Ritorna un saggio di Erich Auerbach, celebre autore di “Mimesis”: la comunicazione e la letteratura dall’età classica al Medioevo

Il professor Auerbach, ancora lui. L’avevamo lasciato qualche anno fa in Tutto il ferro della torre Eiffel, forse il più compiuto fra i romanzi di Michele Mari, omaggio dolente e visionario alla straordinaria generazione di intellettuali europei travolta dal dramma della Seconda guerra mondiale. Una storia di molti sommersi, come Walter Benjamin, e di rari salvati, come il berlinese Erich Auerbach, appunto: docente di filologia romanza a Marburg sulla cattedra ereditata da Leo Spitzer, traduttore di Vico e studioso di Dante, esule volontario a Istanbul tra il 1936 e il 1947, in conseguenza della sua dichiarata opposizione al regime nazista.

E proprio nella capitale turca, a corto di risorse bibliografiche e lavorando su edizioni tutt’altro che ineccepibili, Auerbach mette mano al suo capolavoro critico, Mimesis (Einaudi), imponente saggio dedicato allo sviluppo del realismo nella tradizione letteraria dell’Occidente, lungo una linea che dai poemi omerici si dipana fino al romanzo modernista.

Dall’Odissea all’Ulisse di Joyce, dunque, passando attraverso la rivoluzione espressiva che Auerbach – non diversamente da un altro grande romanista della sua epoca, Ernst Robert Curtius – colloca nei secoli di transizione fra antichità e Medioevo. Mentre l’uso del latino si contamina con le impurità destinate a germinare nelle nuove lingue romanze, in letteratura si rafforza infatti il sentimento della creaturalità dell’uomo, ossia la consapevolezza dell’imperfezione di ogni antropocentrismo.

Allo stesso modo, si raffina la lettura della storia in senso figurale, altra nozione cardine che Auerbach sviluppa in particolare negli Studi su Dante (Feltrinelli): una serie di scritti incentrati sulla consuetudine medievale di riconoscere in ogni episodio della storia sacra la figura (anticipazione concreta, non semplice metafora) di un evento ancora da compiere. Il mancato sacrificio di Isacco, per esempio, è reale, ma assume pieno significato soltanto alla luce della crocifissione di Cristo. La chiave per leggere la Commedia è questa, questa è la via maestra per decifrare il sermo humilis del Medioevo.

Per comprendere l’importanza di questa definizione occorre riferirsi a un altro importante libro dello studioso tedesco, Lingua letteraria e pubblico nella tarda antichità latina e nel Medioevo. Apparso postumo nel 1958 e tradotto già nel 1960 da Fausto Codino, viene ora riproposto in un frangente storico che ci permette di considerare in una prospettiva diversa il panorama descritto da Auerbach.

Sermo humilis è, anzitutto, la prosa disadorna dei Vangeli, grazie alla quale i popoli dell’ormai dissolto Impero romano ritrovano una superiore unità spirituale, della quale si fanno interpreti i Padri della Chiesa d’Occidente. Ma gli scritti di Cesario di Arles, di Gregorio Magno, di Gregorio di Tours e di Lupo di Ferrières non rappresentano un punto di approdo definitivo: apparentemente trascurato dopo l’ultima fioritura dell’epica durante il tardo Impero, lo “stile elevato” torna infatti a risuonare nei poemi che gli autori medievali compongono avendo ormai assimilato la radicale drammaticità del sermo humilis, il solo che i lettori dell’epoca siano davvero in grado di condividere.

Di questo parlava Auerbach al termine di un conflitto che aveva diviso l’Europa. Su questo, forse, dovremmo tornare a ragionare in un momento in cui l’Europa si interroga sulla propria identità, incapace di darsi risposte che non si assoggettino alla logica dell’emergenza e del pregiudizio. Anche nello stile, probabilmente, abbiamo bisogno anzitutto di umiltà.