Da Brisbane Stefano Girola, Avvenire

Ayers Rock

Quarant’anni fa un referendum cancellava a grande maggioranza le norme discriminatorie dalla Costituzione. Ma il traguardo della piena uguaglianza rimane lontano: l’apartheid ha lasciato in eredità esclusione e piaghe sociali, mentre tra i nativi domina ancora una mentalità passiva e fatalista. Oggi la minoranza, afflitta da alcolismo, disoccupazione e violenza, fatica a trovare un suo ruolo nella società.Le speranze del 1967 hanno dato il via a tanti atti simbolici, ma finora mancano risultati concreti

Il 27 maggio 1967 alla popolazione australiana venne offerta un’opportunità storica: eliminare, con una semplice crocetta, i due articoli della Costituzione che ancora negavano agli aborigeni la piena cittadinanza. La risposta fu straordinaria: il 90,2 per cento dei votanti appoggiarono la proposta abrogativa. Il quarantennale di questo storico referendum è stato ricordato con molteplici iniziative, da un capo all’altro dell’immenso Paese.
Sebbene la lontananza e un’immagine stereotipata abbiano relegato le vicende australiane ai margini della storia, è possibile riconoscere nel referendum uno dei segnali premonitori del vento di rinnovamento che l’anno dopo avrebbe sconvolto il Vecchio continente. A differenza degli studenti parigini del maggio ’68, le associazioni aborigene e pro-aborigeni non sognavano che l’immaginazione andasse al potere. Il loro obiettivo principale era, più modestamente, l’abrogazione degli articoli 51 e 127 della Costituzione entrata in vigore nel 1901, quando le colonie britanniche in Australia si unirono pacificamente in una federazione. La prima sezione stabiliva che il governo federale potesse emanare leggi ad hoc riguardanti tutte le minoranze etniche presenti in Australia, tranne gli aborigeni. La seconda escludeva gli indigeni australiani dal calcolo della popolazione durante i censimenti. Nel documento fondante della nazione, questi erano gli unici riferimenti agli aborigeni, entrambi di segno negativo. Nel 1902, fra le prime leggi emanate dal governo federale, vi fu quella che precludeva loro il diritto di voto.
Il governo di Canberra delegò quindi ai singoli Stati la gestione degli aborigeni presenti nei loro territori. Nei primi decenni del ventesimo secolo, quasi tutti gli Stati australiani adottarono legislazioni draconiane, ufficialmente mirate a proteggere gli indigeni, in realtà ispirate dal desiderio di segregarli più efficacemente. In molti vennero costretti a vivere in riserve, amministrate da missionari o da ufficiali statali. Trattati come bambini, ai confinati venne tolta la libertà di movimento. La loro posta veniva controllata dalle autorità, che gestivano anche i salari delle donne impiegate come domestiche nelle famiglie bianche e quelli degli uomini impegnati nella pastorizia. Bisognava rivolgersi al direttore della riserva anche per ricevere il permesso di visitare un parente o per sposarsi. Ma tra i tanti poteri sulla vita privata degli aborigeni che la legge affidava agli Stati, il più odioso era probabilmente quello di rimuovere forzatamente i bambini indigeni dalle loro famiglie. Questi provvedimenti hanno accompagnato la colonizzazione australiana sin dalle origini. Tuttavia, fu solo negli anni Trenta del ventesimo secolo che molti Stati adottarono politiche sistematiche di allontanamento dei bambini nati da padre bianco e madre aborigena. In quegli anni, per la prima volta si cominciò a notare un’inversione di tendenza nella situazione demografica degli indigeni. Il loro numero era in evidente crescita, soprattutto nelle riserve amministrate da missionari cristiani, dove le cure sanitarie e le opportunità scolastiche e lavorative erano generalmente migliori di quelle disponibili negli insediamenti statali. Ad aumentare però erano soprattutto i bambini cosiddetti «mezzosangue». La loro stessa esistenza era uno scandalo, perché metteva a nudo uno dei tabù più protetti della società australiana, ossia la frequenza delle unioni sessuali inter-razziali. A turbare una nazione permeata dalle teorie razzistiche allora in voga era anche la vista di bambini con sangue bianco condannati a crescere nel degrado e nello squallore di una razza inferiore. Occorreva, per il loro bene, affidarli a rispettabili famiglie bianche o farli crescere in apposite istituzioni caritatevoli. Il risultato di queste politiche fu quello di aprire una ferita che non si è ancora rimarginata del tutto, e le cui implicazioni sono state comprese dalla maggior parte degli australiani solo nell’ultimo decennio. Per lottare contro queste ingiustizie, già negli anni Trenta alcuni aborigeni, spesso educati nelle missioni cristiane, cominciarono a fondare associazioni nelle città.

