Alfredo Cattabiani, Avvenire, 11 aprile 2001

Fra i dirigenti d’azienda spopolano i consigli di Graciàn
Nella Spagna del ‘600 scrisse massime per conciliare successo e virtù
Un invito alla prudenza e all’ingegno per evitare invidie e persecuzioni

baltasar gracian

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Baltasar Gracián, di cui ricorre quest’anno il quarto centenario della nascita, è diventato popolare fra i dirigenti d’azienda americani, i quali per vincere la tensione nervosa che li perseguita leggono e meditano il suo Oracolo manuale. Arte di prudenza, così chiamato dall’autore perché si presenta come un agile prontuario di massime da consultare in ogni occasione. Curioso destino per il gesuita spagnolo che, nonostante la sua saggezza, si comportò in vita imprudentemente.
Era nato in Aragona, in una famiglia della media borghesia. Frequentando il collegio gesuitico di Saragozza decise di entrare nella Compagnia. Dopo la professione solenne e l’ordinazione a sacerdote venne inviato in vari collegi a insegnare. Ma era troppo sottile, intelligente e soprattutto estroso per dedicarsi soltanto all’insegnamento. Divenne presto anche confessore dei potenti, dal vicerè di Aragona ai nobili di Madrid. Nello stesso tempo cominciava a pubblicare i suoi libri “profani” con pseudonimi scoperti regolarmente dai superiori che lo ammonivano ripetutamente. Ma Gracián continuava per la sua strada non risparmiandosi nemmeno bizzarrie, come quella volta in chiesa dove lesse una lettera “ricevuta dall’inferno”: iniziativa che gli costò un nuovo richiamo dei superiori. Uscivano nel frattempo molti capolavori, da Agudeza y Arte de Ingenio, uno dei testi canonici del concettismo barocco, a El Oráculo manuál e a El Criticón. Mentre l’imprudente gesuita si trovava a Saragozza, dove aveva ottenuto l’ambita cattedra di Sacre Scritture, il nuovo generale dei gesuiti, Goswin Nickel, richiese una indagine approfondita sulle reiterate disubbidienze del confratello che fra l’altro continuava a pubblicare i suoi saggi che poco o punto avevano a che fare con l’insegnamento biblico: inchiesta che si concluse, dopo nuove imprudenze del gesuita, con il suo allontanamento nel 1657 dalla cattedra, con l’esilio a Graus e la proibizione assoluta di scrivere. Poi, per mitigargli la pena, venne trasferito nell’aprile del 1658 nel collegio di Tarragona dove gli venne affidata la carica di ammonitore del rettore, consulente, confessore e prefetto spirituale. Ma ormai la sua vita era agli sgoccioli; ad appena 57 anni moriva: era il 6 dicembre 1658.
Dopo la morte le sue opere ottennero di anno in anno una fama crescente che dura tuttora, tant’è vero che ne sono state tradotte alcune anche ultimamente in Italia e dell’Oracolo manuale e arte di prudenza vi è persino una edizione economica della Tea. Che lo abbiano adottato i dirigenti d’azienda americani non deve d’altronde stupire perché essi sono analoghi alla classe dirigente di allora, per la quale aveva scritto questo testo dove spiegava come si dovesse agire con prudenza e con quell’acutezza nel parlare e nell’agire che permettevano di superare ostacoli, invidie, persecuzioni. Gracián insegna infatti a colui che occupa nella società un posto di rilievo come debba difendersi dalla inimicizia altrui in un mondo dove “le cose non sono ritenute per quello che sono, ma per quello che appaiono” dove “il volgo ha mille teste e molti occhi per la malizia e molte lingue per il discredito” e dove “valse più a molti campioni un’acutezza che tutto il ferro dei loro squadroni armati, e la vittoria fu premio dell’acutezza”.
Un altro motivo del suo attuale successo è dovuto allo stile aforistico a frammenti. Questa frammentarietà apparentemente asistematica non è soltanto una scelta stilistica ma riflette la convinzione dell’autore che rifugge dall’idea che un libro possa racchiudere tutta la complessità della vita e della società. Ma alcune idee-guida si delineano chiaramente.
Baltasar Gracián sottolinea più volte che fine dell’uomo è la vita virtuosa: “E’ la catena di tutte le perfezioni, è il cuore della felicità… La virtù basta a se stessa. Essa rende l’uomo degno di essere amato, quando è in vita, e memorabile dopo la morte”. Ma per vivere nella società, per difendersi dagli attacchi degli avversari, per ottenere il favore del volgo come dei potenti, la virtù non basta; occorrono prudenza, astuzia, ingegno. Il gesuita spagnolo raccoglie e rielabora la quintessenza della saggezza tradizionale, come dimostrano le citazioni e le allusioni ai classici latini e greci oltre che alla filosofia tomista.
Tuttavia ci si stupisce, così come si meravigliarono i superiori del suo ordine, della totale assenza nella sua opera di ogni diretto riferimento al cristianesimo: questo testo infatti potrebbe essere stato scritto da un filosofo greco o romano se il suo stile non denunciasse il radicamento nella cultura controriformistica e nel concettismo. Il filo conduttore dell’Oracolo manuale potrebbe essere la celebre massima di Augusto, Festina lente, affrettati lentamente, l’aureo ossimoro che insegna a non compiere nessuna azione se non dopo averla soppesata adeguatamente, ma quando si è presa una decisione ad agire fulmineamente. Così l’imprudente ma geniale padre gesuita spiegava: “La fretta è una passione degli sciocchi che, essendo incapaci di distinguere il limite di ogni azione, agiscono senza precauzioni. I saggi sogliono invece peccare di eccessivo indugio poiché un’attenta riflessione spinge a procrastinare: sicché una conclusione intelligente viene talvolta sciupata dalla poca prontezza nell’eseguirla”.
Quanto ai rapporti con gli altri, specie con gli avversari e gli aggressori, il Gracián consiglia una specie di aikido spirituale nel quale le energie aggressive vengono non respinte ma utilizzate, e il loro impeto assecondato fino a rovesciarlo nel suo opposto: metodo non dissimile, come ebbe modo di rilevare Cristina Campo, da quello dei Padri del Deserto nella contesa con le potenze tenebrose.
Questo testo, come gli altri del gesuita spagnolo, è scritto in un linguaggio che proietta sulla ribalta di un immaginario teatrino barocco immagini astratte di sentimenti, vizi e virtù, scopre affinità fra cose apparentemente distanti, modera un paradosso o una esagerazione dopo averla enunciata, trasforma un oggetto o una situazione nel contrario di ciò che sembra essere a prima vista, ma anche deduce conseguenze imprevedibili e segrete o crea giochi di parole, anagrammi o inversioni di termini, non sempre traducibili nella nostra lingua; pone enigmi, nell’alludere, nell’equivocare o addirittura nel trarre da una cosa l’estremo opposto e provare, attraverso l’argomentazione, tutto il contrario. Con quello stile il gesuita spagnolo aveva scritto prima dell’Oracolo, un trattato, L’acutezza e l’arte dell’ingegno, pubblicato in Italia da Aesthetica, che aveva suscitato critiche tra i confratelli e poi avversione fra i superiori, i quali privilegiavano e raccomandavano, come lo hanno raccomandato agli allievi come me, l’esatto opposto di quanto teorizzava e applicava nelle sue opere Baltasar Gracián: un linguaggio chiaro, semplice e comprensibile.