di CONCETTO VECCHIO

Il capo delle Br più sanguinarie esce per “estinzione della pena”. Con Mario Moretti guidò il gruppo terroristico dopo il sequestro Moro

Giovanni SenzaniROMA – “I giudici che m’hanno esaminato negli ultimi dieci anni hanno potuto constatare che sono una persona cambiata e infatti hanno sentenziato l’estinzione della pena. Sono stato in galera 23 anni. Ho riconosciuto i miei errori davanti al tribunale di sorveglianza. Ora sono un uomo libero. La politica del resto l’ho abbandonata da un pezzo, ma non le mie idee di sinistra”. La politica Giovanni Senzani la praticava nelle colonne delle Brigate Rosse. Una parabola terribile.

Aveva studiato a Berkeley. Era un criminologo di un certo talento. Insegnava nelle università di Firenze e Siena. Scrisse perfino un libro per Jaca Book, la casa editrice legata a Comunione e Liberazione. Poi il demone della violenza politica lo risucchiò nel gorgo degli anni di piombo. A metà degli anni Settanta s’era accostato alle Br, nella cui sezione genovese militava suo cognato Enrico Fenzi: nel 1970 aveva sposato la sorella, Anna. Dopo il sequestro Moro ne assunse di fatto il comando, insieme a Mario Moretti. “Figura assolutamente atipica nel panorama del terrorismo di sinistra italiano: il leader dell’ala più sanguinaria”, lo definì l’ex presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sulle stragi Giovanni Pellegrino. Si disse che coltivasse legami con pezzi deviati dei servizi segreti. In carcere divise la detenzione con Ali Agca, indottrinandolo, secondo una certa vulgata, sulla pista bulgara. Fu lui a trovare l’appartamento in via della Stazione di Tor Sapienza a Roma dove venne sequestrato il giudice Giovanni D’Urso e che Moretti, in tuta da ginnastica e attrezzatura da carpentiere, trasformò velocemente in una prigione. E al compagno titolare dell’immobile, che osò fargli un’osservazione, sibilò gelido: “Non puoi saperlo meglio di me, che ho già fatto cinque sequestri”.

Volantino Brigate RosseSenzani gestì il sequestro di Ciro Cirillo ed ebbe l’ergastolo per l’uccisione di Roberto Peci, trucidato il 3 agosto 1981 in un casolare sull’Appia dopo un sequestro durato 53 giorni. Aveva la sola colpa di essere il fratello del primo pentito delle Br, Patrizio. Con una telecamera Telefunken avevano registrato tutti gli interrogatori e quando lo finirono con undici colpi di pistola – avvolgendo il cadavere in un drappo rosso sormontato dalla scritta “Morte ai traditori” – uno dei sicari immortalò la scena con la Polaroid. Fu una ferocia assoluta. Il sostituto procuratore Macchia giunse sul posto, vide la scena e finì a terra svenuto.

Senzani lo presero sei mesi dopo. Gli anni Settanta erano finiti da un pezzo. Nella foto segnaletica scattata in questura ha la zazzera in disordine, un barbone incolto, lo sguardo scocciato. Non si è mai pentito, né dissociato. Otto mesi fa ha quindi finito di scontare la sua pena, ma la notizia è trapelata solo ora. Gli ultimi cinque anni li aveva trascorsi in regime di libertà condizionale. Non poteva uscire di casa dopo le ore 23 e aveva l’obbligo di presentarsi due volte al mese in questura. Ci furono aspre polemiche per quella concessione fatta dal tribunale di sorveglianza. “Risponderà davanti a Dio di quello che ha fatto” commentò la madre di Peci, Amelia. Per la Procura generale di Firenze non sussisteva “il requisito del sicuro ravvedimento” e così fece ricorso. Ma la Cassazione alla fine diede ragione a Senzani. “La nostro fortuna è stata quella di aver trovato giudici scevri di condizionamenti” chiosa l’avvocato Bonifacio Giudiceandrea. Dice Senzani, che oggi ha 68 anni: “Sono in pensione, anche se continuo a collaborare con le Edizioni della Battaglia. Verrà il tempo di parlare del mio passato”.