di Renè Querin

dieci martiri repubblicani
Venticinque anni fa i detenuti repubblicani del carcere di Long Kesh iniziarono uno sciopero della fame. Era l’estremo tentativo per spingere gli Inglesi ad accettare cinque richieste relative al miglioramento delle condizioni carcerarie.
Durante e dopo lo sciopero, durato da marzo ad ottobre, e terminato con la morte di 10 prigionieri dell’IRA e dell’INLA, si assistette all’ascesa verticale in campo politico dello Sinn Fein, il braccio “presentabile” dell’esercito repubblicano. Gerry Adams s’impose come leader assoluto del movimento nazionalista che si riconosceva nella lotta armata.

Con un coraggio inaspettato, O’Rawe, in “Blanketmen”, denuncia apertamente la condotta dell’Army Council (il consiglio supremo, composto da sette membri, che stabilisce le scelte militari dell’IRA), e in particolare di quello presieduto da Gerry Adams, in quanto colpevole di aver scelto una linea operativa al solo scopo di massimizzare il profitto politico proveniente dal sacrificio dei detenuti.
Ed Moloney, giornalista e autore di “A secret History of IRA”, testo estremamente critico verso la leadership di Adams, ha sottolineato a riguardo: “La morte di Sands era utile all’Agenda di Adams? In fin dei conti, dopo il suo martirio, la rabbia esplose in Irlanda, migliaia di persone furono politicizzate in modo radicale e si gettarono le basi per la transizione politica dell’IRA. Se si fosse raggiunto un accordo dell’ultimo minuto , tutti questi obiettivi sarebbero sfumati”.

L’importanza documentaria del testo di O’Rawe si fonda sul fatto che è l’unico, fino ad oggi, ad essere stato scritto dall’interno degli H-Block.
In molti hanno domandato all’autore perchè mai ci sia voluto così tanto tempo perchè il libro prendesse forma e O’Rawe ha così risposto:

“Mi fu detto, nel 1991, quando criticai il ruolo dell’Army Council nella gestione dello sciopero della fame, che avrei potuto ricevere una pallottola qualora avessi deciso di aprire bocca. La minaccia ottenne l’effetto desiderato”

Richard O’Rawe all’epoca dei fatti era Communication Officer (P.R.O.), responsabile dei comunicati inviati dall’interno della prigione. Aveva anche l’ingrato compito, svolto insieme all’Officer Commanding (responsabile dei prigionieri dell’IRA) di selezionare, tra centinaia di auto-candidazioni, i volontari repubblicani che sarebbero entrati nello sciopero della fame andando incontro al proprio destino.
Il punto più controverso del libro, caratterizzato da numerosi commenti piuttosto affilati, è quello che sta provocando aspri dissapori all’interno del Movimento Repubblicano e che alimenta la polemica tra l’autore ed ex compagni di lotta come Seanna Walsh e Bic McFarlane. Secondo gli shinners, un PRO non poteva sapere cosa stesse realmente accadendo nelle negoziazioni. O’Rawe, a sua volta, sostiene che in seguito al decesso del quarto prigioniero, l’emissario del governo britannico – conosciuto con il nome di Mountain Climber – avrebbe proposto segretamente un documento in cui il governo accettava l’80% delle proposte degli Hungerstrikers. I portavoce all’interno di Long Kesh, tra cui O’Rawe, accettarono senza esitazioni l’offerta, ritenendo la ribellione virtualmente conclusa e raggiunto lo scopo prefissato. La leadership dell’IRA non fu però dello stesso parere e declinò in toto l’offerta del mediatore, sperando di ottenere in seguito maggiori concessioni. Ma l’improvvisa morte di Joe McDonnell complicò tutto. I prigionieri repubblicani intuirono che ormai non c’erano più molte speranze di vedere accolte le proprie richieste e fedeli alla linea imposta dai vertici dell’IRA si astennero dal manifestare le proprie perplessità nel portare avanti l’estrema contestazione.

Erano necessari altri sei morti, per uno sciopero della fame che si stava rivelando un autentico fallimento? Era necessario il martyrdrom repubblicano?

Questo è uno dei molti interrogativi a cui O’Rawe cerca di rispondere, valutando lo sviluppo della situazione alla luce del lancio elettorale che lo Sinn Fein raccolse all’indomani della protesta.
Le argomentazioni del testo si dispiegano in una prosa comprensibile e lineare. La storia di quei difficili mesi quasi si racconta da sé. Nelle pagine di “Blanketmen” non trova molta risonanza la cronaca delle brutalità del regime carcerario britannico, mentre forte è l’accento sul senso d’appartenenza ad un gruppo compatto, temprato dai lunghi mesi della “Dirty Protest” (il rifiuto di recarsi in bagno per evitare i pestaggi dei secondini) e della “Blanket Protest”, durante la quale i prigionieri repubblicani scelsero come propria uniforme solo una coperta. La coerenza delle contestazioni li trasformò in una elite, un corpo unico e solidale, come testimoniato dalla descrizione fornita da “Twister” McQuistin della Ulster Defence Association:

“Se discutete con uno di loro, discutete con cinquanta. Quei ragazzi sono dediti alla causa. Hanno portato avanti la Blanket Protest, la Dirty Protest e perfino lo sciopero della fame. Sembra che sentano di essere un reggimento elitario e quando sono tornati negli H-Blocks hanno iniziato a tormentare i lealisti. Abbiamo dovuto opporci duramente perchè ci separassero da loro”.