di una condanna tanto formale quanto definitiva: «Le fascine ammucchiate s’incendiano lambite dalle torce, e non appena le fiamme divampano gli “eretici muti”, i “portatori di eresia” vi finiscono tra un salmodiare di penitenti e i mormorii rabbiosi che qualcuno, tra la folla, ha ancora il coraggio di levare. Le pagine si accartocciano, le rilegature anneriscono, in breve diventa cenere la materia che ha contenuto lo spirito.

Potrebbe essere il 1210, o il 1215. Non ha molta importanza. Anche le parole della condanna non sono precise – le ho ricostruite sulla base di documenti analoghi di epoca posteriore (1). Nemmeno questo ha molta importanza. Quello che importa è che sul rogo sono finiti gli scritti ormai perduti di Amalrico di Bène (2), filosofo e teologo francese, e i Quaternuli di Davide di Dinant, filosofo fiammingo o forse bretone, entrambi accusati di eresia. Davide riuscì a fuggire dalla Francia prima di essere arrestato e processato, e morì chissà dove dopo il 1215. Amalrico era già morto, forse nel 1207: sul rogo finì il suo cadavere, riesumato per l’occasione secondo una prassi consolidata all’epoca, e i suoi resti vennero dispersi (3). In questa storia cupa di un tempo che vide tutta la luce del mondo, l’unica data certa è proprio quella del 1210: l’anno in cui il sinodo della provincia ecclesiastica di Sens, riunito a Parigi, condanna gli scritti di ispirazione panteistica dei due pensatori e prescrive che a Parigi non si leggano “né in pubblico né in segreto” i libri metafisici e fisici di Aristotele. Eppure l’università di Parigi è appena stata riconosciuta tale – nel 1200, col privilegio di Filippo Augusto (4). Com’è possibile che nel giro di un decennio venga colpito d’interdetto proprio l’insegnamento aristotelico che costituisce il fulcro del movimento di idee del tumultuoso XIII secolo?

Le date, si sa, sono una convenzione: ogni civiltà si affida a un proprio metodo di datazione, e anche nel caso in cui si arrivi a una sistemazione generale del modo di computare lo scorrere degli anni, ogni società mantiene l’accento su particolari ricorrenze del calendario che segnano la sua propria storia differenziandola da quella di altri gruppi. A volte, però, accade che le date dicano molto più di quanto traspare dal loro semplice ruolo di segnavia sui sentieri del tempo: ed è quello che accade, appunto, nell’anno 1198 della nostra era.

Il 1198, dunque, è compreso fra due avvenimenti altamente significativi per un mondo ancora molto lontano dal villaggio globale dei nostri tempi, e purtuttavia già virtualmente unificato dalla presenza sempre più concreta del cristianesimo di Roma – “nulla salus extra ecclesiam”, ecco la parola di passo che percorre l’Impero. AverroCosì, la morte dell’ultranovantenne papa Celestino III (al secolo Giacinto di Pietro di Bobone), avvenuta l’8 gennaio 1198 all’età di 92 anni dopo soli sette anni di pontificato (5), dà il via alla frenetica ricerca di un altro papa, meno moderato (meno debole, dicono alcuni) e più motivato nell’edificazione di un potere non meno temporale che spirituale – il prescelto sarà l’astuto, autoritario Innocenzo III. Ed è un fatto che la scomparsa di Celestino III segna davvero la fine di un’epoca: il XIII secolo che sta per schiudersi porterà con sé una nuova dimensione del papato, trionfale e trionfante in un Medio Evo che soltanto allora potrà dirsi veramente “cristiano”. L’ideologia del binomio Sacerdozio/Regno si consolida e si annette un terzo, fondamentale elemento: il Sapere – lo Studium.

