Martina Buckley

Michelangelo Antonioni

Uno dei più grandi registi italiani del dopoguerra è morto lunedì scorso, 30 luglio 2007

Michelangelo AntonioniIn realtà Michelangelo Antonioni ci aveva lasciato 22 anni fa quando un ictus gli tolse la parola e la capacità di comunicare. Diventò quasi un personaggio dei suoi film: visse in prima persona l’alienazione dell’incomunicabilità, l’agonia di una vita che non consente espressione o dialogo. Eppure non era un film. Il vaso sanguigno che gli esplose nel cervello privò l’umanità di un grande. Antonioni sopravvisse, ma solo fisicamente. In realtà aveva già cessato di vivere. Nonostante l’aiuto dell’amico Wenders nell’attuare Al di là della nuvole nel 1995. Nonostante l’Oscar alla carriera dell’anno successivo.

Michelangelo AntonioniL’Antonioni che preferisco ricordare è quello della trilogia de L’avventura, La notte e L’eclisse, quando Monica Vitti era ancora la sua musa, grande interprete glaciale prima che rotolasse nel nonsenso della commedia all’italiana.
O ancora meglio, la trilogia in ligua inglese, i gioielli Blowup e Zabriskie Point e il dimenticato The passenger con Jack Nicholson. L’Antonioni dell’immobilità esistenziale, dei dialoghi vuoti e delle riprese a dettaglio. Dettagli ripetuti, zoomati, spesso in bianco e nero o a colori spenti.

Quando penso alla crisi umana che il grande regista tentava di rappresentare nelle sue pellicole, mi viene sempre in mente la scena finale di Zabriskie Point: Daria che fissa senza espressione o emozioni evidenti la villa del padre, la quale esplode. Ed esplode ancora. Ed ancora, ed ancora, ed ancora. Careful with that Axe, Eugene (la musica dei Pink Floyd che compone gran parte della colonna sonora è parte integrante del film) comincia in sottofondo e, al rallentatore, altre esplosioni, dettagli della casa, pezzi di mobilio, televisori, si susseguono per altri lunghi minuti. Fino a che, silenzio improvviso, la cinepresa torna sul volto sorridente di Daria.
Un mondo che esplode perché la comunicazione è impossibile. Un mondo borghese, arricchito, annoiato (ricordiamoci la futile gita in barca dell’Avventura che dà inizio alla tragedia esistenziale). Un mondo immobile, involuto: un immobilismo che Antonioni trova irrinunciabile nel suo stile, nell’attenzione quasi maniacale ai dettagli anziché al quadro totale della storia. Storie spesso deboli, quasi inesistenti. Perché incomunicabili.

Michelangelo AntonioniMichelangelo Antonioni è stato un gran postmodernista, nel senso che ha colto in pieno il vuoto esistenziale dell’uomo postmoderno. In completo rigetto del neorealismo che negli anni ’50 e ’60 imperava in Italia, focalizzò la sua analisi su quel mondo piccoloborghese che era il vero protagonista della nuova società postbellica. Un mondo che non sapeva più dialogare, tendere una mano, esprimere la propria rabbia, gioia o dolore.

Ci rimangono le sue grandi opere, patrimonio che non verrà mai dimenticato e servirà ancora da modello a generazioni di registi a venire.
Aveva 94 anni Michelangelo, alla sua morte. Un secolo riassunto in una vita, il ‘900, un secolo che lui stesso definirebbe intriso di solitudine e indifferenza.