Daniele Zappalà, Parigi, Avvenire

Parla Adonis, grande voce della cultura araba: “Beirut, per me, incarna la speranza. Mi fido dei giovani, che avvertono il bisogno di uno scambio culturale, al di là di politica e conflitti”
“Il mondo arabo è come un cantiere con grandi problemi da risolvere. Manca un’unità economica e politica”

“Se leggo Rimbaud, non so se debbo definirlo occidentale o orientale. Lo stesso per Goethe. Tutti i grandi creatori hanno forse superato i limiti dei cosiddetti Oriente e Occidente”. A pensarlo è il poeta di origine siriana Ali Ahmad Sai’id Esber, più noto come Adonis. Voce fra le più alte della poesia araba degli ultimi decenni – ha fra l’altro vinto nel 1984 il premio internazionale Hikmet -, Adonis ha vissuto a lungo a Beirut prima di stabilirsi definitivamente a Parigi, dove ha anche insegnato alla Sorbona. Ampiamente tradotto in italiano, sarà sabato prossimo al “Festival della mente” di Sarzana, dove parlerà di “creatività e poesia, un ponte tra due culture”. Per Guanda, esce proprio oggi in libreria, invece, Oceano nero, raccolta di interventi polemici su temi di attualità.

La sua opera è considerata come un ponte fra Occidente e Oriente. Cosa vuol dire oggi l’Oriente per lei?
Certamente, esistono sguardi e punti di vista diversi. Ma ho sempre pensato che abbiamo tutti un’unica esistenza e che l’Oriente, così come l’Occidente, sono nozioni concepite dalla sfera politica ed economica. Non credo si possa parlare fino in fondo di civiltà diverse. La poesia e la creatività, in particolare, sono vie che ci mostrano come si possano superare queste nozioni. La ricerca di un cammino per conoscere meglio l’essere umano e per vivere meglio è comune al genere umano.

Artisti e intellettuali del Mediterraneo, di cui lei conosce le due rive, le sembrano oggi pronti a impegnarsi in questo sforzo di superamento?
Sfortunatamente, ho l’impressione che non siano la creatività, l’esistenza umana, il desiderio di unità a dominare oggi la maggioranza degli spiriti. Sulla scia dei conflitti internazionali, una visione esclusivamente politica rischia di prendere il sopravvento. Si ragiona sempre più per antinomie che supportano la pulsione di schiacciare l’altro. Mi pare un grande segnale di decadenza e di debolezza. Qualcosa di cata strofico e antiumano.

Lei scrive in arabo ed è anche traduttore verso il francese. L’infedeltà delle traduzioni fra lingue lontane è una barriera all’arte?
Traduttori traditori, si dice da sempre. è vero, ogni traduzione è un tradimento. Non si può mai tradurre esattamente e totalmente un’immagine poetica in un’altra lingua. I rapporti fra i nomi e i rapporti fra i nomi e le cose sono sempre radicalmente diversi. Tradurre è deformare, ma per poi cercare di modellare un’altra forma nella nuova lingua. Se il traduttore è un grande creatore, può tradire per meglio essere fedele.

Quali sono le qualità che distinguono di più la lingua araba da quelle europee?
In arabo, il modo di esprimere le cose è più soggettivo. Fra la lingua e la cosa non vi è una grande separazione. La soggettività, dunque, fa parte della lingua. La lingua araba mi sembra più vicina all’italiano e allo spagnolo che al francese. Nel senso che è più lirica, naturale, personale, immaginativa, sensuale e meno razionale.

L’arabo unisce di fatto Paesi molto diversi e talora, come in Libano, multireligiosi. Cosa vuol dire, per lei, l’espressione “mondo arabo”?
La situazione del mondo arabo è molto complicata. Esiste una sola lingua letteraria, quella tradizionale e coranica. è la lingua ufficiale praticata in tutti i Paesi al livello delle istituzioni e della scrittura. Le lingue parlate dal popolo sono invece abbastanza diverse da quella ufficiale, soprattutto nel Maghreb e in Iraq. Un po’ come avviene in Italia con le lingue regionali. Sfortunatamente, la lingua corrente si allontana sempre più da quella ufficiale, piuttosto che il contrario. è un grande problema culturale e per superarlo, prima di tutto, occorrerebbe ammetterlo. Il mondo arabo è per me un cantiere in cui occorre innanzitutto risolvere grandi problemi. A differenza di quanto sta accadendo in Europa, ad esempio, il mondo arabo non riesce a trovare un’unità economica e politica.

L’orientalismo, l’attrazione e il “gusto” soprattutto europei per l’Oriente, è stato spesso attaccato come visione meramente coloniale. Esiste o è esistito, nel mondo arabo, un equivalente “occidentalismo”?
“Sì, almeno a due livelli. Innanzitutto politico, con gli intellettuali che giudicano indispensabile un legame coi valori e il progresso europei. A livello più profondo, ci sono poi artisti che rivendicano l’altro, l’occidentale, come parte integrante di sé e ricordano esperienze storiche come quella dell’Andalusia: l’altro, dunque, visto come il fuoco che spinge a superarsi all’infinito. In proposito, mi viene in mente la frase di un mistico arabo secondo cui l’uomo per approdare a Dio deve passare per la donna. è un po’ lo stesso. Analogamente, credo ci sia stato in Europa anche un orientalismo fondato sull’amore autentico dell’Oriente. Penso a Paul Klee o a Delacroix.

Oggi, secondo un recente rapporto dell’Onu, il mondo arabo resta profondamente isolato da un punto di vista culturale, come mostra ad esempio lo scarso numero di traduzioni. Che ne pensa?
Certamente. Fra i Paesi del Mediterraneo, esistono oggi quasi solo rivalità. Ci sono scambi economici e politici, ma non si va molto al di là. Anche sul piano della creatività, c’è davvero poco. Gli scambi culturali dovrebbero potersi fare in modo libero e non sempre attraverso istituzioni, soprattutto se legate a dei regimi.

In proposito, c’è anche la censura, che del resto l’ha colpita…
Storicamente, purtroppo, la censura faceva e fa parte della nostra politica culturale. è un fatto ed è inutile negarlo. A mio avviso, ciò è legato a due aspetti: la religione e la politica legata alla religione. Tutto ciò che è essenziale per un artista rischia di essere censurato. Per me, censurare è uccidere. Non solo la lingua, ma anche la cultura e attraverso ciò l’essere umano. è un crimine anti-umano che persisterà fin quando certe istituzioni politico-religiose avranno l’egemonia sulla nostra vita.

Il passato di tante città mediterranee è plurale: la sua Beirut, ma anche Istanbul, Gerusalemme, Salonicco, Alessandria, Palermo, Algeri, Marsiglia. Qualcuno saprà riprendere il testimone?
Beirut, che conosco bene, è sempre stata una città plurale, aperta sull’avvenire. è un eterno progetto e anche in questo momento continua a incarnare per me la speranza. Beirut è sempre rinata dalle sue ceneri e continuerà a farlo. In generale, ho fiducia nei giovani mediterranei che avvertono sempre il bisogno di uno scambio culturale fra loro, aldilà della politica e dei conflitti. Ma siamo solo all’inizio.