Ma il 1198, aperto da una morte, si chiude con un’altra morte non meno importante: quella del pensatore arabo Averroè, che scompare a Marrakech il 10 dicembre. Abu al-Walid Muhammad ibn Ahmad ibn Muhammad ibn Rushd (questo il suo nome originale e completo) è un gigante del pensiero – medioevale e non solo. Grazie a lui l’Occidente cristiano beneficerà del sapere aristotelico, al cui commento Averroè si dedicherà con tanto impegno e tanta passione da essere citato, in quegli abbaglianti secoli “bui”, semplicemente come “il Commentatore” per eccellenza. Dante stesso lo ricorda come «colui che ‘l gran Comento feo (6)» – e sarà quel Commento a fare di quest’Arabo di Spagna il convitato di pietra del sec. XIII.

dottori della sorbonaLo studium, si diceva. Più precisamente, la parola indica un tipo particolare di sapere: quello universitario, dispensato in alcuni centri qualificati e sottoposti al rigido controllo della Chiesa. Le università non sono un’invenzione del sec. XIII – Bologna, la più antica università europea, era attiva già nel 1088; e la più antica del mondo è quella di al-Azhar al Cairo, voluta intorno al 970 dal califfo sciita Fatimide Almuiz -, ma è in questo secolo che sbocciano in tutta la loro complessa fecondità. Si tratta, in buona sostanza, di spazi riservati agli specialisti, ai professionisti del sapere: maestri e studenti insieme costituiscono un’autentica corporazione, l’universitas, appunto, che proprio in quanto corporazione gode di suoi specifici privilegi. Il sapere che circola su suolo italiano, francese, spagnolo e britannico non è puramente intellettuale nel senso di fine a se stesso, ma ricopre un ruolo profondamente sociale: è grazie ad esso che si formano i quadri dei nuovi Stati e dei nuovi corpi politici orgogliosamente levati in faccia all’Impero – papato e Chiesa affermano la loro potenza anche e soprattutto attraverso la costruzione e la diffusione di un sapere teologicamente orientato ed elevato a sistema normante di una spiritualità in espansione. (Ma si badi: spiritualità – e non solo. Perché la soluzione che il problema dell’organizzazione degli studi in una data società riceve è sempre immancabilmente rivelatrice delle tendenze intellettuali presenti nella medesima società, della quale tradisce la concezione ad essa sottesa del sapere e della funzione che gli si attribuisce nella vita sociale, culturale, economica e politica).

Ora, la storia del pensiero occidentale nel sec. XIII è dominata da un avvenimento capitale di portata incalcolabile: l’introduzione, in un Occidente che si vuole cristiano e per ondate successive comprese fra la metà del sec. XII e la fine del XIII, di una cospicua letteratura filosofica e scientifica di origine greca, ebraica ed araba – “pagana”, secondo il termine profondamente negativo che all’epoca connota ogni pensiero non-cristiano. L’incontro fra cristianesimo e paganesimo, che già nel sec. IV si era tentato di contenere (7), degenera inevitabilmente in scontro. A fronte dell’atteggiamento tipicamente “pagano”, consistente nell’attribuire alla filosofia un senso compiutamente totalitario e a concepirla quindi come sistema generale delle scienze e sapienza integrale al cui coglimento è teso tutto lo sforzo del pensiero umano – a fronte di questo atteggiamento, dunque, si leva compatta l’idea fondamentale che ha guidato l’organizzazione degli studi durante tutto l’alto Medio Evo: l’eliminazione della filosofia pagana non soltanto come sintesi del sapere ma addirittura come saggezza di vita. Medio Evo e Islam: Carlo MagnoE questo perché la sapienza del Vangelo, nell’ottica del cristianesimo trionfante, ha detronizzato la sapienza umana: «le parti della filosofia antica, alle quali spettava la missione di compiere la sintesi del sapere e conferirgli il carattere d’una sapienza teoretica e pratica, sono abbandonate a vantaggio della scienza delle Scritture, sorgente copiosa di tutte le verità speculative o morali che devono nutrire l’intelligenza cristiana. Persino la filosofia o fisica naturale sembrano vantaggiosamente sostituite dagl’insegnamenti della Bibbia circa l’origine e la natura del cosmo» (8).

