Gian Carlo Alessio, Avvenire

Superata l’avversione patristica per gli dei “falsi e bugiardi”, con il Medioevo la cristianità scoprì la ricchezza dall’eredità classica che, dietro all’allegoria, cela forti contenuti morali

cristianità medievaleQuesto volume segue il cammino di dei ed eroi nel giardino delle nostre lettere, dai primi cauti passi della rinascenza carolingia alla marcia trionfale dell’età umanistica e rinascimentale. È una marcia che va ben oltre il Cinquecento, giacché gli illuministi dell’Encyclopédie ne consigliano lo studio per impreziosire l’arte e la conversazione, pur criticando gli aspetti irrazionalistici frutto di un’età acerba della civiltà (i secoli bui dell’antichità classica).
Il rilascio del passaporto culturale ai protagonisti delle favole antiche era stato ancor più difficoltoso nel Medioevo, quando alle remore della ragione, restia ad accoglierne l’inverosimiglianza, si aggiungevano i freni della fede, ostile agli dei falsi e bugiardi, veicolo di serpeggiante idolatria e modelli di immoralità. Benché la patristica e poi la cultura monastica abbiano avversato la mitologia (un’ostilità che prosegue carsicamente e si ripropone nel rigorismo domenicano), il Medioevo comincia presto ad accogliere le favole antiche, attratto dalla loro sapienza e bellezza, ricorrendo a strategie che ne neutralizzano i contenuti pagani. Inizialmente prevale la lettura evemeristica dei miti, che vede nei numi uomini realmente vissuti, divinizzati dalla memoria dei posteri.

Questa modalità ermeneutica, insieme a quella affine che legge le favole antiche come spiegazione dei fenomeni naturali, viene gradualmente sostituita da quella allegorica. È l’allegoresi a permettere al mito di entrare nella cultura europea, in progressiva ma relativa secolarizzazione, nei secoli XI e XII, prima in Francia e poi in Italia, sdoganando le favole grazie alla convinzione che i poeti antichi, profeti ignari o vati consapevoli, abbiano ricoperto con un velo allegorico (integumentum) verità teologiche o morali. E poiché, in linea col precetto agostiniano, alla fede si giunge per diverse vie, una stessa vicenda mitica è soggetta a interpretazioni plurime.
Con una posizione meno morbida e ideologicamente più vigile verso i miti, i fautori della moralisatio leggono le narrazioni dei poeti pagani come verità dottrinali deformate, che riportano con il loro commento alla forma ortodossa. Addomesticato in tal modo, rientra alla grande lo scandaloso Ovidio, l’auctor mitologico per eccellenza, ritenuto protagonista di una favoleggiata adesione al cristianesimo.
Una volta chiarito che alla fictio delle metamorfosi dei corpi va sostituita la veritas delle conversioni spirituali, Ovidio può affiancarsi a poeti più consoni al sentire cristiano, Virgilio cantore dei pio Enea e della pace georgica, nonché presunto profeta del Messia, e Stazio, che si crede anch’egli convertito alla nuova fede. Orazio e Lucano, come c’insegna Dante presentando la “bella scola”, completano il canone, valido anche sub specie mythologiae.

La cometa dell’allegoresi ha una coda che si prolunga, anche se vieppiù rarefatta, fin dentro la nuova età umanistica e rinascimentale, specie nella predicazione e nelle scuole. Certo, nella nuova temperie l’interpretazione dei simboli, influenzata dal neoplatonismo ficiniano, sottolinea la continuità tra humanitas classica e cristiana, tra sapere naturale e ascesi mistico-teologica, intrecciando le ragioni della perfezione morale e conoscitiva con quelle della bellezza, diventata nell’età rinascimentale l’arma vincente di dei ed eroi. Così, per esempio, la vicenda dell’amore tra Enea e Didone, che Dante credeva storica, è sicuramente fittizia, e tuttavia degna d’ammirazione per la maestria con cui Virgilio la racconta.

E con l’ascesa del mito nella cultura e persino nella moda nell’età rinascimentale, il letterato colto acquista un ruolo di prim’ordine, diventando guida di artisti, via via che si stringe il legame tra poesis e pictura, e consulente per le scenografie mitologiche commissionate dai signori (come nel caso di Annibal Caro per i Farnese e di Vincenzo Borghini per i Medici). Un forte impulso a un rilancio del mito in virtù della bellezza dà Petrarca con le sue rifles sioni sulla diversità tra linguaggio poetico e argomentazione logica, ma ancor più Boccaccio, che nelle Genealogiae deorum gentilium affratella mito e poesia.

Sono i due trecentisti a impostare il dibattito sviluppato in epoca umanistica dalla riflessione critica di Coluccio e dalla prassi poetico-filologica di Poliziano, arricchito nel Cinquecento maturo dal talento mercuriale di Tasso, che cerca di conciliare l’immaginazione favolosa con le ragioni neoaristoteliche della verosimiglianza e con il pensiero della Controriforma, quando gli scrittori si fanno scrupolo di avvertire, nelle “proteste” premesse alle loro opere, che le menzioni di Giove e Minerva non vanno attribuite a stolta credulità ma fungono da dilettoso ornamento.