Room 220: a Night of Snakes and Tales

Chapter One

“I believe my decision to become a whistleblower was the right one, but I am astonished that community and political leaders in Ireland have done absolutely nothing to contribute to this debate”
‘Martin Ingram’

Castlereagh, BelfastGli aerei scivolano con virate radenti in questa parte della città. Stasera sembrano così vicini da poterli toccare. Sparito il chiarore sidereo dei Soli e dei fari di una giornata in cui, ritualmente, preferisco starmene per i fatti miei. All’epoca mi ero rifugiato da amici oltre il fiume, in una singola e piccola soffitta a ridosso del Lagan, al termine di un breve soggiorno in una familiare tana del westcity repubblicano di Twinbrook.
Leggevo un libro recentemente discusso, volumetto caro a un amico e collega di Boston con cui mi capitava spesso, e nel più stimolante dei modi, di parlare. Fortuna atipica da queste parti. Liberi di pensare come vogliamo e di dire quel che si pensa professando fedeltà incorrotta al vero. Non impiegai molto tempo, dai giorni del primo approccio alla questione nordirlandese, a intuire com’era difficile per uno storico rifiutare la cortigianeria di una o dell’altra parte del muro e delle istituzioni. Fatale per un accademico, figuriamoci per un giornalista.
Bobby StoreyTrovai subito “IRA” di Tim Pat Coogan un pessimo libro. Un monumento da espatrio per giovani illibati forestieri, esotico e accattivante in una copertina managerialmente studiata e mezzo migliaio di pagine che sciorinano l’intero e multiforme glossario di tutte le banalità registrabili sulla questione Ulster. Scavalco senza esitare la dicitura troubles per questo segmento della vicenda nordirlandese, corsivo che a mio avviso incarna lo stesso valore di un epiteto storico-linguistico colpevolmente fuorviante e parodistico.
Mi trovai per le mani una copia di “On The Blanket”: la versione Coogan sugli eventi della blanket protest. L’equivalente in trecento pagine della guida Valtour di una protesta lontana ventisei anni (2002 nda) e, dall’autore, almeno ventiseimila. Niente di personale, ma Coogan ha rappresentato i neuroni della pax regime del Dail sugli affari nordirlandesi per almeno un decennio. La sua storia dell’IRA – la bibbia del pellegrino politico in Irlanda – si trasforma in un batter d’occhio in una sensazionalistica calunnia. Nel lettore più attento provoca l’immediato rigetto di un certo revisionismo da sofà, epidemico in alcuni ambienti della capitale, a cui Coogan contribuisce – come indicano gli stessi volontari d’Oglaigh na hEireann – montando storie semplicemente sbagliate nel tempo e nella successione degli eventi.
Gerry KellyTesi e autori in corsa che evidentemente nascono, vivono e muoiono alla stessa velocità dell’esistenza di un governo e di una trottata d’intellettuali da scaffale dei bestseller di Waterstone e Tesco. Contrariamente, dal mio arrivo sull’isola, per amore di simmetria avevo messo mano in principi diversi e ogni volta aveva comportato un suo travestimento. Ammiravo da vicino certi signori della penna come Ed Moloney e Henry McDonald (condividendone sorrisi e muretti per ripararci da proiettili di plastica e molotov) e fotografi d’assalto come Paul e Sean, dei veri fratelli in strada.
Molti altri amici della BBC e UTV, soprattutto i cameraman, dei veri kamikaze dell’inquadratura e compagni di mille mattonate.
Quanto a colui che divenne la mia metà nei vicoli di Belfast per un decennio, le cose erano ben diverse. L’Amico Americano, da Springfield a Shankill, da Ardoyne a Ballysillan, era un vero e proprio fuoriclasse dell’inciucio. Un trasformista puro a cui non tremavano le gambe mentre attraversava le linee della Ruc per intervistare i lealisti e, sotto l’attenta osservazione di paramilitari del calibro di Billy Wright, si permetteva di rimbalzare da repubblicani come Brendan MacCionnaith e dai suoi residenti cattolici di Garvaghy Road.
Aveva molte convinzioni allora, quante i suoi difetti, e le sapeva difendere con chiare ed equilibrate argomentazioni, esperienze e conoscenze tra gli shinners che contano. Si destreggiava, eh si se si destreggiava the yankee doo-do nel reame di West Belfast. Castlereagh, BelfastEravamo diversi. Una strana coppia d’eccessi, entrambi completamente sfrondati da ogni bonton comportamentale ed editoriale. Siamo arrivati alle porte dell’inferno e, quelle che buona parte dei pesci rossi in questo acquario non avrebbero mai osato bussare, noi due le abbiamo sfondate.
Eravamo diversi: io scrivo e fotografo, lui no. L’Americano è un cronista come pochi, uno di quei ragni dall’agendina focomelica che tesse ragnatele lunghe come cime e robuste come rami di una quercia. Talmente spavalde, da arrivare fino al GQM (General Quarter Master) dei Provisionals, con la licenza d’accesso h24, non senza problemi per la verità.
