Massimiliano Vitelli

Ulrike Meinhof

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Un cubo bianco. Luce. Silenzio. Dentro la scatola delle torture creata nel carcere di Stammheim una donna. La luce, simbolo sella vita, come veicolo per la morte. Gli occhi cercano di sfuggirle ma non ci sono ombre, né piccoli ripari. L’isolamento acustico rimbomba nella testa. Le atrocità di una politica carceraria dalle scelte estreme investono, come un uragano un ramoscello, Ulrike Meinhof. Lei tenta di resistere, forte delle sue convinzioni, delle sue certezze. Il silenzio artificiale buca il cervello più di qualsiasi assordante rumore. Le idee, però, per quanto sempre più deboli e confuse, non abbandonano la linea guida, la strada maestra. Non ci si piega alla repressione violenta, non è questa la giusta punizione che si può accettare dallo Stato. I giorni senza notti in quella cella dipinta di bianco per creare un sol giorno passano. Non ci sono tramonti da ammirare, né albe per sperare. Alla fine sarà solo una lunga, lunghissima, agonia. 237 giorni di sole artificiale in uno. Quando dal carcere dettero alla stampa la notizia di averla trovata impiccata fu per loro come una liberazione. Il suo “suicidio” un’effimera vittoria. Invece di provare vergogna per le torture inflitte, tentarono di mettere in rilievo il suo cedimento. Peccato che, dopo accurate indagini, una commissione internazionale indipendente dichiarò l’ipotesi del suicidio come inverosimile ed impossibile. La Meinhof era stata uccisa ed impiccata già cadavere. Non potevano piegarla, ne spezzarono la vita e le idee.

Nei suoi 42 anni vissuti pericolosamente, Ulrike Meinhof è passata da giornalista/reporter a terrorista di estrema sinistra portandosi dietro il suo bagaglio di donna e di madre. La svolta arriva nel 1968 quando inizia ad interessarsi del processo che vede imputati Andreas Baader e Gudrun Eislinn, accusati di aver incendiato due magazzini nel cuore di Francoforte. Il suo iniziale appoggio morale alla coppia sfocia presto in un aiuto pratico. Collabora attivamente alla loro fuga. Il salto che fa da una finestra durante l’evasione di Andreas a di Gudrun è un salto nella clandestinità. La sua prima vita (legale) si chiude qui. Diventa attivista della R.A.F. (Rote Armee Fraktion) e nel 1971 partecipa attivamente alla stesura del documento “Stadtguerrilla” in cui la R.A.F. sancisce il suo passaggio dalla rivoluzione pacifica alla lotta armata. Arrestata il 15 giugno 1972, nel carcere di Stammheim viene privata della capacità sensoriale uditiva e torturata con la luce, fino al 24 febbraio 1973. Poi nuovamente dal 21 dicembre 1973 al 3 gennaio 1974. Il 9 maggio 1976 la luce si spegne, per sempre, sulla sua vita. Il silenzio resta, ma in un tempo in cui si trovano ancora giustificazioni alle torture carcerarie, il grido di dolore della Meinhof nelle parole che scrisse ai suoi avvocati non può essere isolato: “Ogni cosa, qui dentro, è come un elettroshock, una continua devastazione del cervello”.

Senza voler giudicare gli eventi ed i fatti, sospendendo il giudizio sulla persona, una domanda resta: “Come può l’umanità accettare ancora oggi la repressione violenta, la tortura, l’umiliazione fisica e l’annientamento, come parte integrante di un piano legale di reclusione?”