Che piaccia o no, insomma, il mondo delle cattedrali gotiche, di Wiligelmo e dell’Antelami, di Chrétien de Troyes e di Peire Vidal deve confrontarsi con l’elemento tutto nuovo che irrompe sulla scena dell’Europa continentale: la penetrazione massiccia di un pensiero raffinato e fecondo che – incredibile a dirsi – non affonda le sue radici nelle Sacre Scritture giudeo-cristiane. Con la presenza araba, il mondo creato da Carlo Magno sta già facendo i conti da tempo: le invasioni germaniche del V-VII secolo «non misero fine né all’unità mediterranea del mondo antico né a quello che si può considerare essenziale nella cultura romana, così come si conservava ancora nel V secolo, cioè nell’epoca in cui non fu più un imperatore di Occidente. Malgrado i turbamenti e le perdite risultate da questo fatto, non apparvero nuovi princìpi direttivi né nel campo economico, né in quello sociale, né nello stato della lingua, né in quello delle istituzioni. Ciò che sussiste di civiltà è mediterraneo; la cultura si conserva presso le rive del mare e di là prendono origine i fenomeni nuovi: monachesimo, conversione degli Anglo-Sassoni, arte barbarica etc. L’Oriente resta il fattore fecondante; Costantinopoli il centro del mondo […]; la rottura della tradizione antica ebbe per suo strumento l’avanzata rapida ed imprevista dell’Islam. Questa ebbe come conseguenza la separazione dell’Oriente dall’Occidente, mettendo fine all’unità mediterranea. Paesi come l’Africa e la Spagna, che avevano continuato a partecipare alla comunità occidentale, da allora in poi gravitarono nell’orbita di Bagdad. Apparve un’altra religione, un’altra cultura: il Mediterraneo occidentale, divenuto un lago musulmano, cessò di essere la via degli scambi commerciali e delle idee, che non aveva cessato di essere fino a quel momento. […] l’Europa, dominata dalla chiesa e dalla feudalità, prese allora una fisionomia nuova. Medio Evo e IslamIl Medioevo – per conservare la locuzione tradizionale – cominciava. La transizione fu lunga […] L’evoluzione terminò nell’800 con la costituzione del nuovo impero, che consacrò la rottura dell’Occidente dall’Oriente per il fatto stesso che dava all’Occidente un nuovo impero romano (9)».

La rottura di cui parla il Pirenne diventa ben presto insanabile – lo è ancora oggi. A fronte di un Carlo Magno semi-analfabeta, sta il raffinato califfo Harun al Rashid (786-809), il cui periodo di governo è considerato il più splendido della storia islamica. E mentre fra l’VIII e l’XI secolo l’Occidente cristiano edifica cattedrali fino a ricoprire il mondo «di un bianco mantello di chiese (10)», compone inni e inventa storie, l’Oriente musulmano impara a fabbricare la carta (793), scopre i segreti della chimica (800 ca.), codifica l’astrologia (11) (810 ca.), costruisce osservatori astronomici (829), studia l’ottica e l’acustica (850 ca.), indaga la precessione degli equinozi (900 ca.), si occupa di medicina (915 ca.), dà inizio alla storiografia (950 ca.), elabora i fondamenti della trigonometria (990 ca.). E nell’Anno Mille, nell’apocalittico Anno Mille che non esiste (12) e che pure ancora oggi evoca terrori senza nome nell’Occidente rimasto superstizioso, un figlio dell’Oriente magico delle Mille e una notte dà alle stampe un trattato di medicina in trenta volumi… (13)

