Alessandro Carrera, da “I poeti sono impossibili” edito da Il Filo – 2005

alessandro carreraHo ricevuto, non molto tempo fa, alcuni volumi di poesia da un editore che conosco. Ne ho aperto uno e immediatamente, dico immediatamente, ho provato la sensazione impellente, pruriginosa, elettrica perfino, di scagliare il libro fuori dalla finestra e richiuderla con fragore. Non l’ho fatto, mi sono trattenuto da un gesto così alfieriano e ho cercato, una volta ritrovata la calma, di capire quale relais linguistico mi era scattato nei nervi. Alfieri aveva scaraventato dalla finestra il Galateo di Monsignor Della Casa perché, a suo parere, un libro che cominciava con la parola conciosiacosache non aveva il diritto di essere letto. Ora, qual era il conciosiacosache capace di scatenare in me la compulsione a distanziare il più possibile quell’oggetto rettangolare dalla mia persona? Forse erano stati versi come questi: “Era già l’ora delle Brigate Posse / ch’ai tanzaribbellanti j’endurisce er core, / lo démos-démon neorappeggia rabbie rosse / risse apicali a giro sgarri & molte sòle / per i woodstockazzoni attardati nell’assorcio peace O.K. / i ragamuffiti intanto straombano le squinzie de parole”.

Non mi dovevo pentire del mio impulso, il furore che mi aveva colto era del tutto giustificato, ma non mi bastava. Non era solo per il maligno desiderio di veder soffrire la lingua italiana che ho scorso altre pagine. È vero, ho trovato versi come questi: “Anno sei bisestile o mi sei bisostile? / Un doppio nemico magari bisessuale? / Bisillabo anno maiale sei bischero / e bisenso, sei nano e anon e onan, / bisettimanalmente ti masturbi / mentre biscazzo e straperdo bisbetico / e vieppiù bislacco”, e una prosa di questo tono: “Fuoco sotto le chiappe della scrittura e rullate polisemantiche dell’a-solo di un Ginger el poet Baker in flash ‘ero’ spinto. Il riso marciosballo s’infebbra di baroccheria e di esprit picaresco. Viruslingua pestiferante…”. Pestiferante, certamente, ma bastante non ancora. Ciò che mi ha spinto a reprimere un nuovo tremito delle dita (la finestra era ancora aperta) è stato un balenio di consapevolezza, e la sensazione di essere stato prescelto da una bizzarra fortuna. Capita molto raramente, infatti, anche a chi si occupa regolarmente di poesia, di incontrare un vero Poeta Atroce.

I poeti si distinguono in 1) pessimi, cattivi e mediocri (la maggioranza); 2) decenti (pochissimi); 3) bravi e bravissimi (sono talmente esigui che fanno quasi parte di un’altra categoria). Ma il poeta atroce sfugge alle suddivisioni. Il poeta atroce è il reietto della poesia, è la corte dei miracoli, la Caienna, l’Isola del Diavolo, il freak show della poesia, è l’escrescenza di una galla maligna su un tronco già malato. Per questo non lo si incontra così spesso, e quando capita di averlo tra le mani bisogna trattarlo con la fredda curiosità scientifica di un medico legale chiamato ad eseguire un’autopsia.

Non che sia facile. La poesia appena decente si fa leggere con qualche sospiro di sopportazione. La poesia mediocre induce alla malinconia e fa venir voglia di farla finita una volta per tutte con la faccenda dello scrivere versi perché si ha la fondata sensazione, leggendola, che tutta la poesia che si scriverà d’ora in poi, prima fra tutte la nostra, sarà mediocre nella stessa misura, che il tempo della poesia è finito, che non ci sono più poeti ecc. Cose che si superano. Ma la poesia inflessibilmente atroce è quella che provoca un’istantanea sensazione di compressione al diaframma. Ha un unico vantaggio: che si riconosce subito. Dunque non dovrebbe far perdere tempo: fortunatamente al mondo ci sono finestre spalancate, camini che hanno bisogno di carta per dar fuoco alla legna, contenitori per la raccolta differenziata, incineratori, perfino. Ma in realtà lo fa perdere. Spinge a farsi leggere tutta. Il lettore vuole sapere se c’è un limite, se il rovesciamento delle viscere che ha provato ad apertura di pagine sarà pareggiato o perfino battuto da spasimi ancora maggiori. E siccome non c’è soglia al di sotto del quale la poesia atroce non possa scendere, purtroppo verrà accontentato: “Nocturna chiamata, / la di lei traditora chiavata / communicata a distanza, per telex-selezione: / quel fuck non mi fax molto pene” (e non è il caso di tirare in ballo Aretino, Stigliani, l’ultimo Verlaine e altri signori dell’osceno; l’oscenità diventa poesia solo quando, per il poeta, si fa questione di vita o di morte; ma nel poeta atroce è atroce anche l’oscenità). Peggio; ad atroce lettura ultimata uno è portato a fare la cosa più inutile di tutte: scandalizzarsi. Il lettore scandalizzato dalla poesia atroce non è un bello spettacolo. Diventa zelante e iperattivo, telefona all’editore per chiedergli come mai abbia pubblicato simili schifezze, legge frammenti di poesia atroce agli amici per scandalizzarli a loro volta, arriva perfino a desiderare di recensire il poeta atroce per poterlo stroncare una volta per tutte. Insomma ne parla, fa il suo gioco, è stato preso per il naso, cede al nemico come sto facendo io in questo articolo. E confesso che fatico a resistere, da quando ho cominciato a scrivere, al desiderio di rivelare il nome dell’autore (leggo nelle note biografiche che non è uno sconosciuto, ha già pubblicato altre cose e scritto testi teatrali) o a dare comunque qualche indizio che porti alla sua identificazione.

