La condanna a tre anni, commutata a 18 mesi per Aung San Suu Kyi è un modo attento per ridurre al minimo le reazioni popolari in Birmania
Nel 2010 non potrà partecipare alle elezioni per il 30% dei seggi non riservati ai militari

Aung San Suu KyiDI RITORNO DALLA BIRMANIA – La pioggia incessante per giorni si era mossa a raffiche e raccoglieva anche l’acqua del lago Inya sulle cui rive fradiciano senza manutenzione le vecchie mura della casa di Daw Aung San Suu Kyi. Anche dall’esterno del cancello su University Avenue si poteva notare che da più di due mesi non ci viveva nessuno, nemmeno le due domestiche trasferite nel carcere di Insein assieme a The Lady, la leader dell’opposizione ai generali che tra poco tornerà a vivere tra gli oggetti che le appartengono.

John Yettaw, l’americano che con la sua nuotata attraverso il lago fino alla casa degli Aung San ha provocato il processo e la condanna della Lady per violazione degli arresti domiciliari, ha ottenuto la pena più alta, sette anni di carcere con lavori forzati, sempreché con un accordo di estradizione non sarà rimandato negli Stati Uniti.

Più mite il verdetto per Aung San Suu Kyi, tre anni, sempre ai lavori forzati, trasformato dal generalissimo Than Shwe in persona a diciotto mesi agli arresti domiciliari “grazie a un’amnistia”, come ha subito commentato in positivo l’agenzia cinese Xinhua ripresa dalla tv di Pechino. La riduzione ha sicuramente il solo scopo di concedere qualcosa alla comunità internazionale e anche al dissenso interno, così da evitare clamorose proteste semmai ne fossero state programmate. Del resto un anno e mezzo è giusto il tempo necessario per tenere Aung San Suu Kyi lontano dalla competizione elettorale del 2010, quando la Road map per la democrazia stabilita dai generali praticamente a tavolino prevederà una minima rappresentanza di “società civile” nel nuovo Parlamento.

Per il popolo dissidente, che non sembra avere la forza di scendere di nuovo in piazza a sfidare i fucili del tadmadaw, si riapriranno quantomeno finalmente le finestre della casa simbolo delle loro uniche speranze, anche se queste sembrano sempre più vane man mano che le settimane, i mesi e gli anni passano, con la residenza della Lady come sempre trasformata in prigione, nonché la sua eliminazione da ogni competizione elettorale e ogni ruolo attivo in politica.

All’indomani della sentenza per il reato di aver violato – dopo 20 anni di mansueta routine – le regole degli arresti domiciliari, filtrano ancora ben poche indiscrezioni a Rangoon sulle vere condizioni di salute e anche mentali di Aung San Suu Kyi. I rarissimi giornalisti autorizzati e diplomatici che l’hanno vista durante il processo, durato due mesi con poche udienze aperte compresa l’ultima, ci avevano detto che The Lady sta bene ed è in buon spirito. Conoscendo la realtà della giustizia e della politica tra i dittatori, tutti si auspicavano – come è successo – che i generali le concedessero almeno di tornare a casa. Una piccola vittoria sentimentale più che pratica, capace senz’altro di mitigare la rabbia dei supporter.

Non erano al minimo solo le speranze di vincere una sfida giudiziaria: ora che il dado è tratto – ovvero The Lady è legalmente e di fatto fuori dalla corsa al nuovo Parlamento – saranno ben poche anche le opportunità di sfruttare da parte della Lega nazionale per la democrazia e i suoi simpatizzanti la quota minoritaria del 30 per cento lasciata dai generali ai candidati senza stellette e quelli che saranno “regolarmente” eletti nel Parlamento a sovranità limitata del 2010.

Quanto alle reazioni della Lady, qualcuno dei suoi amici intimi, da anni interdetti dal farle visita, ci spiega che il segreto della forza di Aung San Suu Kyi è nella meditazione, nell’abbandonare ogni forma di attaccamento alla realtà come essa appare. Ma tra le immagini che la Nobel della Pace ha proiettato per oltre due mesi su quel muro di Insein dov’è stata reclusa, non potrà mancare di certo il volto paonazzo e imbarazzato del 53enne americano che l’ha messa consapevolmente o meno nei guai: quel John Yettaw, arrivato una sera a casa sua con le contrazioni dei crampi alle gambe e le sue ridicole pinne improvvisate, capaci però di fargli completare a maggio la lunga traversata del lago Inya fino alla casa proibita degli Aung San.

Yettaw ha passato due giorni nel piano inferiore di University Avenue, ricevendo rifugio e cibo dalle due domestiche – madre e figlia – che condividono l’isolamento della Lady. “Ogni vero buddhista – ci dice un anziano monaco che insegna la filosofia agli stranieri – si sarebbe dovuto comportare allo stesso modo e concedere ospitalità. Anche i generali lo sanno, perfino i poliziotti che l’hanno arrestata e i giudici che hanno emesso la sentenza. Per questo mi aspetto che la condanna provocherà comunque quantomeno una ulteriore ondata di sdegno in tutto il Paese, che sia visibile o meno…”.

Già all’inizio di agosto, quando era prevista in origine la lettura del verdetto, l’esercito aveva nemmeno troppo discretamente pattugliato gli incroci principali della ex capitale e di Mandalay, il centro del più largo dissenso monastico al regime. Ma l’11 agosto – giorno dell’annunciato verdetto – la presenza dei tadmadaw era ancora più massiccia, specialmente a bordo delle camionette che hanno scorazzato attraverso tutte le arterie principali cittadine, a cominciare dal distretto dove si trova Insein.

Il regime è determinato a non ripetere l’errore del 1990 quando la Lega nazionale della democrazia guidata in piazza da Aung San Suu Kyi vinse la stragrande maggioranza dei seggi. Per garantirsi il potere, i militari hanno non a caso posto stavolta delle clausole che garantiscono all’esercito il settanta per cento dei seggi nel nuovo Parlamento, qualunque sarà il risultato del voto. Nella stessa logica, la condanna per violazione dei termini di arresto – e l’amnistia graziosamente concessa dal generale Than Shwe – sono unanimemente considerati dei semplici espedienti legali per assolvere Rangoon di fronte al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Qui siedono tre dei più grandi alleati di Rangoon, la Cina, la Russia e l’India, tutti interessati al gas, alle strade e ai porti birmani, e forse anche all’uranio delle colline a sud di Taunggyi, dove secondo fonti locali lavora anche una grande impresa italiana tradizionalmente presente in Asia.

Di fronte a questi scenari sembrano improvvisamente ridicole le eco del caso Yettaw, comprese le ormai celebri “visioni” mistiche del mormone sui pericoli per la vita della Lady. I sospetti che possa essersi trattata di una trappola del regime, visto com’è andato il processo, sono sempre più forti. Ma nessuno sembra poterci fare niente, tantomeno The Lady, più lontana, evanescente e isolata che mai. Al punto che la sua stessa figura di leader alternativa ai generali sembra ogni giorno sempre più in forse.