Medio Evo e Islam: AristoteleMa torniamo al Duecento: questo XIII secolo ha fame di Aristotele. Le sue analisi, il suo sistema, le sue intuizioni sono i mattoni di cui necessita l’erigendo sapere curiale per giustificare se stesso e la sua logica intrinseca. Eppure Aristotele cela in sé un pericolo – la sfrenatezza del pensiero. Imparare ad analizzare è rischioso, e a furia di confutare si può cadere facilmente nell’eresia… A fronte della muta accettazione del dato di fede, non c’è niente di peggio della scelta: perché è proprio questo che significa “eresia” (14). Mai come in questo secolo riecheggia il “kalòs gàr ò kìndynos” di Platone – il rischio è bello, e affascina studenti e maestri fino a perderli. Ma i tempi sono quelli che sono: ad aristotelizzare troppo non si rischia soltanto l’allontanamento o l’espulsione – è in gioco la vita. Fioccano le accuse di eresia, e per arginare la marea montante di costoro che pensano, invece di credere, la Chiesa dovrà escogitare nuovi mezzi adeguati ai tempi – la Santa Inquisizione. Ma ancora prima della sua nascita (accadrà nel 1232), lo spirito del tempo è permeato dalla certezza che il dubbio sia diabolico. Basta soltanto una parola, e si è fuori – nulla salus extra ecclesiam… Il XIII secolo annuncia l’apogeo della cristianità medioevale, è vero, ma paradossalmente sarà anche il secolo d’oro delle eresie (15). Ed è per far fronte a quella che viene percepita come la minaccia per eccellenza che la Chiesa, prima ancora di procedere alla creazione di un organismo apposito per il controllo dell’ortodossia, si arrocca intellettualmente a difesa del suo sistema ideologico più che dottrinario – l’università.

Così Innocenzo III (Lotario dei conti di Segni), eletto papa nel 1198, non indugia nella realizzazione del suo ambizioso progetto di egemonizzazione della cultura: meno di due anni dopo benedice l’iniziativa di Filippo Augusto, che riconosce con un decreto la corporazione degli studenti di Parigi e dei loro maestri; e nel 1215 incarica il legato pontificio di pubblicare a Parigi un’ordinanza che stabilisce il curriculum delle facoltà delle arti e di teologia. Alla sua morte gli succede Onorio III (Cencio Savelli), che poco prima di morire concede altri riconoscimenti all’ateneo parigino; finalmente, nel 1231, il suo successore Gregorio IX (Ugolino dei conti di Segni) compie l’opera estendendo all’università di Parigi il privilegio pontificio di riconoscere la validità legale dei diplomi da essa erogati.

Medio Evo e Islam: Gregorio IXSembra raggiunto un punto d’arrivo: basta sfogliare un qualsiasi testo universitario per perdersi in una miriade di nomi e opere, più o meno celebri, a testimonianza dell’inaudito fervore che percorre l’Europa del tempo. Gli anni dal 1230 al 1250 circa sembrano scorrere in una quieta operosità intellettuale, che fa di Parigi un centro di primaria importanza; il ricambio di maestri e discepoli è intenso e incessante, le idee circolano, il mondo della cultura è affollato di ingegni che segneranno un’epoca. Eppure sulla storia del pensiero sta per addensarsi una tempesta che non porterà nulla di buono: perché la presenza di Aristotele non è più soltanto fondamentale – sta diventando ingombrante. Tant’è che, proprio in quel 1231 segnato dall’approvazione pontificia, lo stesso Gregorio IX si premura di diffondere una lettera invocante la revisione delle dottrine di Aristotele. Appena l’anno prima, infatti, a Parigi hanno cominciato a circolare gli scritti (e le idee…) di Averroè, che proprio sulla base di Aristotele si sforza di enunciare in termini precisi e corretti i rapporti tra la filosofia e la teologia, cercando di salvaguardare l’autonomia della prima.

