Les Enfants Terribles, 3/09/10 Stampa la pagina Stampa la pagina Invia la pagina Invia la pagina ad un amico



Andrea Varacalli, fotoreporter

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Les Enfants Terribles. Heimat: processi di frammentazione e identita' regionali

Veleni e Segreti
Massimiliano Vitelli per Les Enfants Terribles

"He got me". "Mi ha preso". Questa la pesante accusa lanciata dall'ex-colonnello dei servizi segreti russi (K.G.B.) Alexander Litvinenko prima di spirare, dopo quasi un mese di agonia, in una stanza del London's University College Hospital. Destinatario, Vladimir Putin, presidente della "Federazione Russa". Come se queste tre parole già non bastassero a mettere in seria difficoltà l'ex vice di Boris Eltszin, Litvinenko ha anche lasciato uno scritto, reso noto poche ore dopo la sua morte. Questo il testo: "Caro signor Putin, Lei ha dimostrato di non avere rispetto per la vita, per la libertà o per i valori civili. Lei ha dimostrato di essere indegno del suo ufficio. Di essere indegno della fiducia degli uomini e delle donne civili. Potrà riuscire a mettere a tacere un uomo, ma il fragore delle proteste di tutto il mondo, signor Putin, rimbomberà nelle sue orecchie per il resto dei suoi giorni. Che Dio vi perdoni per quello che avete fatto, non solo a me, ma all'amata Russia". In un episodio del telefilm "Il tenente Colombo" ciò sarebbe se non una prova schiacciante, almeno un indizio pesante. Questo però è un mondo dove le "sceneggiature reali" superano quelle della finzione cinematografica e quindi siamo ancora lontani dai titoli di coda. Alexander Litvinenko, 43 anni, da ottobre indagava sull'omicidio della giornalista Anna Politkovskaya, uccisa a colpi di arma da fuoco nell'ascensore del palazzo dove abitava. La cronista russa era invisa al Cremlino per le sue denunce ed i suoi reportage "freelance" sulla Cecenia. Analizzare i tre anelli principali di una catena immaginaria che collega la Cecenia, Anna Politkovskaja e Alexander Litvinenko può forse, se non spiegare in modo certo ed inequivocabile ciò che è successo, quantomeno illuminare la strada che ha condotto l'ex-spia russa alla morte per avvelenamento da Polonio 210. (Sostanza scoperta nel 1902 da Pierre e Marie Curie. Prodotta con un reattore o un acceleratore di particelle, ne bastano meno di cinque granelli grandi come cristalli di sale per essere letale all'uomo)
Primo anello: La Cecenia. È una repubblica autonoma della "Federazione Russa" che confina a nord-ovest con la regione di Stavropol, ad est e nord-est con la repubblica del Daghestan, a sud con la Georgia e ad ovest con l'Inguscezia e l'Ossezia del Nord. Poco più di 15.000 km quadrati tra le montagne del Caucaso non sembrano, ad una prima analisi superficiale, un territorio ambito da conquistare. La verità è però che, nel sottosuolo, vi è una enorme riserva naturale di gas. Oltre a questo, il territorio ceceno ospita anche gli oleodotti che consentono il transito del petrolio dal Mar Caspio al Mar Mediterraneo, cioè dall'Asia all'Europa. La guerra in Cecenia, che purtroppo da molti anni stà praticamente spopolando la nazione, ha quindi molte più radici economiche che religiose, come vorrebbero invece farci credere. Fino al 1999 la "pipeline" che collega Baku , città dell' Azerbaigian, a Novorossijsk, città sul Mar Nero, era l'unica via di transito per gas e petrolio e garantiva alla Russia, che ne aveva il controllo diretto, un monopolio che le fruttava il 12% del prodotto interno lordo. Dal 17 Aprile 1999 però, la costruzione e l'inizio dell'utilizzo di un nuovo oleodotto che parte sempre da Baku ma che termina a Supsa, in Georgia, ha di fatto aperto una pericolosa breccia nel monopolio russo. Oltretutto, gli stati interessati (Georgia, Ucraina, Azerbaigian e Moldavia), hanno richiesto alla NATO una cooperazione atta alla difesa della nuova "Via dell'oro nero" che ha comportato anche ampie ripercussioni a livello geo-politico. Al centro di tutto ciò, la Cecenia, situata su uno snodo cruciale della linea Baku-Novorossijsk. Un territorio che la Russia non può assolutamente permettersi di perdere se vuole mantenere la sua egemonia nel mercato petrolifero ed energetico. Una disamina più attenta mette in evidenza come la dichiarata guerra anti-terrorismo ceceno messa in atto da Putin trovi, come in uno specchio, il suo corrispettivo in quella anti-terrorismo iracheno di George W. Bush che, ancora prima di scatenare l'inferno in Iraq, aveva già pianificato la costruzione di numerosi oleodotti, fondamentali per il mercato del greggio degli Stati Uniti. Quindi, Bush e Putin, che in una mano tengono la bandiera bianca della pace, dovrebbero essere più sinceri e mostrare anche l'altra, quella in cui tengono una pompa di benzina collegata all'economia mondiale.
