Les Enfants Terribles, 12/03/10 Stampa la pagina Stampa la pagina Invia la pagina Invia la pagina ad un amico



Andrea Varacalli, fotoreporter

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Les Enfants Terribles. Heimat: processi di frammentazione e identita' regionali

Il carbone torna di moda: giovani di nuovo in miniera


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SARDEGNA & LAVORO

L'impianto di Nuraxi Figus, nel sud dell'isola, ha 550 dipendenti, molti neoassunti. E la prospettiva è di una crescita dell'occupazione grazie al rinnovato utilizzo del minerale nella produzione di energia elettrica


Da Iglesias Antonio Giorgi, Avvenire

La mastodontica fresa che aggredisce lo strato di carbone e avanza lentamente nella galleria fa un rumore assordante, e bisogna abituarsi. Alla polvere impalpabile che si appiccica va fatta pure l'abitudine, e così a tutto il resto: l'elmetto con il fanale incorporato, i dispositivi di sicurezza, il respiratore d'emergenza appeso alla cintura, il buio, il caldo, la fatica, il senso di oppressione che naturalmente deriva - almeno all'inizio - dal sapere di trovarsi in un budello a quattrocento metri sotto terra nel cuore del Monte Sinni, profondo Sud minerario della Sardegna.
Siamo nella miniera di Nuraxi Figus, l'ultima rimasta attiva, 550 dipendenti, un impianto della Carbosulcis ora a gestione pubblica e pertanto in mano alla regione Sardegna che comunque ha avviato le procedure di privatizzazione. Attorno ai cancelli di Nuraxi Figus non circolano solo operai e tecnici in età, superstiti delle nutrite schiere di sardi che dalle miniere avevano tratto il pane nei decenni trascorsi, ed erano ben 18mila i minatori del Sulcis negli anni Cinquanta, prima della grande crisi dovuta all'apertura dei mercati internazionali.
No, non ci sono più solo spalle curve e pelli raggrinzite dal contatto con la polvere di carbone: a scendere nei pozzi sono arrivati i giovani, boccata d'ossigeno per l'attività estrattiva e potente ricostituente per l'economia della zona se - come molti indizi lasciano prevedere - la politica delle assunzioni continuerà: cento immissioni al termine di un percorso di potenziamento produttivo destinato a completarsi nel 2008.
Per il momento i giovani che hanno preferito la miniera ai lavoretti in nero o all'emigrazione sono 25, ragazzi e qualche ragazza, fortunate matricole poco più che ventenni inquadrate nella categoria apprendisti, mille euro al mese per un lavoro duro ma oggi non più di tanti altri, che obbliga sì ai turni diurni e notturni di otto ore, ma che consente a qualcuno di continuare gli studi universitari, magari a Ingegneri a. Per questa prima selezione di 25 apprendisti si sono però presentati in 2400 ai cancelli di una azienda che il presidente della Regione Renato Soru è intenzionato a rilanciare alla grande perché - il suo punto di vista è noto - «le miniere sono parte integrante della storia del Sulcis, e il carbone non è una fonte energetica che appartiene al passato. Il carbone rappresenta la nostra scommessa per un futuro migliore».
«In effetti - puntualizza il segretario regionale della Cisl Giovanni Matta - il carbone è tornato di moda. È importante per produrre elettricità. Se pensiamo che gli impianti metallurgici di questa area hanno fame di elettricità a basso costo si comprende come accanto al processo di privatizzazione di Nuraxi Figus proceda l'iter che porterà alla realizzazione di una nuova centrale elettrica a bocca di miniera, cioè in prossimità dei pozzi per questioni di logistica. Sarà dotata di tecnologie di avanguardia per l'abbattimento dei fumi e lo smaltimento delle ceneri. L'uso del carbone può andare d'accordo con la tutela dell'ambiente».
Ma ad Iglesias e dintorni intanto si parla d'altro. Mentre i vecchi minatori in pensione (qui tutti erano minatori) salutano l'arrivo dei rappresentanti delle nuove generazioni che terranno viva una cultura e una tradizione altrimenti condannate a scomparire (entra un giovane ogni due uscite per pensionamento, questa la politica aziendale), i commenti più amari riguardano semmai la sproporzione tra il numero degli assunti e quello degli aspiranti al posto. «Uno ogni poco meno di cento domande, segno di una fame di lavoro enorme, di una disperazione che trova sbocchi solo nell'emigrazione», sottolinea Piero Agus, 30 anni alla Carbosulcis, 18 in fondo ai pozzi. «Non è che la miniera oggi sia un inferno. È un posto come un altro e la sicurezza non è un problema, anzi un impianto chimico potrebbe essere perfino più pericoloso, idem un cantiere o una cava in superficie. Il problema vero è che qui non c'è niente».
Giù, sotto terra, i ragazzi annuiscono: «Speriamo che duri. Deve durare. Altro in giro non c'è». Lo sanno bene, loro. Non usano più il piccone dei loro padri o il martello pneumatico che con le sue infinite vibrazioni ti spezzava le braccia. Il minatore del Duemila governa apparecchiature, controlla macchine, sorveglia impianti tecnologici. Poi, quando esce e torna a rivedere la luce del sole o il tremolio delle stelle, almeno una certezza ce l'ha: lo stipendio. La carriera? Perché escluderlo a priori?
La fresa che sta coltivando un «taglio» di carbone che deve fruttare 400mila tonnellate di minerale l'anno continua la sua lenta progressione, senza sosta. Il carbone alimenterà le caldaie della centrale Enel di Portovesme, contratto triennale per un milione e 200mila tonnellate di combustibile made in Sardinia. A 400 metri di profondità, nei trenta chilometri di tunnel, le «invidiate» matricole della rinascente industria mineraria isolana lavorano di buona lena.


Se chiudo gli occhi vedo talvolta un paesaggio oscuro con pietre, rocce e montagne all’orlo dell’infinito. Nello sfondo, sulla sponda di un mare nero, riconosco me stesso, una figurina minuscola che pare disegnata col gesso. Questo è il mio posto d’avanguardia, sull’estremo limite del nulla: sull’orlo di quell’abisso combatto la mia battaglia.
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