Veltroni (foto Daniele Badolato - La Presse)

Veltroni (foto Daniele Badolato - La Presse)

Roma, 17 feb. (Apcom) – L’insofferenza covava da tempo, racconta chi è vicino a Walter Veltroni, i continui ‘sos’ contro le polemiche quotidiane, contro chi lo costringeva alla fatica di Penelope erano la spia di un malessere crescente e quando il segretario stamattina alle 8.15 è arrivato alla sede del Pd al Nazareno la decisione era già presa. Prima ne ha parlato con i suoi più stretti collaboratori, Goffredo Bettini, Dario Franceschini, Walter Verini, Giorgio Tonini. Poi, alle 11, il coordinamento: Veltroni parla per primo e dice che le polemiche continue, i distinguo, l’impossibilità di tenere una linea stanno affondando il partito. E siccome, ha aggiunto, buona parte dello stillicidio quotidiano nasce da un’ostilità alla mia guida, alla mia leadership, c’è chi pensa che i guai del Pd dipendano da me e quindi “penso che sia meglio farmi da parte, per salvare il progetto del Pd. Mi assumo tutte le responsabilità, le mie e anche quelle non mie”.

L’analisi di Veltroni è stata netta: il Pd ha infilato una serie di risultati negativi, dopo una ripresa nei sondaggi, dovuti alle discussioni continue: sulla legge elettorale europea, nonostante le decisioni siano state prese attraverso passaggi formali in tutti gli organi di partito; e lo stesso, si sarebbe lamentato il segretario, è accaduto sulla vicenda Englaro e sul testamento biologico, fino al botta e risposta tra Ignazio Marino e Paola Binetti sull’ipotesi referendum.

Pierluigi Bersani ha parlato subito dopo il segretario e ha fatto immediatamente capire che non condivideva la scelta: ha detto che il percorso era segnato, prevedeva l’assemblea programmatica, le elezioni e poi il congresso in autunno. Le responsabilità sono condivise dal gruppo dirigente, a cominciare da me, ha continuato Bersani, aggiungendo di essere pronto a proseguire il suo impegno con lealtà fino alle elezioni, per poi aprire la campagna congressuale. Contraria è stata anche Rosy Bindi (“Non puoi lasciare ora, il partito ha bisogno di una guida”) e anche tutti gli altri hanno cercato di convincere il segretario a ritirare le dimissioni.

Un pressing che non ha avuto effetto, Veltroni ha concesso una pausa al coordinamento per un ulteriore approfondimento ma, assicurano gli uomini a lui vicini, la decisione era presa e non è mai stata in discussione. Tanto che la ripresa dei lavori del vertice Pd è durata poco, una mezz’ora: il tempo per Veltroni per ripetere che “non ci sono le condizioni per continuare”. Poche parole, poi il segretario ha lasciato la sala riunioni tornando nel suo ufficio al piano di sotto, insieme a Franceschini e Soro. Al piano di sopra restavano Bersani, la Finocchiaro, Fassino, a ragionare sul da farsi, statuto alla mano.

E’ proprio questa l’immagine di ciò che ora rischia di accadere nel Pd. Linda Lanzillotta è stata la più esplicita a dare voce al malessere dei rutelliani, che però riflette bene la situazione: il rischio è che le due ‘anime’, quella ex Ds e quella ex Margherita, non trovino un nuovo punto di sintesi. Un problema che ha chiaro anche Bersani, in questi mesi nettamente spostato su posizioni social-democratiche, filo Cgil, insomma “stile Ds, anzi… Pds” come lamenta più di un ex Ppi. E la Lanzillotta, appunto, avverte: “Le dimissioni di Veltroni sono un fatto assai grave per il futuro del Partito Democratico. Veltroni era l’unico punto di sintesi possibile per costruire un partito che vuole guardare al futuro”.

Non è un caso che anche Bersani si sia unito al coro di quanti hanno chiesto a Dario Franceschini di assumere il timone da qui al congresso. L’ipotesi di assise anticipate, che in linea teorica non è ancora stata formalmente esclusa, appare complicata da praticare, “anche perché il tesseramento non è completo”, sottolineano alcuni ex diesse critici con Veltroni. L’idea del ‘reggente’ è allora quella più indolore, in questo momento, l’unica in grado di evitare una conta immediata che rischia di riprodurre l’immagine che si è vista al termine del coordinamento di oggi: gli ex Margherita da una parte e gli ex Ds dall’altra. Bersani, che probabilmente non sarà l’unico candidato, ha bisogno di tempo per proporsi come ‘sintesi’ delle varie anime del partito, una sfida tra lui e Franceschini rischia di essere pericolosa per la tenuta del partito.