Marco Roncalli, Avvenire

Von Galen contro Hitler. Il capofila dei vescovi tedeschi che si opposero al nazismo

Quando il 5 settembre 1933 papa Ratti nomina Clemens August von Galen settantesimo successore alla cattedra di san Ludgero a Münster, i presenti alla cerimonia d’insediamento che, baldanzosi, ostentano croci uncinate sulle loro divise e sui loro elmi, non hanno idea del filo da torcere che questo ecclesiastico sta per dare loro. Né possono immaginare la forza intrepida che di lì a poco il primo vescovo eletto sotto il Terzo Reich saprà sprigionare, quasi annunciata nel suo motto episcopale – “Nec laudibus nec timore” – da lui spiegato come un principio generale sotteso ad ogni comportamento: “Non ci spinga né la lode né il timore degli uomini”.

clemens august von galenUna norma di vita osservata da von Galen sino alla morte, il 22 marzo del 1946, sessant’anni fa, un mese dopo la sua creazione cardinalizia, nel primo concistoro di Pio XII che tanto lo apprezzava, l’approvava e da tempo desiderava vederlo. A von Galen, figura simbolo della resistenza tedesca ad Hitler, definito dal “New York Times” nel 1942 “l’oppositore più ostinato del programma nazionalsocialista anticristiano”, vescovo beatificato il 9 ottobre scorso e noto soprattutto per le sue denunce sulle violazioni del Concordato del 1933, per le lettere pastorali contro il neopaganesimo dell’ideologia nazista e le dottrine razziali, per le sue omelie contro la Weltanschauung del nazismo e i crimini della Gestapo, è ora dedicato un documentato profilo della giornalista Stefania Falasca, Un vescovo contro Hitler (San Paolo Edizioni, pagine 280, euro 16,00). è un lavoro di alta divulgazione, appassionato e che ha almeno due meriti: colma una lacuna nella bibliografia italiana e raccoglie il carteggio fra Von Galen e Pio XII (materiale contenuto nel secondo volume degli Actes et documents du Saint Siège relatifs à la Seconde guerre mondiale, la monumentale opera che raccoglie la documentazione della Segreteria di Stato e dell’Archivio segreto vaticano attinente a quegli anni).

Oltre al canovaccio biografico di un presule “emerso in un tempo disumano come avvocato dei diritti divini e della dignità umana, e insieme come difensore dei diritti civili della libertà” (parole dello storico Rudolf Morsey), è anche il legame tra il “Leone di Münster” ed Eugenio Pacelli ad occupare larga parte del volume. Un rapporto che risale ai tempi in cui il futuro Pio XII era nunzio a Berlino e Von Galen parroco di una chiesa nella stessa città, favorito inizialmente dal cugino Konrad von Preysing (poi vescovo di Berlino).
E continuato allorché Pacelli divenne segretario di Stato (e chiamò a Roma von Galen consultandolo sulla redazione della Mit brennender Sorge), poi quando, eletto papa, Pio XII volle seguire in prima persona le delicate vicende della Chiesa tedesca.

Se è vero che alcuni documenti e testi assemblati in queste pagine erano già noti ai lettori del mensile “30 Giorni”, l’approfondimento degli atti relativi alla causa di beatificazione e ulteriori tasselli inediti (specie sulla vicinanza alla Resistenza, testimoniata anche da un incontro segreto con il leader Carl Goerdeler nel 1943), aiutano a capire sia tutta la consapevolezza di un tragico presente da parte di uomo che vi reagisce attingendo il suo coraggio dalla fede, sia a penetrare le motivazioni, religiose e umane, non politiche, dell’opposizione al führer di von Galen .

Un “pastore” smarcato dall’atteggiamento più prudente della maggioranza dell’episcopato tedesco. E sfuggito alla morte solo per mere ragioni tattiche: ucciderlo avrebbe significato trasformarlo in un martire, perdere il consenso di parte della popolazione, compresi i soldati al fronte: dunque i gerarchi avevano rimandato la resa dei conti a dopo la vittoria finale. Quanto alla mancanza di clamorosi interventi anche a favore degli ebrei (oggetto di riflessioni pacate di Giovanni Miccoli), un altro storico, Roberto Morozzo della Rocca, scrive qui nell’introduzione al volume che von Galen “se avesse ritenuto di poter denunciare lo sterminio degli ebrei senza rischiare di peggiorare la loro situazione, avrebbe agito”.

“Troviamo qui una notevole analogia tra il comportamento di von Galen quello di Pio XII”, continua Morozzo, pronto anche a sottolineare tra i due “una concordanza profonda nel pensiero”. E lo fa dopo aver ricordato un episodio riportato da Max Bierbaum , quando, all’indomani della Notte dei cristalli, ebrei di Münster richiesero un pubblico intervento di von Galen. Il vescovo preannunciò di volerlo fare subito, dal pulpito, se da parte loro si fosse dichiarato per iscritto “che non lo avrebbero incolpato se i nazisti poi avessero preso come pretesto la sua difesa in loro favore per attuare una vendetta”. Considerata la questione, gli ebrei desistettero dal far intervenire von Galen. E la pubblica protesta che era pronto a fare non ebbe luogo.