Les Enfants Terribles, 11/03/10
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Ancora fumo tra le ceneri della ex Jugoslavia. Lo Stato Federale dell'Europa balcanica dissoltosi nel 1991, a distanza di più di quindici anni, continua a lasciare dietro di sé gli strascichi di una storia fatta di instabilità e di brigantaggio internazionale. La regione balcanica è un territorio che, a causa dell'"era Tito", ha saltato la fase storica europea della formazione degli stati nazionali e, oggi, ne paga carissimo il prezzo. Dopo la guerra partigiana condotta da Tito nel 1945 venne istituita nella regione balcanica una repubblica federativa articolata in sei repubbliche autonome. Il successivo processo di rottura con l'U.R.S.S. (avvenuto definitivamente nel 1948), ha portato ad un sistema socialista autonomo e completamente autogestito. Ciò che, all'epoca, appariva agli occhi degli osservatori internazionali come un corpo unico e con un motore economico e politico ben rodato, alla morte di Tito (1990) ha mostrato di colpo tutta la fragilità (fino ad allora ben celata) di una disgregazione etnica interna. Le rivendicazioni autonomistiche delle diverse repubbliche federative e le tensioni etniche (tra serbi e croati e tra albanesi e serbi) si sono fatte sempre più aspre assumendo a volte contorni terribili. Al centro di questo mosaico geo-politico vi è la regione del Kosovo. Il "Dossier Kosovo" è oramai da più di venticinque anni sulle scrivanie delle diplomazie di tutto il mondo. Ufficialmente, la sua posizione attuale è di Provincia (con un territorio di circa 10.000 kmq) autonoma della Serbia amministrata dall'O.N.U.
La storia. All'inizio degli anni ottanta, subito dopo la morte di Tito, e con il passaggio del Kosovo sotto la giurisdizione del governo di Belgrado, i rapporti della popolazione kosovara (in maggioranza di origine albanese) con il governo serbo, si sono fatti sempre più tesi e le ferite post-scontri interrazziali sempre meno rimarginabili.
La rivolta kosovara, culminata con un'autoproclamazione di indipendenza (1990), ha indotto il governo serbo ad intervenire militarmente nella regione per reprimere, anche con un'operazione di "pulizia etnica", le iniziative separatiste. Il successivo fallimento dei negoziati di Rambouillet del 1999 tra il governo serbo e la maggioranza albanese del Kosovo in lotta per l'autonomia della regione, ha portato all'inevitabile intervento dell'esercito N.A.T.O. contro la Serbia. Da allora, con la Risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite numero 1244 del 1999 è stato sancito il protettorato della N.A.T.O. sulla regione del Kosovo. Intanto, nello scenario internazionale, dopo la dismissione dell'U.R.S.S., i rapporti di forza sanciti dalla seconda guerra mondiale mantengono a stento un aspetto formale, in un quadro politico ed economico dove l'unica superpotenza rimasta, gli Stati Uniti d'America, recita un ruolo da protagonista senza antagonisti. Anche nella regione balcanica questo squilibrio si fa sentire. Attualmente Washington preme per un"indipendenza controllata" (che visto lo stato attuale di asservaggio da parte della N.A.T.O. agli Stati Uniti, la porrebbe in una situazione di "holding politico") mentre il governo di Mosca sostiene Belgrado nell'iniziativa di rilanciare un dialogo diretto con Pristina (che consentirebbe, al raggiungimento di un quasi impensabile accordo, una reale indipendenza della regione kosovara da poteri esterni ad essa). La terza via, l'idea di una divisione del Kosovo, da sempre rigettata da tutti, sembra in questi ultimi tempi riprendere invece forza. Dopo la presentazione di un piano del mediatore O.N.U. Marthi Ahtisaari, che prevede "un'indipendenza controllata" e la totale opposizione del presidente serbo Boris Tadic, si riapre quindi la strada di una spartizione territoriale.
Il futuro potrebbe prevedere una piena autonomia amministrativa per le enclave del nord serbo-kosovare in cambio dell'accettazione da parte del governo di Belgrado di una indipendenza della comunità albanese che occupa il sud della regione. Dal punto di vista di Pristina, invece, riconoscere alla Serbia il Kosovo settentrionale, la solleverebbe dal gravoso compito di tentare di controllare quella parte della regione che vuole rimanere legata a Belgrado e, allo stesso tempo, di aumentare le carte da giocarsi una volta al tavolo delle trattative, potendo mostrare una certa elasticità ed una predisposizione alla mediazione sia alla Serbia sia alla comunità internazionale. Appare evidente che per arrivare ad una stabilità nella regione, la strada dei compromessi sia oramai imprescindibile. Il muro di ostilità che divide le due comunità, con il loro passato e la loro memoria storica, non lascia spiragli per gettare le basi per una società unita e multietnica. Per il raggiungimento dell'obiettivo "pace in Kosovo" ci vorrà un abile lavoro delle diplomazie di tutto il mondo ed una grande dose di buona volontà e di coraggio da parte delle amministrazioni governative delle due comunità. Il risultato positivo però, la soluzione al problema Kosovo, il più spinoso dell'intera regione dei balcani, offrirebbe un'opportunità irripetibile. Aprire la strada alla stabilità di questa regione storicamente in crisi puntando sullo sviluppo sociale ed economico di due entità politiche ben distinte piuttosto che continuare equilibrismi politici e operazioni tappa-buchi che alimentano false speranze per una soluzione (realisticamente di quasi impossibile attuazione) che preveda la condivisione dei poteri. La nascita di due nazioni potrebbe, almeno costituzionalmente, gettare un colpo di spugna su un passato doloroso che, invece, continua ad affacciarsi prepotentemente alla finestra. E la storia insegna che dove il passato sostituisce quotidianamente il presente non c'è spazio per il futuro.
