Il diario di Bobby Sands | The diary of Bobby Sands

Martedì 10 marzo 1981

Vista la mia situazione, oggi è stata una giornata piuttosto normale. Peso 59,3 chili e non ho problemi di salute. Nel giornale di ieri, che ho ricevuto oggi, ho trovato gli auguri di parenti e amici per il mio compleanno. Ho ricevuto anche un pacco di oggetti da toletta.

Non è venuto nessun prete a trovarmi, oggi, soltanto l’ufficiale medico che mi ha tastato il polso e se n’è andato. Ho idea che la cosa lo faccia sentire importante.

Dopo quanto ho letto nei giornali mi sta assalendo il timore che possano tentare, in un prossimo futuro, di scavarci la terra sotto i piedi e di sabotare, se non proprio debellare, questo sciopero della fame, con la concessione paternalistica del diritto ai nostri abiti comuni.

Concessione che naturalmente non risolverebbe nulla ma che, se permettiamo che sia fatta, potrebbe con l’appoggio della gerarchia cattolica danneggiare seriamente la nostra posizione. Sono convinto che a nessun costo lasceranno conquistare ai prigionieri uno status politico o prerogative che assomiglino in qualche modo a uno status politico.

Le ragioni sono molte e varie, motivate principalmente dal desiderio di vedere la fine della lotta rivoluzionaria popolare. La criminalizzazione dei prigionieri repubblicani regalerebbe loro questa fine.

Il desiderio dichiarato di questa gente è di vedere nei Blocchi condizioni più umane. Ma la questione non è di natura «umanitaria» e non riguarda condizioni di vita migliori. E’ puramente politica e soltanto una soluzione politica potrà risolverla. Questo non fa in nessun modo di noi prigionieri un’élite, né ci siamo mai considerati tali.

Non vogliamo essere trattati come «prigionieri comuni», perché non siamo criminali. Non ci sentiamo colpevoli di alcun crimine, a meno che non sia un crimine l’amore per il proprio popolo e per il proprio paese.

Gli inglesi permetterebbero ai tedeschi di occupare il loro paese, o i francesi agli olandesi? Noi prigionieri repubblicani capiamo meglio di chiunque altro la situazione di tutti i prigionieri che vengono privati della loro libertà. Non neghiamo ai prigionieri comuni di beneficiare di quanto noi otteniamo, se questo può migliorare e rendere più sopportabile la loro situazione. Ed è indubbio che in passato tutti i prigionieri hanno tratto giovamento dalle lotte carcerarie repubblicane.

Rammento i Fenians e Thomas Clarke, che con la loro resistenza a oltranza servirono a far luce sul «tremendo sistema del silenzio» delle prigioni inglesi del periodo vittoriano. Per ogni decennio ci sono ampie testimonianze di analoghi vantaggi ottenuti da tutti i detenuti attraverso la resistenza dei prigionieri repubblicani.

Sfortunatamente gli anni, i decenni, i secoli non hanno visto la fine della resistenza repubblicana nelle infernali celle inglesi, perché la lotta nelle carceri va di pari passo con l’incessante lotta per la libertà in Irlanda. Molti irlandesi hanno dato la vita per raggiungere questa libertà e so che molti altri ancora, io incluso, continueranno a darla finché la libertà non sarà raggiunta.

Sono in attesa di essere spostato dalla mia cella in un braccio vuoto, in totale isolamento. Gli ultimi scioperanti rimasero dieci giorni in cella insieme agli altri prima di essere trasferiti, ma allora facevano la protesta “no-wash” dentro quelle fetide celle. La mia cella è tutt’altro che pulita, ma è tollerabile. L’acqua è sempre fredda. Non posso correre il rischio di prendermi raffreddori o influenze. Non faccio il bagno da sei giorni, forse più. Non importa.

Domani è l’undicesimo giorno e ce ne sono ancora molti davanti. Qualcuno potrebbe scrivere un poema sulle tribolazioni di coloro che fanno lo sciopero della fame. Mi piacerebbe scriverlo io, ma come potrei portarlo a termine?

[“Caithftdh mé a dul mar tá tuirseach ag éirí ormsa”. (Devo andare, perché comincio a sentirmi stanco.)]

Tuesday 10th March 1981

It has been a fairly normal day in my present circumstances. My weight is 59. 3 kgs. and I have no medical problems. I have seen some birthday greetings from relatives and friends in yesterday’s paper which I got today. Also I received a bag of toiletries today.

There is no priest in tonight, but the chief medical officer dropped in, took my pulse, and left. I suppose that makes him feel pretty important.

From what I have read in the newspapers I am becoming increasingly worried and wary of the fact that there could quite well be an attempt at a later date to pull the carpet from under our feet and undermine us — if not defeat this hunger-strike — with the concession bid in the form of ‘our own clothes as a right’.

This, of course, would solve nothing. But if allowed birth could, with the voice of the Catholic hierarchy, seriously damage our position. It is my opinion that under no circumstances do they wish to see the prisoners gain political status, or facilities that resemble, or afford us with the contents of, political status.

The reasons for this are many and varied, primarily motivated by the wish to see the revolutionary struggle of the people brought to an end. The criminalisation of Republican prisoners would help to furnish this end.

It is the declared wish of these people to see humane and better conditions in these Blocks. But the issue at stake is not ‘humanitarian’, nor about better or improved living conditions. It is purely political and only a political solution will solve it. This in no way makes us prisoners elite nor do we (nor have we at any time) purport to be elite.

We wish to be treated ‘not as ordinary prisoners’ for we are not criminals. We admit no crime unless, that is, the love of one’s people and country is a crime.

Would Englishmen allow Germans to occupy their nation or Frenchmen allow Dutchmen to do likewise? We Republican prisoners understand better than anyone the plight of all prisoners who are deprived of their liberty. We do not deny ordinary prisoners the benefit of anything that we gain that may improve and make easier their plight. Indeed, in the past, all prisoners have gained from the resistance of Republican jail struggles.

I recall the Fenians and Tom Clarke, who indeed were most instrumental in highlighting by their unflinching resistance the ‘terrible silent system’ in the Victorian period in English prisons. In every decade there has been ample evidence of such gains to all prisoners due to Republican prisoners’ resistance.

Unfortunately, the years, the decades, and centuries, have not seen an end to Republican resistance in English hell-holes, because the struggle in the prisons goes hand-in-hand with the continuous freedom struggle in Ireland. Many Irishmen have given their lives in pursuit of this freedom and I know that more will, myself included, until such times as that freedom is achieved.

I am still awaiting some sort of move from my cell to an empty wing and total isolation. The last strikers were ten days in the wings with the boys, before they were moved. But then they were on the no-wash protest and in filthy cells. My cell is far from clean but tolerable. The water is always cold. I can’t risk the chance of cold or ‘flu. It is six days since I’ve had a bath, perhaps longer. No matter.

Tomorrow is the eleventh day and there is a long way to go. Someone should write a poem of the tribulations of a hunger-striker. I would like to, but how could I finish it.

Caithfidh mé a dul mar tá tuirseach ag eirí ormsa.

(Translated, this reads as follows):

Must go as I’m getting tired.