girasoliNon lo voglio fare perché in queste pagine mi sono già sottomesso anche troppo alla dittatura dell’atrocità. L’unico problema serio che pone la poesia atroce è come limitarne i danni. Per prima cosa, va compreso che il poeta atroce non è una creatura ordinaria. Essere poeti mediocri è relativamente facile. Ma per essere poeti atroci ci vogliono un’inclinazione naturale e una disposizione d’animo che non sononeanche così frequenti. Scrivere regolarmente atrocità, vincere premi letterari orrendi e farsi scrivere prefazioni ributtanti (quella del libro in questione discute di “textur dello shock”, “discursus epitàtico”, “comportamento asignificante del provvisorio”, “acirologìe complementari”, “deflazioni e traslitterazioni di disforìe” e “controforze altamente anfibologiche”) richiede una dedizione, e uno stomaco, che non tutti sono in grado di sostenere. L’atrocità è esigente non meno della bellezza, richiede applicazione e coerenza. Un poeta mediocre può, eccezionalmente, scrivere qualche bel verso. Il poeta atroce non può permettersi lussi di tal genere. Deve essere sempre atroce dal primo all’ultimo volume delle sue opere complete, inediti compresi. È come essere nati con una mano palmata, non si riuscirà mai a suonare il pianoforte. Oltretutto, il poeta atroce per lo più non sa di essere tale, non conosce la perversa elezione che lo rende raro, non lo capisce nemmeno se gli viene detto in faccia. Il problema è che, dato il timore quasi superstizioso che la sua figura incute, non gli viene detto quasi mai. E se un giovane poeta inesperto si fa sedurre dai baccanali dei poeti atroci (che sono operosissimi, scrivono, leggono e pubblicano moltissimo, e promettono un’intensa vita letteraria a chi si unisce alle loro bande) le conseguenze possono essere irreparabili. La poesia atroce è un attrattore strano, un buco nero che dal centro dell’universo del linguaggio macina e sputa “fonemi crudeli” (sempre la prefazione del libro in questione) come gli dèi sozzi e bavosi che H. P. Lovecraft descriveva nei suoi orrorifici deliri. Sulla poesia atroce dovrebbe pesare la congiura del silenzio. Bisognerebbe far voto di non parlarne mai, nemmeno per schernirla. E quando si incontra un poeta atroce di notte in una strada buia si dovrebbe avanzare verso di lui con acuminato coltello (come Campana minacciava di tornare da Soffici che gli aveva perso i Canti Orfici).

Eppure sarebbe una vigliaccheria. Il poeta atroce, a suo modo, ha un’oscura funzione nel disegno della poesia universale. C’è un secondo principio della termodinamica anche per il linguaggio, una morte lenta e penosa che prima o poi contagia nomi, aggettivi, giri di frasi. Come un universo che si espande lasciando un vuoto cosmico al suo centro, il linguaggio conquista sempre nuove distanze ma insieme consuma se stesso, brucia il suo ossigeno, si carbonizza e muore. Il poeta atroce, che crede di essere sempre all’avanguardia, sempre sulla cresta estrema delle nuvole gassose dell’ispirazione, è l’inconsapevole cantore dell’entropia della lingua, il ramazzatore incosciente dei detriti linguistici spenti, la cui energia si è interamente dispersa e non potrà più essere utilizzata. È un potente memento mori. È la Maschera della Morte Rossa che entra di nascosto nei conviti di noi poeti mediocri o mediocremente decenti, rammentandoci qual è l’abisso di lava e di scorie sul quale tutti quanti penzoliamo.