L’intuizione è ardita, e fa proseliti. Anche perché cominciano a emergere differenze fondamentali fra l’islam e il cristianesimo, e per di più non riconducibili soltanto all’ambito meramente confessionale: per esempio, fin dal momento della sua fondazione l’islam si è costituito immediatamente in religione e in Stato, a differenza appunto del cristianesimo. Ancora, nell’islam non esistono due teorie antagonistiche del potere spirituale e del potere temporale, come accade invece nell’Europa dell’epoca che vede la netta opposizione fra le pretese del papa e quelle dell’imperatore. Da ultimo, ecco che all’islam è estranea la sicurezza dell’accettazione, come accade invece nel cristianesimo: l’islam è il rischio e i pericoli dell’interrogazione, della ricerca e della discussione, della spiegazione continua alla ricerca della conferma di un’unica Verità – quasi un ottavo del Corano, cioè settecentocinquanta versetti, «esortano i credenti a studiare la natura, a riflettere, a fare l’uso migliore della ragione nella ricerca del Supremo e a fare dell’acquisizione della conoscenza parte integrante della vita comunitaria. Il Sacro Profeta dell’Islam, che abbia la pace, diceva ai suoi seguaci che la ricerca della conoscenza e la scienza sono fondamentalmente obbligatorie per ciascuno, per ogni musulmano, uomo o donna. Ora, quale altra religione, se si considerano tutte le religioni del mondo, enfatizza così fortemente l’atteggiamento scientifico come fa l’Islam?» (16).

Medio Evo e Islam: Tommaso d'AquinoVerso il 1250, però, le cose precipitano: nel 1245, all’università di Tolosa (fondata nel 1229) viene interdetto l’insegnamento di Aristotele; nel 1256 Alberto Magno scrive il “De unitate intellectus contra Averroem”, in cui attacca il sistema di pensiero del Commentatore, mentre a Parigi Sigieri di Brabante e Boezio di Dacia animano la corrente filosofica dell’aristotelismo radicale attirandosi l’accusa di filopaganesimo; gli scontri a suon di libelli continuano per una decina d’anni, mentre la Santa Inquisizione (fondata come si ricorderà nel 1232) affina le sue tecniche; nel 1263 Urbano IV rinnova i divieti promulgati da Gregorio IX nel 1231; finché, nel 1267, il ministro generale dei francescani Bonaventura da Bagnorea, in termini sempre più espliciti e violenti, denuncia a tre riprese il pericolo incombente del nuovo paganesimo propugnato da “molti maestri parigini”. La comunità docente e discente dello studium parigino non se ne dà per inteso: l’entusiasmo suscitato dalla lettura di Aristotele e dai suggestivi commenti dei maestri arabi è ancora fortissimo. Tre anni dopo, nel 1270, scende in campo anche Tommaso d’Aquino con un opuscolo dal titolo quasi identico a quello del suo maestro Alberto Magno: “De unitate intellectus contra averroistas”, che sarà considerato a buon diritto come il perno della controversia sull’averroismo nel sec. XIII. Con estrema durezza, Tommaso conclude la sua disamina filosofica e teologica definendo senza mezzi termini Averroè «non tanto peripatetico, quanto piuttosto corruttore della filosofia peripatetica» (17), ed estendendo quest’invettiva contro il filosofo arabo a tutti i suoi discepoli e seguaci in generale, e in particolare a uno di essi, che Tommaso non vuole nemmeno nominare ma che sfida a rispondergli – verosimilmente si tratta di Sigieri di Brabante, che raccoglie il guanto e replica al De unitate… con un De intellectu, oggi purtroppo perduto. L’accusa di eresia incombe su maestri e studenti: il 10 dicembre 1270 Etienne Tempier, vescovo di Parigi, emette una condanna durissima dell’aristotelismo eterodosso (questo il nome della corrente di pensiero incriminata), stigmatizzando tredici “errori” ispirati all’esecrabile filosofia pagana. Medio Evo e IslamIl conflitto non è soltanto dottrinale o ideologico, come può sembrare a noi quasi settecentocinquant’anni dopo: la facoltà di filosofia a Parigi registra scontri violenti e sollevazioni fra gli studenti della facoltà delle arti – i filosofi – e quelli della facoltà di teologia, anche in occasione dell’elezione del nuovo rettore. Nonostante l’ostilità sempre più palpabile, Parigi resta il fulcro dell’aristotelismo eterodosso, i cui seguaci si arroccano orgogliosamente in una difficile posizione di risoluta minoranza a difesa di un pensiero libero che rivendica la propria autonomia contro un crescente appiattimento sul pensiero unico di matrice rigidamente cristiana. Ancora pochi anni, ed ecco che il 2 settembre 1276 viene emanato un altro decreto contro l’insegnamento occulto delle dottrine proibite; meno di tre mesi dopo, il 23 novembre, Sigieri di Brabante è convocato dall’Inquisitore per render ragione dei suoi atti e del suo pensiero; agli inizi dell’anno nuovo, il 18 gennaio 1277, il pontefice Giovanni XXI (il portoghese Pietro Ispano, già studente a Tolosa e Montpellier) indirizza una durissima lettera al vescovo di Parigi, Tempier; e finalmente, il 7 marzo 1277, ecco il clamoroso decreto, risultato di un’infelice iniziativa del solito vescovo Tempier: il quale, dopo aver radunato in tutta fretta una raffazzonata commissione di teologi, che in tre settimane conducono un’inchiesta frettolosa e incoerente sui testi giudicati “sospetti”, perviene alla condanna degli errori riscontrati e scomunica tutti coloro che ne hanno partecipato – chi li ha insegnati, chi li ha ascoltati, chi li ha commentati contribuendo alla loro diffusione… A meno che tutti i reprobi non si presentino entro sette giorni al vescovo o al suo cancelliere per ricevere la pena proporzionata alla loro colpa (18).