Secondo anello: Anna Polikovskaya. Giornalista riconosciuta universalmente come la testimone più onesta e credibile del triste panorama del conflitto ceceno, aveva denunciato nei suoi pezzi la politica sotterranea di Vladimir Putin. I racconti dei soprusi operati dai militari russi sulla popolazione, degli stupri, delle attività di pulizia etnica intraprese dal Cremlino, emergevano dai suoi articoli trovando dimora nelle anime e nelle coscienze dei lettori. I suoi scritti puntavano i riflettori su ciò che, un'informazione controllata e monopolizzata, tengono al buio. Innocenti perseguitati, torturati, assassinati in nome di una guerra al terrorismo che Putin e la sua truppa sbattono in faccia al mondo per celarvi dietro i veri obiettivi di una politica spesso "illegale". In una intervista rilasciata nel 2000 Anna diceva: "Ho paura, ma questa è la mia professione. Avere paura è una cosa personale. Ciò che conta veramente è dare voce alla gente, raccontare questa grande tragedia, perché in Cecenia la gente muore, ogni giorno, e si consumano orrori indescrivibili. Avere paura o non averne poco importa". Ora Anna non c'è più. È morta per il suo popolo, è morta per la verità. Perché il mondo sappia che i ceceni non sono un popolo di terroristi. Cercano solamente di sopravvivere ad una "colonizzazione" perpetrata con la forza. La grande obiettività della Polikovskaya la portava però, con la stessa decisione e la stessa forza, a condannare senza riserve anche la violenza messa in campo dai partigiani ceceni.
Terzo anello: Alexander Litvinenko. L'ex-spia russa aveva intrapreso l'ardua impresa di provare che dietro all'uccisione della Polikovskaya c'era l'ombra del governo di Mosca. Ancora non è dato sapere se per sete di giustizia o per ricattare eventualmente i politici del Cremlino. Fatto stà che di certo, le sue teorie, se provate avrebbero causato danni inimmaginabili alla stabilità del governo della "Federazione Russa". Anche lui continuamente minacciato di morte, aveva deciso però di andare avanti per la sua strada. Dall'Inghilterra, dove aveva chiesto asilo politico, aveva continuato la sua strenua opposizione nei confronti di Vladimir Putin. Nel suo ultimo libro accusava i servizi segreti russi di aver causato una serie di esplosioni a Mosca nel 1990 (e di averne attribuito l'opera ai "terroristi ceceni"), per spianare la strada ad un intervento militare nella piccola regione caucasica. In uno stato che, l'organizzazione internazionale Amnesty International, denuncia vi sia "il costante ricorso alle torture, alle percosse, alle scariche elettriche e persino alle stanze dello stupro (equipaggiate con tavoli di metallo e catene) " non è difficile immaginare il rischio da parte di chi decide di denunciare queste gravi e terribili violazioni dei più basilari diritti umani, di essere messo a tacere per sempre. Così, dopo più di tre settimane trascorse tra la vita e la morte, anche l'ex agente dei servizi segreti è deceduto portandosi nella tomba le sue accuse e molto probabilmente anche la speranza del mondo di ottenere delle risposte, a tante domande scomode, da parte del governo moscovita.
È difficile credere che un leader del G8, che usa costantemente la parola "democrazia" nei suoi discorsi, sia a capo di tutto ciò fin qui descritto. È allo stesso modo difficile però poter anche solo supporre che non ne sia, se non il mandante, almeno uno dei responsabili.
Forse nessuna corte sarà mai chiamata ad emettere una sentenza in merito a questi avvenimenti terribili, ma certamente, la giuria popolare, il tempo e la storia, daranno come sempre il loro inappellabile verdetto.


Se chiudo gli occhi vedo talvolta un paesaggio oscuro con pietre, rocce e montagne all’orlo dell’infinito. Nello sfondo, sulla sponda di un mare nero, riconosco me stesso, una figurina minuscola che pare disegnata col gesso. Questo è il mio posto d’avanguardia, sull’estremo limite del nulla: sull’orlo di quell’abisso combatto la mia battaglia.
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