Da Parigi, Daniele Zappalà, Avvenire

INTERVISTA – Il filosofo Tzvetan Todorov: “Ognuno di noi può dirigersi verso l’universale, ma attraverso la padronanza della propria cultura”
Per l’intellettuale franco-bulgaro,che riceverà domani il premio Grinzane Cavour, “è pericolosa la prospettiva di una sorta di rinuncia generalizzata alle proprie radici. Ma anche l’idea di un’identità unica e immutabile”
“Sono le vecchie terre cattoliche come Francia e Italia quelle più tolleranti e capaci di dibattito. Il che nel mondo islamico è ancora un’illusione”

“Credo nell’unità della civiltà, che è ciò che si oppone alla barbarie; ma credo anche nella pluralità delle culture, le quali possono condurre tutte all’universale”. È la ferma convinzione maturata dopo decenni di investigazioni intellettuali dal grande filosofo e saggista Tzvetan Todorov, uno degli studiosi più fecondi ed ammirati della sua generazione, sul filo di ricerche spesso trasversali fra i campi della linguistica, della teoria letteraria, della sociologia transculturale e della storia delle idee. Intellettuale internazionale come pochi, Todorov riceverà domani il premio speciale Grinzane Cavour per il “Dialogo fra i continenti”.

Professore, quello di “dialogo” fra le culture, i popoli ed altro ancora è un concetto sempre più impiegato. A ragione?
Fin dall’epoca in cui mi concentravo soprattutto sulla teoria letteraria, mi sono interessato alla prospettiva dell’uomo come essere in dialogo. Ho la convinzione che non si possa mai comprendere l’individuo in modo isolato, ovvero considerandolo come autosufficiente. Con un’espressione un po’ dotta, si può dire che l’interumano precede l’umano. Quest’approccio si rivela fecondo anche per comprendere le relazioni fra società. Ogni cultura è un luogo d’incrocio d’interazioni fra culture, anche se non amo molto certe grandi formule all’insegna del dialogo astrattamente impiegate talora dalle organizzazioni internazionali. Personalmente, a un livello più concreto, ammiro molto i grandi specialisti della traduzione o della mediazione fra culture.

Lei ha insegnato a lungo in “città-mondo” come New York e Parigi. Cosa pensa di questi contesti multiculturali?
Mi paiono soprattutto un simbolo di quanto sta accadendo nel mondo, ovvero il contatto accelerato fra culture, piuttosto che un mezzo. La cultura metropolitana è stata sempre un po’ speciale, a Roma come a Berlino o a Londra. Queste capitali hanno sempre attirato persone del mondo intero illustrando la fecondità di questi incroci. Le metropoli hanno la voca zione di apparire come un laboratorio di ciò che potrebbe prodursi in modo più generale.

Dei laboratori “antropologici”, come sosteneva Senghor?
Sì, e come in ogni laboratorio vi sono talvolta dei conflitti. Questa promiscuità fra rappresentanti di varie culture provoca talvolta tensioni. Ma è meglio cercare di comprendere la natura di queste tensioni che eluderle vivendo nell’illusione di potersi rinchiudere in un’identità unica e immutabile. Ciò produce inevitabilmente solo paura e disprezzo.

Quale sguardo porta sull’idea, sostenuta da alcuni intellettuali «mondialisti», secondo cui occorre trovare dei simboli e valori per l’umanità intera?
Non mi pare la pista di ricerca più fruttuosa. Ciascuno nasce all’interno di una lingua e di una cultura che ci vengono trasmesse da chi ci sta vicino. Credo che ciascuno di noi possa dirigersi verso l’universale, ma attraverso una padronanza della propria cultura. Mi pare pericolosa la prospettiva di una sorta di de-culturazione generalizzata. Quando persone molto giovani vengono strappate al loro Paese di origine e trasportate in un altro contesto in cui si ritrovano ostracizzate, rischiano fortemente di non padroneggiare più né la cultura d’origine né quella nuova. Al contrario, quando si approfondisce sufficientemente la propria cultura, si può toccare l’universale. Dante fu per molti aspetti lo scrittore più italiano di sempre e al contempo resta il più universale. Dostoevskij non ha cercato simboli non russi, ma le sue opere hanno elevato tanti russi verso l’universale.

Quale ruolo possono svolgere le religioni nel dialogo fra le culture?
Le religioni rappresentano una grande parte della cultura. È certamente auspicabile una crescente riflessione su certi principi universali presenti in tutte le religioni, accanto a una maggiore tolleranza fra i fedeli di religioni diverse. Ma mi pare al contempo inimmaginabile la riduzione delle religioni attuali a un minimo denominatore comune. Esse hanno bisogno delle prop rie particolarità. La religione cristiana ha bisogno delle sue narrazioni, dei suoi simboli, delle sue rappresentazioni di cui ad esempio Paesi come l’Italia sono ricoperti. Un insieme incolore e generale di massime non potrà mai svolgere il ruolo autentico di una religione.

Nel processo di avvicinamento delle culture, regioni del mondo dalla storia tanto densa e sofferta come l’Europa hanno responsabilità particolari?
Quando delle vecchie terre cristiane e in particolare cattoliche come la Francia e l’Italia si mostrano tolleranti, capaci di accogliere il dibattito e di evitare ogni stigmatizzazione inutile dei fedeli di altre religioni, ciò ha indubbiamente un’influenza maggiore rispetto a quanto potrebbe accadere in regioni dove la religione non ha svolto questo ruolo. In modo analogo, nel mondo islamico, sono i Paesi detentori dei luoghi santi e della tradizione teologica più ricca quelli che dovrebbero mostrare i segnali di apertura più forte, anche se ciò può spesso apparire ancora come una pia illusione. In ogni caso, penso che ogni autentica forma di umanesimo potrà sempre nutrirsi del confronto con le altre culture. Ogni altra cultura ha sempre qualcosa da insegnarci.