di Carlo Lucarelli, tratto da “Vorrei essere il pilota di uno Zero”, Mobydick, Faenza, 1994

Carlo Lucarelli, Vorrei essere il pilota di uno ZeroMi ricordo che faceva dondolare una pantofola, in bilico sulle dita di un piede e che si teneva l’accappatoio di spugna stretto con le braccia, davanti, seduta sul bracciolo di una poltrona. Aveva i capelli ancora umidi, lunghi e neri, raccolti su una spalla, perché stava facendo la doccia quando ero arrivato a casa sua con quaranta minuti di anticipo. Non so se ero stato io a sbagliarmi sull’ora quando mi aveva telefonato, quella mattina, ma non aveva importanza. Il cliente ha sempre ragione.
“Guardi che io non sono un investigatore privato… non esattamente. Mi occupo di recupero crediti, passaggi di proprietà di auto, affitti, rate… gente che non vuole pagare”.
“Il giornale diceva investigatore privato, lunga esperienza nella polizia…”
“Sì, ero un poliziotto ma ecco… non mi sono mai occupato di incarichi investigativi. La storia che mi ha raccontato, poi…”
“Non è una storia”.
“Va bene, l’episodio che mi ha riferito, allora… non l’ho mica capito. Lei, quell’uomo, lo ha sognato o c’era davvero?”
Mi aveva guardato, anche questo me lo ricordo bene, mi aveva guardato in faccia e credo che fosse la prima volta che lo faceva da quando ero entrato in quella stanza. Io l’avevo guardata subito, invece, molto carina, molto abbronzata, il volto rotondo e quegli occhi così randi, neri come i capelli. Aveva qualcosa di strano nello sguardo e per un attimo pensai che fosse leggermente strabica e invece no… anche la bocca, con le labbra sempre strette, leggermente piegate all’ingiù, aveva qualcosa di strano… non so, un taglio infantile. Aveva ventitre anni mi disse dopo, ma ne dimostrava molti di meno.
“Non lo so se c’era davvero. Prendo delle pillole per dormire in questo periodo… però quando mi sveglio, la mattina, mi sembra sempre di ricordare che a un certo punto della notte apro gli occhi e lui è lì, in camera mia, davanti alla porta o su una sedia… di solito sono così intontita che non riesco neanche a vederlo in faccia e mi riaddormento subito come un sasso”.
“E questo avviene tutte le notti?”
“Tutte le notti che dormo da sola”.
“E cosa farebbe questo tipo?”
“Niente. Mi guarda dormire… o almeno, mi sveglio con questa impresione. Non mi crede?”
“Mah… cioè, sì, certo, è ovvio…”
“No, non mi crede. Ma non l’avrei chiamata solo per questo, ci sono gli altri fatti, quelli concreti. Da almeno un mese ricevo delle telefonate, a tutte le ore, ma sempre quando sono da sola. Una voce maschile che sussurra. Io tiro su e lui dice soltanto una cosa”.
“E cosa?”
“Troia”.
Aveva abbassato gli occhi, sulla pantofola che oscillava, agganciata col bordo di stoffa alla punta estrema dell’alluce. Un lembo dell’accappatoio le era scivolato su un ginocchio, scoprendole la gamba fino alla caviglia e io mi ero sentito in imbarazzo a guardarla. Così piccola, con le spalle curve e quell’aria preoccupata mi faceva… tenerezza. Ecco, quando ci penso mi dico che deve essere stato quello il mio primo sentimento.
“Bene… cioè, male. E poi? cosa è successo?”
“Poi hanno tagliato le gomme all’auto del mio ragazzo, a casa sua, in garage, due giorni fa. E poi mi hanno bruciato la cassetta della posta”.
“Prego?”
“Lo ha visto anche la signora che abita davanti. Un tipo magro, non tanto alto, con un cappello e un soprabito scuro… ha versato dell’alcool nella mia cassetta della posta e poi gli ha dato fuoco”.
“Questo è strano”.
“Perché, il resto è normale?”
“No, ha ragione, no… È per questo che le consiglio un vero investigatore privato, anche se costa di più. Io sono stato cinque anni in polizia, è vero, ma ero nella Celere”.
“Lo so”.
Aveva continuato a fissare la pantofola, ma aveva socchiuso le labbra in un sorriso malizioso che mi aveva fatto capire che sapeva benissimo, chissà come, perché non ero più nella polizia. Avevo ammazzato un ragazzo allo stadio, durante una carica.
“È per questo che ho cercato proprio lei… perché voglio qualcuno che costi poco e che sia capace di difendermi”.
“Vada alla polizia, allora, quelli non costano niente. Perché non chiama il commissariato? le do il nome di un collega…”
“Quelli come me non ci vanno dalla polizia”.
È stato in quel momento che ha aperto l’accappatoio e io ho chiuso gli occhi, come facevo quando ero in caserma e i compagni uscivano dalle docce senza asciugamano. Quando li ho riaperti, lei, cioè lui era come prima, con le braccia strette davanti. Solo la pantofola era scivolata sul pavimento.
“Io vivo da sola, lavoro in casa due sere alla settimana e ho pochi clienti selezionati. Le posso dare i numeri di telefono se mi promette di essere discreto, ma non c’è nessuno che mi sembri l’uomo che mi… che mi sta… oh Dio! Ho paura… mi aiuterà?”
Mi aveva guardato ancora e lo aveva fatto con un’espressione così disperata, così indifesa, con quelle labbra strette e quegli occhi così grandi, da bambina spaventata, che non avevo potuto dire di no. Anche se non era una bambina. Così accettai, gli consigliai di chiudersi bene in casa e me ne andai, con l’anticipo in tasca e un vago senso di disagio per avergli guardato le gambe. Mi ricordo, anche questo sì, me lo ricordo bene, di aver pensato: ma che bella coppia. Un travestito e un poliziotto radiato per omicidio colposo. Ah sì, proprio una bella coppia…