Pur avendo effetto soltanto locale, limitato cioè alla sola università di Parigi, è chiaro che il decreto del 7 marzo 1277 segna la crisi dell’intelligenza cristiana, scossa dall’irruzione massiccia del sapere cosiddetto pagano, e si configura innanzitutto come la reazione degli uomini di chiesa contro la nuova minaccia rappresentata dal “paganesimo” defilato ma non vinto. E che questo evento si produca proprio nella metropoli intellettuale della cristianità di allora, in quella Francia tradizionalmente considerata come la figlia diletta e primogenita della Chiesa, significa che la filosofia è fermamente intenzionata a sostenere la propria autonomia e indipendenza nei confronti di una teologia sempre meno sapienziale e sempre più dogmatica: la condanna del 1277 altro non è, dunque, che l’estrema difesa della teologia cristiana contro le audacie dottrinali del libero pensiero.

IslamFino alla fine del sec. XIII Aristotele e Averroè sembrano sparire dai programmi di studio, e il pensiero umano è ricondotto a forza nell’alveo della teologia e delle verità rivelate dalle Scritture. Ma il cavallo bianco di Platone morde il freno, e all’inizio del sec. XIV un altro filosofo, il francese Jean di Jandun (19), leverà alta la voce professando apertamente delle dottrine averroiste. Anche se più nessun arabo salirà alla ribalta del pensiero nei secoli a venire, il seme che l’islam ha gettato germoglierà vigoroso: la sua fecondità è testimoniata dalla presenza costante e qualificata di termini, idee e intuizioni nel sapere cosiddetto occidentale; e la sua validità è confermata dalla diffidenza e addirittura dall’ostilità che l’Occidente disorientato di oggi nutre ancora nei suoi confronti, tanto da invocare scontri di civiltà per mantenere le distanze… Ma una è la preghiera che tutti i sapienti, pur senza saperlo, levano in cuor loro: «Signor mio, accresci la mia scienza» (20).

