Les Enfants Terribles, 3/09/10
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Ultimo giro. L'inizio del 2007 vede l'avvicinarsi inesorabile, nello scenario politico di Taiwan, dello sprint finale che porterà alle nuove elezioni presidenziali del 2008. Situazione complessa e ad alto rischio quella dell'ex isola di Formosa. L'attuale presidente Chen Shui Bian si ritrova sommerso dagli scandali e con un piede già fuori dal palazzo presidenziale. In caso di sconfitta, si porterebbe dietro, probabilmente, anche le speranze di indipendenza del suo elettorato. L'altra metà del cielo invece, l'area nazionalista che strizza l'occhio (a mandorla) alla madrepatria Cina, attende trepidante il rettilineo finale per innescare lo scatto decisivo. Taiwan, l'isola che non c'è, almeno dal punto di vista ufficiale nel cerimoniale cinese, è oramai ad una svolta storica.
Situata a poco più di 100 Km dalle coste orientali della Cina, fu meta di pirati ed invasori vari già a partire dal VII secolo. Da allora non fa della stabilità politica il suo vessillo nazionale.
Scalo commerciale olandese (1624) e colonia della Cina (1644), subì una parziale occupazione ad opera del Giappone prima e della Francia poi. Nel 1895, dopo la storica guerra cino-nipponica, passò sotto il controllo del governo di Tokyo. Al termine della II guerra mondiale tornò poi definitivamente alla Cina.
Attualmente lo "status quo" la vede praticamente, anche se non ancora riconosciuta a livello legislativo, già autonoma ed in gran parte indipendente. Proprio questa situazione "de facto" è la base su cui ha costruito la propria politica il movimento nazionalista che ora si trova all'opposizione. Considerando che l'economia di Taiwan si regge prevalentemente sugli scambi commerciali con la madrepatria Cina, scatenare un conflitto in nome di una ideologia che, all'atto pratico, non modificherebbe nulla, appare anche agli indipendentisti moderati un rischio troppo grande.
Non aiuta il fatto che il presidente Chen Shui Bian vive oramai una situazione da "separato in casa" con il suo popolo a causa di uno scandalo che ha coinvolto pesantemente buona parte della sua famiglia in un caso di "Insider Trading". L'immagine di un rivoluzionario corrotto non è certamente il miglior biglietto da visita con cui presentarsi alle prossime elezioni. L'ultima trovata del vacillante ed autolesionista premier ha poi dell'incredibile. Con un colpo di scena da "teatro dell'assurdo" ha dichiarato l'imminente scioglimento del "Consiglio per la riunificazione" incolpando il governo di Tokyo di minacciare militarmente Taiwan. (Il Consiglio era stato creato nel 1990 dall'allora presidente del governo per persuadere le autorità cinesi dell'impegno di Taiwan verso un processo negoziale per un accordo di pace)
Il tutto rientrerebbe anche in una linea politica discutibile ma almeno coerente se non fosse per il particolare che il Consiglio era di fatto già totalmente inattivo da 6 anni. Quindi, per cancellare un'istituzione solamente simbolica, il geniale Chen rischia ora di innescare pericolose ripercussioni a catena.
La Cina, con un comunicato ufficiale, ha dichiarato che il presidente taiwanese Chen Shui Bian è un "sabotatore della pace" e che, se costretta, non esiterà ad impiegare le sue risorse militari per sedare eventuali atti rivoluzionari.
A riprova delle reali intenzioni del governo di Tokyo, anche quest'anno si è svolta nell'isola di Dongshan l'annuale simulazione messa in atto dall'esercito cinese dell'invasione di Taiwan. Coinvolti nelle esercitazioni più di 18.000 soldati. Le velleità indipendentiste di Taipei sono avvisate.
Intanto sull'altro piatto della bilancia economica e politica del mondo, gli Stati Uniti mostrano un certo distacco, ma solo in apparenza. Le dichiarazioni di Washington che rimproverano Chen Shui Bian e lo scoraggiano ad intraprendere atti al raggiungimento dell'indipendenza, male si conciliano con il sempre florido mercato di armi che gli U.S.A. hanno instaurato oramai da molti anni con il governo di Taipei. L'interessamento per l'isola di Taiwan da parte degli Stati Uniti d'America è certamente generato dalla sua posizione geografica che la mette in primo piano come eventuale avamposto in un teorico attacco militare alla Cina. Qualcosa lascia supporre che se la Cina non fosse già una "superpotenza" (economica e militare) il governo "indipendentista" di Chen avrebbe da tempo trovato (da parte delle democrazie occidentali con in testa gli Stati Uniti) l'appoggio necessario per la sua secessione.
I missili puntati dalle coste cinesi sull'isola di Taiwan restano per il momento al loro posto, con la speranza che la ragione, da entrambe le parti, vinca la sua battaglia con la follia, nelle menti di chi può innescare un pericoloso e francamente fuori luogo, sanguinoso conflitto.