All’occorrenza non esitavo a telefonare al ragno nel cuore della notte. Per mia fortuna viaggiava sempre con quelle sei ore di margine rispetto alle deadlines del giornale con cui lavoro (ero diventato geloso anche del suo fuso orario). C’erano rischi che venivano evitati di norma anche tra noi: come parlare della I.U. (Intelligence Unit) dell’IRA – Provisional IRA S.D. Security Department, conosciuta tra i volontari come The Nutting Squad – e di una stanza chiamata 220.
La 220 era una visione ad hoc a metà tra una dimensione satura di miraggi e una rapsodia giornalistica per gli storici del contemporaneo. Affondava le sue radici nella negazione stessa della sua esistenza e la faceva diventare ancor piu’ vera attraverso l’epica del Provos. La 220 aveva per noi un’aura romanzesca, impenetrabile all’interpretazione come all’indagine. Non c’era un sistema da seguire. Tra note, invenzioni e le riflessioni dei protagonisti in scena, l’unica coerenza avveniva attraverso la logica della ricostruzione in tasselli dei fatti e dei confronti tra noi che scriviamo e loro che sparano.
Pat FinucaneUna costellazione di pulsioni che nel loro equilibrio inconscio rovesciano Belfast e rendevano visibile la città che nega se stessa con un’ulteriore eterna menzogna. Come per un presocratico che oppone l’idea del sogno e della memoria coagulata alla propria anima, Belfast si sdoppia e sottoposta a una metamorfosi costante mostra solo per pochi istanti la più segreta delle immagini dell’altra città. Ciò che resta è una costante ricerca, frammenti di nulla. Divoravo ogni cenno che mi portasse in profondità, e in termini assoluti, poteva sembrare un’ossessione. Spiegare gli Accordi del 1998 attraverso una stanza, metafora ed eresia della ragione.
Viceversa dall’Amico Americano, chi scrive era stato adescato, modellato e fatto occhi e voce dal-e-del Diavolo dei Diavoli, dalla Maestra della seduzione ideologica e questo stabiliva tra me e l’Americano un rapporto di mutua e, seppur conflittuale, vitale collaborazione. Con fini editoriali, s’intende, le dritte non sono mai mancate. Cordialmente però ci detestavamo, e capitava di andare persino accoratamente su di giri. Il risultato finale erano sempre dei gran pezzi in pagina e quello contava su tutto. Ma alcune interrogazioni rimangono aperte e implicita la resa desertificante prodotta dalla metastasi spionistica. Una visione liquefatta in un volto di Dalì, l’apologo degenerante e degenerato dell’exploit Donaldson consuma uno dopo l’altro gli alfieri del sistema pravda dello Sinn Fein.
Differenze di vedute che erano assolutamente fisiologiche tra una penna shinner e una non shinner e lo erano paradossalmente ancor più marcate e livide di quelle conviventi oggi in un confronto fra un nazionalista e un lealista nell’intreccio perverso dei principi del GFA. Sono propenso a pensare che tra le pieghe del nostro lavoro risieda una zona d’ombra che va ben oltre lo sguardo anche di una solida amicizia.
William StobieSenza pentirmene, non finii mai di leggere quel libro che invece dimenticai volontariamente sullo scaffale della libreria senza menzionarlo mai più con l’Amico Americano.
Era il diciassette marzo di quattro anni fa. Questa è una storia della notte di San Patrizio. Passate da poco le ventidue, frizzante l’aria della sera all’imbocco dei docks. Tre persone arrivano a East Belfast per una visita inattesa nel quartier generale e roccaforte dei Servizi Informazioni (Special Branch) di Castlereagh. L’agenzia MI5 per il Nordirlanda abitava lì (ora ad Antrim). Gli uomini hanno un regolare lasciapassare al Gate di sbarramento. Attraversano senza problemi e si dirigono dritti e spediti nell’edificio.
Immobilizzano l’unico agente di guardia alla Stanza Numero 220, che un tempo era la sede del Force Research Unit (FRU) e oggi del ribattezzato Joint Support Group del British Army (JSG). Nel giro di venticinque minuti se ne vanno con diversi documenti cartacei e files informativi salvati su media digitali. Room 220 è la principale stazione di ricezione per tutti gli agenti dello Special Branch nella provincia e nella mainland. 220 è anche il codice d’ingaggio con cui da quella stessa stanza vengono redirette le telefonate sul terreno ai relativi handlers degli informatori. I tre visitatori notturni non sono persone qualunque, e, se in passato erano state già ospitate in quella base, non era certo accaduto con le stesse modalità.
Castlereagh è infatti anche un infame e notorio centro d’interrogazioni. Due dei tre uomini sono un pezzo importante dello Stato Maggiore dei Provisionals IRA del Northern Command. Bobby Storey e Ducksy Lynch. Della terza e quarta figura del raid parleremo in seguito. Il blitz fu realizzato nella totale assenza dei servizi di sicurezza e di telecamere, quella sera apparentemente fuori uso.
