I russi oggi rimpiangono la grande potenza di una volta: «L’Occidente ci ha abbandonati nel caos»

Mikhail GorbaciovOggi è il ventesimo anniversario del golpe con il quale nell’agosto del 1991 un gruppo di conservatori sovietici cercò, senza riuscirci, di fermare le riforme di Mikhail Gorbaciov, il padre della perestroika e della glasnost. Il maldestro golpe non fece che accelerare il collasso dell’Urss, arrivato tre mesi dopo. Adesso Gorbaciov ha 80 anni. Durante il golpe rimase sotto arresti domiciliari, mentre Boris Eltsin a Mosca saliva su un carro armato per proteggere la democrazia, in un’immagine ormai famosa.

L’ex leader sovietico in questi giorni è riemerso nei media, rilasciando numerose interviste in cui rievoca gli eventi drammatici di vent’anni fa. Ma le sue opinioni in merito interessano più l’Occidente che la Russia. Per noi resta l’uomo che da solo cambiò il mondo, ponendo fine alla guerra fredda e liberando i sovietici da 70 anni di oppressione. In patria invece è estremamente impopolare, e considerato il colpevole del crollo dell’Unione Sovietica. Noi l’abbiamo ringraziato con un Nobel per la pace, ma in Russia non trova molti disposti ad ascoltarlo.

Qualche mese fa ho avuto l’opportunità di chiedere a Gorbaciov quale fosse il suo rimpianto maggiore, a parte la prematura morte per leucemia di sua moglie Raissa. Sorprendentemente, senza un attimo di esitazione, Mikhail Sergheevic Gorbaciov mi rispose di rimpiangere, sopra ogni cosa, la fine dell’Unione Sovietica. Ovviamente, non ha nostalgia del totalitarismo sovietico, ma rimpiange l’Urss come entità politica e geografica. «Un’Urss riformata», si è affrettata a precisare sua figlia Irina, seduta accanto a lui. E ora ponderate questo: Vladimir Putin, che guida la Russia dal 2000 prima come Presidente, ora come primo ministro e quasi certamente di nuovo come Capo dello Stato dopo le elezioni dell’anno prossimo – una volta sconvolse il mondo definendo il collasso dell’Urss come «la peggiore catastrofe geopolitica del 20˚ secolo».

Noi idolatriamo Gorbaciov e deprechiamo Putin, ma per quanto riguarda la fine dell’Urss i due hanno una visione molto simile. E decine di milioni di russi sono d’accordo con Putin. Questa considerazione è importante perché ribadisce quanto poco noi in Occidente comprendiamo la Russia odierna, la visione che ha del mondo e del suo passato, di se stessa e di ciò che la muove. La maggioranza dei russi, con l’eccezione degli anziani che con la fine del comunismo hanno perso tutto, non vorrebbe mai riportare le lancette indietro all’Unione Sovietica. Ma il collasso sovietico ha avuto un impatto traumatico sui russi. Se si vuole capire il loro stato d’animo di oggi bisogna prima comprendere come hanno vissuto la fine dell’Urss vent’anni fa.

La reazione occidentale alla fine dell’Urss fu semplicistica e ingenua: era un impero del male, il suo popolo voleva democrazia e libertà, volevano essere come noi. Ora sono stati liberati. Abbiamo vinto la guerra fredda. Sarà anche vero in buona parte, ma la nostra visione esclusivamente negativa del periodo sovietico è tanto condizionata dalla nostra propaganda della guerra fredda quanto la visione che i russi hanno dell’Occidente è forgiata dal loro indottrinamento comunista. Noi in Occidente non abbiamo compreso che la maggioranza dei sovietici non vedeva l’Urss come il male. Era la loro patria, con la sua cultura, tradizioni, principi e ricordi d’infanzia. Certamente non era perfetta, ma era la loro patria. Fondamentale, poi, era il fatto che veniva temuta e rispettata da noi occidentali. Era una superpotenza che aveva mandato il primo uomo nello spazio e conquistato mezza Europa. Era il Paese che aveva vinto Hitler. Non c’è da stupirsi che lo pensino: venti milioni di sovietici sono morti combattendo il nazismo, mentre gli alleati ebbero un milione di vittime.