Note

(1) «Di fatto nessuno osi detenere, leggere o commentare i libri empi […]: questi abbiamo deliberato di sottrarli a uno studio onorevole e di bruciarli pubblicamente» (trad. mia; di seguito l’originale latino. «CJ.1.5.6.1: Imperatores Theodosius, Valentinianus – Nec vero impios libros nefandi et sacrilegi nestorii adversus venerabilem orthodoxarum sectam decretaque sanctissimi coetus antistitum ephesi habiti scriptos habere aut legere aut describere quisquam audeat: quos diligenti studio requiri ac publice comburi decernimus.») Torna indietro
(2) Amaury de Bène o de Bennes, secondo altre fonti. Torna indietro
(3) «Il corpo di Amalrico di Bène, che era stato il capo di questa malvagità, fu dissotterrato e sepolto in terra comune. Nel contempo, fu decretato che a Parigi nessuno avrebbe potuto leggere libri della scienza detta fisica per i tre anni seguenti; e si misero per sempre al bando i libri di Mastro Davide di Dinant»: Cesario di Heisterbach, Dialogus de miraculis (1220 ca.), libro V. «Il corpo di Amalrico di Bène, che era stato il capo di questa malvagità, fu dissotterrato e sepolto in terra comune. Nel contempo, fu decretato che a Parigi nessuno avrebbe potuto leggere libri della scienza detta fisica per i tre anni seguenti; e si misero per sempre al bando i libri di Mastro Davide di Dinant»: Cesario di Heisterbach, Dialogus de miraculis (1220 ca.), libro V. Torna indietro
(4) Amaury de Bène o de Bennes, secondo altre fonti.In realtà l’Università di Parigi era stata fondata intorno al 1150, ma ci vollero due decreti di papa Alessandro III nel 1180, un privilegio di Filippo Augusto (1200, appunto) e un concordato nel 1206 per arrivare, ma solo nel 1215, all’assegnazione degli statuti ufficiali dal legato del papa che ne decretarono la legittimazione. Storia analoga ebbero l’Università di Salamanca in Spagna, fondata nel 1218, e quella di Oxford che nacque per volontà di Enrico II nel 1167. Torna indietro
(5) Giacinto era asceso al soglio di Pietro il 30 marzo 1191, alla già veneranda età di 85 anni. Dopo 47 anni di cardinalato, durante i quali era stato legato in Spagna (1154-1156 e 1172-1174), in Francia (1162-1165) e presso Federico Barbarossa (1158), succedette a Clemente III. Torna indietro
(6) «Genti v’eran con occhi tardi e gravi, / Di grande autorità nei lor sembianti: / Parlavan rado, con voci soavi. / …/ Colà diritto, sopra il verde smalto, / Mi fur mostrati gli spiriti magni, / Che di vederli in me stesso m’esalto. / …/ Poi che innalzai un poco più le ciglia, / Vidi il maestro di color che sanno / Seder tra filosofica famiglia. / Tutti l’ammiran, tutti onor gli fanno. / Quivi vid’io Socrate e Platone, / Che innanzi agli altri più presso gli stanno. /…/ Averrois, che ‘l gran comento feo.» (Inferno, IV 112-144). Torna indietro
(7) Nel 397 Agostino d’Ippona compone il De doctrina christiana, ad uso dei vescovi e dei religiosi incaricati dell’insegnamento della dottrina cristiana, appunto. L’opera, che eserciterà un enorme influsso sul pensiero medioevale, contiene in nuce l’idea della “philosophia ancilla theologiae”, già presente in Clemente Alessandrino – che negli Stromata (I,5) definisce la filosofia “ancilla fidei”, ancella della fede – e che prenderà piede più avanti con Alberto Magno, maestro di Tommaso d’Aquino: «ad theologiam omnes aliae scientiae ancillantur», tutte le altre scienze servono alla teologia (Summa theologiae, I,VI,I,6). Torna indietro
(8) Fernand van Steenberghen, La filosofia nel XIII secolo, Vita&Pensiero 1972, p. 47. Torna indietro
(9) Henri Pirenne, Maometto e Carlomagno, Laterza 1987, pp. 275-276 Torna indietro
(10) Rubo l’espressione al monaco cluniacense Rodolfo il Glabro, che nel sec. XI scriveva: «Verso il terzo anno dopo l’anno mille […] soprattutto in Italia e in Francia si ricominciò a costruire basiliche […] Si sarebbe detto che il mondo […] si coprisse di un bianco mantello di chiese». Torna indietro
