di Massimiliano Vitelli

Haiti piange i suoi morti. Ad Haiti piangono mamme e papà che hanno perso i propri bambini. Piangono i bambini rimasti orfani, privati di affetti, carezze, certezze. Ad Haiti piangono in molti, in troppi.

La catastrofe non annunciata ha distrutto e devastato una terra già ai margini. Una terra dove povertà e degrado erano compagni di viaggio di vite disperate, di vite buie alla ricerca di candele per scaldare corpi e cuori. Tre dei quattro ospedali sono stati abbattuti come castelli di carte dal terremoto. L’unico ancora in attività, un nosocomio pediatrico, è ora l’unica piccola luce alla fine di un lungo tunnel.

L’emergenza va oltre l’immaginazione che la mente umana può arrivare a concepire. Medici di tutto il mondo, accorsi in questo nuovo inferno terrestre, tentano di arginare la tragicità di un’altra vita che sta per volare via, come i tetti delle abitazioni, come i muri fatti con il fango.

Opere umane e disumane, per le quali parlare di case e rifugi è solamente un oltraggio alla triste realtà dei fatti, una bestemmia in una terra che sembra essere stata abbandonata da Dio.

Le immagini che ci arrivano attraverso i mass-media raccontano silenziose l’atrocità dell’attimo. Lo sguardo impaurito e perso di una donna, il pianto senza audio di un uomo disperato. I corpi di centinaia e centinaia di morti riempiono le strade e lo schermo. Corpi segnati dal difficile passato e straziati dal presente, nati per crescere e vivere la vita, finiti per essere usati come barriere per chiudere le strade.

La paura di epidemie porta ora con se scelte crudeli. Fosse comuni, corpi da seppellire o bruciare in fretta, senza rispetto e senza riguardo alcuno. L’impellente necessità di non alimentare una già probabile pandemia prevarica anche l’ultimo abbraccio.

Non c’è tempo, non c’è n’è più. Forse, per molti, qui non ce n’è mai stato. Se Dio c’è aiuti questa gente.

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