Domenico Montalto, Avvenire, maggio 2006

L’artista colombiano espone a Milano e racconta come sono nati i suoi ultimi dipinti contro la guerra e la violenza

“Dopo aver visto cosa è successo ad Abu Ghraib, lo shock e l’ira mi hanno spinto a realizzare un ciclo che vuole essere un monito. Anche in Colombia si vive nell’orrore di uno scontro civile sanguinoso e senza fine”

Fernando Botero

Fernando Botero

Chi non conosce i suoi “ciccioni”? Oggi Fernando Botero è sicuramente l’artista più popolare. Un artista dalla notorietà universale anche – e forse soprattutto – fuori dell’eletta e fortunata cerchia dei collezionisti, dei mercanti d’arte moderna e dei nuovi miliardari russi in grado di pagare cifre da record per un’opera (in una recente asta internazionale un dipinto di Botero è stato battuto per un milione e mezzo di dollari).

Certo quella di Botero è, ormai da 58 anni, un’opera di immediata lettura, che piace al letterato e all’uomo della strada, sempre fedele a sé stessa, sostenuta da formidabili doti di disegnatore e da una costante gradevolezza della pittura.
I più hanno visto nell’ipertrofia anatomica e somatica delle figure e persino delle nature morte di Botero una metafora della bulimìa contemporanea, della grottesca dannazione consumistica che deforma corpi e anime, insomma una sorta di denuncia sociale, di anatema dei disvalori collettivi anabolizzati di vanità e di fatua apparenza.
Interpretazione parziale, se non fuorviante.

In realtà l’arte di Botero – come tutta la grande arte – elude le classificazioni, e contiene molte cose, obbligandoci a uno sguardo non convenzionale sull’arte stessa, ma soprattutto sulla realtà. È un’arte assoluta, a suo modo antica, e ben poco ha a che fare con l’attuale retorica del disagio. Ne parliamo con l’artista, che incontriamo in margine alla mostra personadtle inauguratasi ieri alla Galleria Tega di Milano. La sua opera è stata studiata anche psicanaliticamente, sotto la luce della fisicità e della carnalità.

Nel suo lavoro più celebre, complesso e “apocalittico” – l’affresco del Paradiso e dell’Inferno nella chiesa della Misericordia a Pietrasanta – il diavolo e il peccato sono emblematizzati pletoricamente, come adipe e carne.
Dipinto di BoteroInvero nella mia arte la carne non è peccato, semmai il contrario. Tutta la mia pittura, che fin da giovane è stata influenzata dalla solennità e dell’imponenza proprie del l’arte precolombiana e di quella del protorinascimento toscano, di Piero e di Masaccio, documenta una rammaricata nostalgia del mondo qual era prima della Caduta, dell’Eden di cui il genere umano faceva parte e nel quale ogni gesto avveniva senza malizia. L’origine colombiana, per me, non è solo un dato anagrafico, bensì culturale: nelle culture popolari ispano-americane la figura umana è ancora un mito; un mito che il sapere scientifico e tecnologico delle cosiddette civiltà avanzate – negli Stati Uniti, in Europa, in Giappone – ha invece dissacrato. Oggi l’arte contemporanea è tutta tesa verso l’attualità. I linguaggi concettuali e dei new media recepiscono la brutalità della cronaca. Per me invece la pittura – che è un’antichissima magia fatta solo di linee e di colori su una superficie piatta – deve dare un rifugio alla mente e al cuore, deve costruire un’esistenza parallela e amabile per la persona umana.

Che cos’è quindi l’arte? Una via di fuga? Lei sa bene cosa sia il dolore, avendo vissuto un grave lutto (la perdita del figlio Pedro, di appena quattro anni, ndr). Come può l’arte ignorare il male?
Non si tratta di ignorare il male, ma di non assolutizzarlo. L’arte è una costruzione spirituale che coesiste accanto alla vita, è appunto un’esistenza parallela che medica i dramdtmi e le ferite inferteci dalla realtà. Lei ha mai visto un quadro impressionista che esprima il dolore o l’angoscia, che pur esistono? Certo quei pittori avranno vissuto ognuno, come ogni uomo, drammi e sofferenze personali. Ma la loro pittura canta la vita, esalta la gioia di vedere comunque il mondo. Per me un quadro è una ritmica di volumi colorati dove l’immagine è solo un pretesto per arrivare a un ordine che ci dia felicità e speranza, come avviene nella pittura di Paolo Uccello, nell’arte fiorentina del ‘400 che è la più bella di tutti i tempi. Purtroppo il panorama attuale dell’arte presenta una povertà terribile.

Monnalisa di BoteroLa cronaca dei nostri giorni pare in balìa di un a violenza senza precedenti. Lei stesso ne è stato toccato. Nel 1995, in una piazza della sua città natale di Medellin, una sua scultura fu distrutta da una bomba della mafia che causò 27 morti. Ultimamente ha fatto scalpore un suo ciclo antimilitarista di dipinti che denunciavano i fatti avvenuti nel carcere irakeno di Abu Ghraib, le torture inflitte ai prigionieri. Qual è il rapporto fra violenza e poesia? L’arte può servire davvero la causa della pace?
Il ciclo di Abu Ghraib, un’ottantina di opere, è nato dallo shock e dall’ira, da un’ira profonda per la perversione, la disumanità, l’ingiustizia. Ma si badi bene: quei quadri non sono “fotografie” della cronaca; sono un’altra cosa, che appartiene al dominio della pittura. Quel corpus di dipinti non verrà mai messo in vendita, ma donato a un museo. Non solo perché non si può speculare sul dolore, ma soprattutto perché l’arte – se fruita pubblicamente – può essere un monito permanente contro la violenza e contro i crimini. Si pensi al celebre “Guernica” di Picasso: quel capolavoro nacque come denuncia di un episodio circoscritto, ma è divenuto un memento che vince il tempo, che grida contro l’infamia di tutte le guerre, passate, presenti e future. Anche per quanto riguarda il mio Paese, la Colombia, preda di una “guerra civile” criminale che sembra non avere fine, ho fatto su quel tema una lunga serie di opere, che sono state appositamente esposte: confido nella funzione educativa dell’arte.