Alfredo Cattabiani, Il Giornale, 19 novembre 2000

La capacità di meravigliarsi è l’inizio della conoscenza, come spiegava Platone nel Teeteto: “è tipico del filosofo quello che tu provi, essere pieno di meraviglia: il principio della filosofia non è altro che questo; e chi ha detto che Iride è figlia di Taumante sembra che non abbia tracciato una cattiva genealogia”. Iride era la messaggera degli dei mentre il nome del padre derivava dal verbo thaumàzo, “provo meraviglia”.

La meraviglia è uno stato d’animo grazie al quale noi non osserviamo più la realtà attraverso la griglia della nostra conoscenza memorizzata. Nella meraviglia infatti nulla è dato per scontato. Tutto nel quotidiano, anche ciò che abbiamo già visto, costituisce per noi una sorpresa. Non è un privilegio di pochi; spesso vi sarà capitato di uscire una mattina di casa e di contemplare con stupore, quasi fosse il primo giorno della creazione, le case, gli autobus, le persone che s’incrociavano; e i platani dei viali e il fiume. Scriveva a questo proposito Abraham Joshua Heschel: “Siamo stupiti del fatto stesso di vedere qualcosa; stupiti non soltanto di fronte a valori e cose particolari, ma per il carattere inatteso dell’essere come tale, per il fatto che un qualche essere esista”. Questa meraviglia è l’inizio non soltanto della filosofia ma anche e soprattutto della poesia e dell’arte che sono gli strumenti più profondi di conoscenza.

Quando la meraviglia si manifesta di fronte a un oggetto o a un essere o a un evento che ci sorprende, le nostre conoscenze me sono sconvolte perché l’incontro ci pone di fronte a qualcosa che fuoriesce da quello che noi consideriamo, con le nostre categorie, l’ordine naturale e ci spinge a interrogarci sulla sua origine e sulla sua funzione. Talvolta nel passato certi eventi eccezionali, come ad esempio la caduta di “palle di fuoco” sulla terra o altri fenomeni celesti, venivano interpretati come segni della volontà divina che annunciava disastri punitivi nei confronti di un popolo o di una città.

A suscitare meraviglia erano anche oggetti o esseri insoliti, mostruosi, oppure creati dalla fantasia umana: questi ultimi venivano spesso situati dai naturalisti antichi ai limiti del mondo o dell’Oriente favoloso, come ci raccontano Lorraine Daston e Katharine Park in Le meraviglie del mondo (Carocci, pp. 457). Si favoleggiava ad esempio di esseri con volti sul ventre o sulle giunture del corpo, o con un occhio solo oppure cinocefali, esseri simili agli uomini ma con teste canine; e nessuno ne dubitava anche perché fra i prodigi si ponevano esseri deformi o gemelli siamesi sulla cui esistenza vi erano prove inconfutabili.

Quelle “meraviglie” proliferarono durante il medioevo nei bestiari, erbari e lapidari, nei resoconti dei viaggiatori e nelle descrizioni fantasiose dei narratori, suscitando anche l’ambizione di possederle, tant’è vero che venivano esibite in castelli e palazzi come segni di potere e di magnificenza. Proliferarono ad esempio i denti di balena, le pietre preziose che contenevano figure stupefacenti, ma anche i corni di un animale favoloso, l’unicorno, sul quale era fiorita una leggenda: che l’unico modo per catturare il selvaggio e inafferrabile quadrupede consistesse nel condurre una giovane pura nei luoghi dove esso viveva. “E l’animale, quando la vede – spiegava in una involontaria allusione erotica Il fisiologo, il primo bestiario cristiano che risale al II-IV secolo – le si avvicina abbandonandosi in braccio a lei. Allora la fanciulla gli offre il seno e l’animale comincia a succhiarlo e a comportarsi affettuosamente. Poi la fanciulla, tranquillamente seduta, allunga una mano e afferra il corno dell’animale: a questo punto intervengono i cacciatori, catturano la bestia e vanno con essa al palazzo del re”. Gli scrittori cristiani ne ricavarono un’allegoria astrusa, dove la fanciulla era la Madonna, l’unicorno il Cristo e il re Dio Padre. In realtà quel corno, che troneggiava nelle dimore dei potenti, apparteneva a un cetaceo, il narvalo, che vive negli oceani presso il polo artico ma compie periodiche migrazioni più a sud per sfuggire ai freddi invernali.

Si narrava persino di uccelli, le bernacle, che nascevano come frutti su alberi in riva al mare, sicché venivano chiamate anche “oche arboricole”. Quando quei frutti si aprivano, le ochette cadevano direttamente in mare allontanandosi.

Particolarmente ricercati erano gli uccelli del Paradiso che, non avendo zampe, erano costretti a un volo perpetuo anche quando dormivano o quando le femmine deponevano le uova in una cavità del dorso del maschio su cui le avrebbero covate. Soltanto qualche volte scendevano sui rami degli alberi ai quali si appendevano tramite i lunghi fili delle timoniere mediane. Persino i loro alimenti erano diversi da quelli degli altri uccelli: vapori o tutt’al più rugiade. Alla fine del medioevo venne loro attribuita un’altra sorprendente singolarità: pur non avendo ali riuscivano a sorreggersi nell’aria con la sola forza della volontà. Quelle fantasticherie vennero inaspettatamente confermate dagli uccelli del paradiso che nel 1522 giunsero in Europa importati da Pigafetta, uno dei pochi reduci del primo viaggio di circumnavigazione di Magellano: erano proprio mummmie prive di zampe! Ormai non si poteva più dubitare dei racconti favolosi dei viaggiatori e dei mercanti medievali: in realtà erano stati gli indigeni e i mercanti a privarli delle zampe affinché corrispondessero all’immagine fantastica creata in Occidente, dove si vendevano a caro prezzo.

La passione per il meraviglioso raggiunse il suo apice mondano nelle secentesche Wunderkammern che contenevano materiali preziosi, oggetti esotici e antichità, esemplari di squisita fattura, sia naturali sia artificiali: coralli dalle forme bizzarre, automi, corni di unicorno, manufatti di piume provenienti dall’America del sud, coppe ricavate da noci di cocco, fossili, monete antiche, avorio tornito, mostri animali e umani, armi “turche” e cristalli poliedrici.

Parallelamente alla storia di questi oggetti ed esseri meravigliosi, cui si accompagnano numerose illustrazioni, le due autrici ci narrano quella dell’evoluzione del concetto di meraviglia con le discussioni fra teologi e filosofi, da Alberto Magno a San Tommaso, da Marsilio Ficino a Bacone e Cartesio fino ala stagione dell’illuminismo quando questo sentimento, considerato disdicevole, fu confinato fra “il rozzo volgo”. Le persone considerate dabbene, quelle che ora si chiamano “politicamente corrette”, consideravano la meraviglia e le meraviglie con voluta sufficienza, anzi indifferenza. Noi, più scorretti, “aspettiamo” come scrivono le due autrici “qualcosa di raro e di straordinario che sorprenda le nostre anime”.