John StevensNella realtà nessuno dei quasi seicento occhi elettronici della fortezza era attivo. Il giorno dopo il blitz, i portavoce ufficiali del governo rilasciarono pochissime dettagli sulla dinamica dei fatti. Fu subito messo in piedi un incontro non autorizzato con i media locali. La dimostrazione di una moltitudine di scenari contrastanti apparve senza esitazioni. Gli alfieri di Falls Road, ovviamente, esclusero sin dal principio la partecipazione attiva dei Provisionals al raid. Durante il pomeriggio, una fugace apparizione sull’emittente Ulster Television, Gerry Kelly corse a dar manforte alla tesi del complotto già preparata per le rotative e l’etere dai media irlandesi e americani.
La tesi nazionalista si srotolava attraverso le più classiche teorie cospirative sul processo di pace e l’immaginario collettivo di West Belfast sceneggiava l’irruzione notturna di David Trimble e Ian Paisley in passamontagna e pigiama di cashmere con il mesto Reg Empey a far da palo fuori il compound di Castlereagh.
Freddie Scappaticci, StakeknifeNessun scenario invece metteva a fuoco il ruolo del JSG. Arriva aprile e la PSNI rilascia due comunicati di stampa per un totale di 250 parole. L’investigazione viene affidata al soprintendente Phil Wright, già coordinatore dell’Unità Indagini Criminali sui traffici illeciti e il riciclaggio di denaro sporco da parte delle formazioni paramilitari a Belfast. Viene anche creato un team per stabilire l’impatto della perdita di quelle informazioni dalla 220.
In cinque giorni, dal 31 Marzo al 4 di aprile, il superpool degli inquirenti fa arrestare ben nove persone, tutte negli ambienti paramilitari e costituzionali dei repubblicani. Tra loro non c’e Denis Donaldson. A tre giorni dal raid, il Segretario di Stato John Reid aveva a sua volta annunciato alla Casa dei Comuni una revisione da far viaggiare parallelamente alle investigazioni ufficiali. A condurle furono chiamati Sir John Chilcot e il suo assistente Colin Smith, in comune una lunga storia nei Servizi. Per la prima volta dal 17 marzo, il governo, per voce di Reid, riferiva dell’incidente al parlamento come di uno “squarcio nella Sicurezza Nazionale del Paese”. Reid concluse l’intervento rimarcando l’importanza di “arrivare fino in fondo nelle indagini perché in gioco c’è l’intero processo di pace in Irlanda del Nord”. Senza dubbio, la prima cosa a saltare agli occhi di Reid come ammise a Westminster fu che”queste persone hanno un’estrema familiarità con il compound”.
David TrimbleL’allora primo ministro a Stormont, l’unionista David Trimble, non perse l’occasione per rinforzare la richiesta di un incremento di uomini e fondi nello Special Branch, violentemente demoralizzato dal blitz a Castlereagh. Si arrivò a un punto in cui l’intelligence britannica non riusciva più a scorgere i piedi dal proprio corpo. Potremmo anche chiederci oggi con quale criterio l’IRA avesse individuato in quei documenti una valore politico se politica era stata la matrice del mandante. A cosa poteva servire un raid guidato dall’MI5 dentro la stanza 220? Liste d’informatori? Lo specchio di Stakeknife oppure un mulo troppo grande per essere smascherato in quel delicato momento nella transazione dell’Army Council? Denis? Il rapporto Stevens sull’omicidio di Pat Finucane? Documenti fasulli, agende opposte, identità e informazioni, e forse come ultima analisi salvare David Trimble permettendogli così di chiudere ancora una volta i cancelli di Stormont ai nazionalisti con una valida giustificazione.
Denis DonaldsonLa sera di San Patrizio di quattro anni fa la Stasi dei Provisionals entra a Castlereagh dalla porta d’ingresso. Come e perché? Chi l’autorizzò? Da un’altra prospettiva, il raid offre il suggerimento che lo Special Branch stesse agendo fuorilegge e, soprattutto, che c’era qualcuno nella cellula repubblicana che scivolava fin dentro gli ambienti dei Servizi. Un agente che sa di essere scoperto e vuole eliminare ogni traccia per evitarlo? Scappaticci? Donaldson? O chi altro ancora? L’ufficiale che chiameremo Alpha, incaricato della sicurezza alla 220, probabilmente non venne nemmeno convinto con le cattive a farsi da parte perché era già stato educato da qualcuno in quella sera di San Patrizio.
In un bunker a cielo aperto che solitamente ospita fino a ottocento agenti hardline dell’intelligence inglese, nemmeno i migliori operativi di Oglaigh na hEireann come Storey e Lynch potevano riuscire senza un ausilio “interno” all’intera operazione. Alpha fu immediatamente rimosso dall’incarico. Un anno dopo l’omicidio Finucane, nel 1990, il team di Sir John Stevens che si stava occupando dell’inchiesta di collusione tra il FRU, lo Special Branch e le formazioni paramilitari lealiste ebbe a che fare con un incendio negli uffici della base RUC di Carrickfergus. I nomi di Brian Nelson, William Stobie, Tommy Lyttle, Ken Barrett sparivano a 451 Fahrenheit in pochi secondi…