Il 26 gennaio 1938, mentre il resto del Paese festeggiava il centocinquantesimo anniversario dell’arrivo della prima flotta, gli attivisti William Ferguson e John Patten istituirono la prima Giornata del lutto. Ma fino al secondo dopoguerra le campagne pro-aborigeni passarono pressoché inosservate. Solo dopo il ’45 il crollo delle teorie razzistiche, la diffusione della cultura dei diritti umani e il processo di decolonizzazione crearono le condizioni propizie perché il dramma degli aborigeni venisse preso in maggiore considerazione. Davanti a un’opinione pubblica internazionale sempre più sensibile alle discriminazioni razziali, divenne indifendibile l’ipocrisia di una nazione che giudicava gli aborigeni adatti a combattere e a morire in tutti e due i conflitti mondiali, ma inadatti a votare per il governo del proprio Paese o a godere dei comuni diritti di cittadinanza.
Ispirate dalle campagne internazionali contro l’apartheid e dalla lotta per i diritti civili degli afro-americani, le organizzazioni pro-aborigeni divennero più dinamiche e negli anni Sessanta raggiunsero importanti risultati. Entro il 1965 in quasi tutti gli Stati australiani gli indigeni ottennero il diritto di voto. In quell’anno venne anche stabilito per legge che la paga dei lavoratori aborigeni doveva essere uguale a quella degli altri lavoratori: non sarebbe stato più legale retribuirli con pochi scellini o con farina, tè, zucchero e tabacco.
Sebbene risalgano a quel decennio le prime richieste di restituzione delle terre tribali, fu la campagna referendaria del 1967 a concentrare le energie dei leader aborigeni e dei loro sostenitori. Quei due articoli della Costituzione simboleggiavano il maggior ostacolo alla piena emancipazione. Quando si tenne il referendum, l’ottimismo dei promotori era grande, incoragg iato dal sostegno bipartisan dei principali partiti e dal consenso di larga parte dell’opinione pubblica. Ad accompagnare le marce in favore del “sì” era un inno modulato sulle note di We shall overcome, e un medesimo sogno di palingenesi sembrava animare i promotori del referendum. Se vincerà il sì, finalmente saremo liberi, finalmente saremo fratelli… Non è andata così. Quarant’anni dopo, la commemorazione della vittoria ha stimolato anche la riflessione sul cammino percorso da allora.

Le statistiche lasciano poco spazio all’ottimismo. Diciassette anni separano ancora l’aspettativa di vita degli aborigeni da quella degli altri australiani. Molti bambini aborigeni soffrono cronicamente di malattie curabili, come il tracoma (un’infezione batterica della congiuntiva e della cornea). La percentuale di malati di cuore, di reni e di malattie veneree è molto più alta della media. Alcolismo, consumo di droghe, dipendenza dalla pornografia e violenza domestica minacciano la sopravvivenza stessa di molte comunità remote. Le cifre dell’abbandono scolastico e della disoccupazione fra i giovani aborigeni sono sproporzionatamente elevate. L’immagine dell’aborigeno tribale, in sintonia spirituale con la “Madre terra”, ieraticamente immerso nel “Tempo del sogno”, può essere ricreata artificialmente per turisti in cerca del buon selvaggio o per scrittori di romanzi New Age, ma è ben lontana da una realtà in cui la continuità di molti linguaggi, riti e tradizioni è ormai compromessa.
Oggi si è capito che quella del 1967 è stata una vittoria importante soprattutto dal punto di vista simbolico. C’era molta ingenuità in chi pensava che bastasse eliminare qualche riga dal testo della Costituzione per risolvere i problemi causati da molti decenni di discriminazione, razzismo e di difficile convivenza fra due culture radicalmente diverse. La sfida del presente, nel momento in cui giustamente si celebrano le conquiste del passato, è allora quella di concentrarsi più sui risultati co ncreti che sui simboli. «Il tempo delle belle parole è finito, adesso è giunta l’ora di impegnarsi verso un chiaro e definito piano d’azione», ha dichiarato Fred Chaney, uno dei responsabili del progetto governativo “Riconciliazione”. Con lui sono d’accordo anche l’emergente leader aborigeno Noel Pearson e Warren Mundine, il primo presidente aborigeno del Partito laburista australiano. Tante cose sono migliorate da quando, nel 1880, un colono scrisse a un giornale locale: «Prima ci liberiamo di questa debole, inutile razza, meglio sarà per tutti». Molto è cambiato da allora, ma la strada da fare è ancora lunga. C’è urgente bisogno di politiche di vasto respiro, non più decise a tavolino e in assenza dei diretti interessati. Allo stesso tempo, gli aborigeni devono trovare la forza e l’orgoglio per prendere in mano il proprio destino, sconfiggendo una mentalità fatalistica e passiva generata da duecento anni di promesse mai mantenute.