(11) Nel 321 l’imperatore Costantino, convertito alla nuova religione, vietò la pratica dell’astrologia, pena la morte. Nel corso dei secoli l’astrologia scomparve dai paesi cristiani portando con sé le conoscenze astronomiche e causando un notevole ritardo nella cultura scientifica, sebbene i Padri della Chiesa avessero tentato di distinguere le scienze astronomiche dall’astrologia. Torna indietro
(12) Sulla mitologia che circonda l’Anno Mille cfr. Georges Duby, L’Anno Mille. Storia religiosa e psicologia collettiva, Einaudi 1976. Torna indietro
(13) Ne è autore il medico arabo spagnolo Abu Al-Qasim, di Córdoba. Torna indietro
(14) Dal greco háiresis = “presa, conquista”, poi “scelta” (da hairêisthai “fare la propria scelta”). A noi, però, il termine è arrivato attraverso il latino “haeresis, haereseos”. Torna indietro
(15) Nel 1208, mentre, poco più di un secolo dopo la prima crociata (1095-1142), è in corso di svolgimento la quarta (bandita da Innocenzo III nel 1202 e predicata in Francia da Folco di Neuilly), l’assassinio del legato pontificio Pietro di Castelnau offre al Vaticano e al re francese Filippo Augusto il destro per attaccare il Mezzogiorno della Francia: Raimondo VI conte di Tolosa viene accusato di aver armato o almeno ispirato i sicari del Castelnau; Innocenzo III scomunica Raimondo e nel 1209 bandisce la crociata contro gli albigesi, una delle pagine più sanguinose della storia della Chiesa. La crociata si concluderà ufficialmente nel 1229, con l’intervento radicale del successore di Filippo Augusto, Luigi IX”il Santo”. In realtà, la lotta contro il catarismo (l’eresia imputata agli albigesi) occuperà la Chiesa e il regno di Francia ancora per quasi un secolo, fino al 1324, quando salirà sul rogo l’ultimo càtaro, Guillaume de Bélibaste. Torna indietro
(16) Abdus Salam, “La scienza e l’Islam”, intervista RAI dell’11 maggio 1991. Torna indietro
(17) «… qui non tam fuit peripateticus, quam philosophiae peripateticae depravator», De unitate intellectus contra averroistas, § 59; il giudizio è ripetuto più oltre: «philosophiae peripateticae perversorem» (ivi, § 121). Torna indietro
(18) È interessante notare la somiglianza fra la liturgia della condanna comminata da Etienne Tempier e quella messa a punto dalla Santa Inquisizione: «Ai sospettii? di eresia veniva concesso un “periodo di grazia” — di solito dai quindici ai trenta giorni — per autodenunciarsi. Se si consegnavano entro questo tempo, solitamente venivano reintegrati in seno alla Chiesa, senza subire sanzioni più severe di una penitenza. Erano comunque costretti a fare i nomi e a dare testimonianza di tutti gli eretici di loro conoscenza. L’Inquisizione era interessata soprattutto alla quantità. Era prontissima all’indulgenza nei confronti di un trasgressore, anche se colpevole, a patto di riuscire a catturarne un’altra decina, seppur innocenti. Ne risultava che l’intera popolazione, e non solo i colpevoli, veniva tenuta in uno stato di costante terrore che favoriva la delazione e il sospetto» (Michael Baigent e Richard Leigh, L’Inquisizione. Persecuzioni, ideologia e potere, Marco Tropea Editore 2000, p. 48; il saggio di Baigent e Leigh, pur avendo carattere divulgativo, presenta una bibliografia piuttosto corposa e si basa su fonti ritenute comunemente attendibili). Torna indietro
(19) Giovanni di Jandun, teologo e filosofo francese (Jandun, Ardenne, 1280 circa – Todi 1328). Magister artium all’università di Parigi, nel 1316 ebbe un canonicato al capitolo di Senlis. Di tendenze averroistiche, collaborò con Marsilio da Padova, di cui era amico, allo scritto polemico Defensor pacis (1324), diretto contro papa Giovanni XXII. Scomunicato dal pontefice, si rifugiò alla corte di Ludovico il Bavaro (1327), che lo nominò vescovo di Ferrara, ma morì prima di aver preso possesso della sede. Torna indietro
(20) Corano, Sura XX (Tâ-Hâ), 114. Torna indietro

Ringraziamo la Dottoressa Alessandra Colla per aver gentilmente autorizzato la pubblicazione del brano