Sono cresciuto dal nostro lato della Cortina di ferro e non mi ricordo di aver mai letto di questo fatto nei miei libri di storia. Per noi occidentali chiunque facesse parte del Kgb non poteva che essere un mostro di crudeltà. Ma nonostante i crimini commessi dai servizi segreti sovietici, durante il comunismo entrare nei ranghi del Kgb era considerato da quasi tutti un’opportunità di grande prestigio. Il fatto che Putin è stato nel Kgb per 16 anni in Occidente è considerato come una macchia nera, ma in Russia questa diffidenza è condivisa soltanto da uno sparuto gruppo di dissidenti liberali. Dopo il collasso del sistema sovieticodecinedi milioni di persone persero i loro risparmi e vennero scaraventate nella miseria più nera, mentre alcuni personaggi ben inseriti divennero oligarchi che esibivano la loro favolosa ricchezza. La criminalità divampava. La Russia, una volta cuore di un impero temuto e rispettato in tutto il mondo, era in ginocchio. E soprattutto si sentiva profondamente umiliata. L’Occidente, con i suoi ideali, la sua ricchezza e la sua libertà, all’inizio venne visto come un modello. Tutte le cose occidentali erano considerate meravigliose, e perfino «Rambo» divenne un film cult.

Ma tutto questo cambiò rapidamente, man mano che il drammatico caos e la miseria in cui stava sprofondando il Paese venivano associati alla democrazia. La «demokratia» divenne «dermokratia», merdocrazia. L’Occidente viene ancora visto come colpevole di non essere corso in aiuto della Russia. La gente si sente tradita e abbandonata dall’Occidente, e resta convinta che noi occidentali vogliamo una Russia debole. Tanto per fare un esempio: a Gorbaciov venne promesso che la Nato non si sarebbe espansa, ma vent’anni dopo, l’alleanza militare creata per contenere la minaccia sovietica, è oramai arrivata alle frontiere russe. La Russia di Putin è strettamente autoritaria, quindi è inutile cercare di misurare il peso reale della sua popolarità. Ma è evidente che sono in tanti a stimarlo profondamente. E per un motivo semplice. Mentre noi in Occidente lo giudichiamo soltanto in base al metro della democraticità, i russi gli attribuiscono il merito della stabilità politica e della crescita economica di cui hanno goduto dal suo arrivo al potere. Soprattutto, viene visto come l’uomo che gli ha restituito parte dell’autostima persa con il collasso dell’Urss. La stragrande maggioranza dei russi non vuole tornare indietro, ma la perdita dell’impero è stata un’esperienza profondamente traumatica, che ancora oggi condiziona le loro idee e il loro comportamento: un complesso di superiorità rispetto al temuto impero che fu, e un complesso di inferiorità rispetto a quanto è stato perduto.

Di sicuro, non vogliono più ascoltare lezioni dall’Occidente. Vent’anni dopo gli eventi storici del 19 agosto 1991, la Russia ha fatto molta strada. Tante cose sono cambiate, alcune in meglio, altre in peggio. E’ tutt’altro che una democrazia, semmai una scadente imitazione della democrazia. Ma nonostante le ingiustizie clamorose, la corruzione endemica e l’autoritarismo, la Russia non è più lo Stato totalitario che era. Il cambiamento più importante è che quelli a cui non piace sono liberi di andarsene. Vent’anni. E’ da qui che ogni analisi di dove si trova la Russia oggi e dove si sta dirigendo dovrebbe partire. Sono passati soltanto vent’anni: un battito di ciglia per la storia. Non è una giustificazione. E’ un fatto.