Amiche da molti anni, si erano incontrate per prendere un caffè. Una si dedicava ad inchieste sulla corruzione

Marcela Yarce e Rocio Gonzalez TrapagaDue giornaliste strangolate, finite a colpi di pistola, e abbandonate nude in un parco della capitale: l’ultima agghiacciante cartolina che il Messico regala ad una settimana dalla strage al Casinò Royale di Monterrey, mentre il Paese sembra sempre più in preda alla follia della guerra tra organizzazioni criminali. Ed è il bilancio pesante che accompagna il presidente Felipe Calderon oggi in Parlamento, in occasione dell’avvio del suo ultimo anno di mandato.

Secondo la polizia messicana potrebbe essere una rapina il movente dell’omicidio di Marcela Yarce, fondatrice e direttrice delle relazioni pubbliche del settimanale indipendente Contralinea, noto per le inchieste realizzate su casi di corruzione, e di Rocio Gonzalez Trapaga, freelance con un passato come reporter per l’emittente Televisa. Ieri infatti Trapaga avrebbe fatto una consistente operazione in valuta nella casa di cambio di cui è proprietaria. Tuttavia, in un Paese che si è conquistato la maglia nera dell’America Latina per il numero di giornalisti uccisi, 5 su 19 nei primi 7 mesi, in un anno – il 2011 – definito «il più tragico delle ultime due decadi» dalla Commissione per la Libertà di Stampa, non si esclude che all’origine dell’omicidio possa esserci la professione delle due vittime. Già in passato infatti, giornalisti della rivista Contralinea erano stati al centro di agguati e minacce.

Il Messico è infatti uno dei Paesi più pericolosi nel mondo per i giornalisti. Secondo la Commissione nazionale dei diritti umani dal 2000 ad oggi ne sono stati uccisi 74: solo una settimana fa, nello stato di Sinaloa, era stato sequestrato e assassinato l’editorialista politico e direttore del quotidiano on-line “A Discusion” Umberto Millan Salazar. E in questi mesi si è registrato in crescita il numero di quelli che chiedono asilo politico. L’ultimo ad aver ottenuto questo status negli Usa è un cameraman di Televisa Torreon, Alejandro Hernandez. In questo panorama desolante, le organizzazioni sociali e sindacali stigmatizzano il presidente Felipe Calderon, che proprio oggi inizia il suo ultimo anno di governo. Dall’inizio del suo mandato, in cinque anni, si stima infatti che siano state uccise 50.500 persone, anche a seguito della sua strategia militare nella lotta al narcotraffico, che avrebbe provocato una «rottura» nella società, ormai sempre più dominata dalla paura.