Andrea Varacalli, giovedì 1 ottobre, Avvenire

Fiato sospeso alla Commissione e nelle cancellerie dei Paesi più grandi. Risultato molto atteso anche a Praga, dopo l’ultimo ricorso teso a frenare l’approvazione nella Repubblica Ceca

Ireland @ UELa promessa è quella rendere l’Unione europea “più democratica, più trasparente e più efficiente”. Ma la trasformazione deve passare dalla ‘forche caudine’ di Dublino. Per la seconda volta in un anno, tre milioni di irlandesi sono chiamati domani (oggi, Ndt) alle urne per ratificare o respingere il Trattato di Lisbona. Dalla loro risposta dipende in sostanza il varo della nuova architettura istituzionale della Ue, perché con il sì seguiranno le approvazioni definitive an­he dei Paesi cui mancano solo passaggi formali, Repubblica Ceca in primis.
Senza esclusione di colpi, mondo politico, economico, corporazioni, sindacati, esponenti della cultura e dello spettacolo irlandesi hanno combattuto a tutto campo una delle più intense battaglie referendarie sull’isola, dal cui esito – incertissimo alla vigilia – dipendono in sostanza tutti gli europei, quasi 500 milioni di persone.
Con 450mila disoccupati e capitali in fuga, Dublino è molto cambiata rispetto al precedente voto, che sonoramente respinse al mittente il Trattato. Oggi l’Irlanda manca di serenità. Sono sbolliti in fretta gli ardori di arricchimento che hanno segnato la cometa della Tigre Celtica negli ultimi anni.
Gli irlandesi si sono indebitati con le banche per le prossime due generazioni. La recessione ha portato un’alta disoccupazione (anche se gli ultimi dati la danno in rallentamento dopo un anno e mezzo).
Ieri il premier Brian Cowen, che nel 2008 incassò la bruciante bocciatura nel primo referendum, in un appello ai connazionali ha avvertito che “non ci sarà una terza chance” e che una vittoria del ‘no’ metterebbe a rischio la tenuta dell’Unione: “Affronteremmo un periodo di straordinaria incertezza e potremmo vedere lo sviluppo di un’Europa ‘a due velocità'”.
Cowen, dopo lo smacco dello scorso anno, ha negoziato a Bruxelles garanzie ufficiali per l’Eire che dovrebbero rassicurare chi teme per la sovranità nazionale: Dublino manterrà la propria neutralità, le proprie politiche fiscali, e nessuno tenterà di modificare le restrittive leggi sull’aborto.
Gli ultimi sondaggi – da prendere con cautela – dicono che il Trattato stavolta ce la dovrebbe fare: secondo i dati del Sunday Independent , il 68% voterebbe ‘sì’ (+5% rispetto a un precedente rilevamento), contro il 17% di ‘no’ (+2%), mentre calano gli indecisi. Diversi i numeri del Sunday Business Post, ma pur sempre indicanti una vittoria dei favorevoli al Trattato: ‘sì’ al 55%, ‘no’ al 27.
Ma il fronte della bocciatura è ben agguerrito e fino all’ultimo non si arrende. Prima è arrivata la stima se­ondo cui, dal gennaio scorso, più di 200 milioni di euro sono stati persi nell’industria della pesca per le competenze esclusive della Ue in questa delicata area di mercato unico. Poi il carico da 90 che ha unito l’estrema sinistra, i movimenti extra-parlamentari (il Coir), lo Sinn Fein (il partito dei cattolici dell’Ulster) – paradossalmente allineato con i conservatori britannici storicamente anti-europei – e alcuni intellettuali: 1,84 euro per ora di lavoro.
Sarebbe questo, secondo la loro propaganda, il minimo salariale introdotto obbligatoriamente se il Trattato venisse ratificato. E a tale voce si è dato grande risalto, con una campagna che ha utilizzato stampa e manifesti, per mettere paura alla gente.
Era l’isola di Smeraldo, ora l’hanno chiamata la Cayman del nord Atlantico, quindici anni di sovvenzioni e un fiume di prestiti, conti off­shore e defiscalizzazioni da Far West. Ma ecco che l’Irlanda pare essersi svegliata in un incubo non riducibile solo all’ingordigia della finanza palazzinara. C’è angoscia di perdere quello che finora si è ottenuto e sembrava dovesse rimanere a lungo.
In questa perversa rappresentazione dell’Europa, il governo smentisce gli euroscettici e fa quadrato con le facce più famose del grande e piccolo schermo.
Tutti in campo per spingere il ‘si’ a ventiquattro ore dal voto: registi, cantanti, anchormen e imprenditori. C’è anche Jim Sheridan, l’autore del Nome del padre, uno dei film più acclamati sul conflitto nordirlandese, e Bono Vox, leader degli U2.
“È una frottola. Il mi­nimo salariale non sarà materia della Ue”, hanno ribadito in coro dal gabinetto del premier. E in effetti la denuncia è falsa. Ma il commissario irlandese a Bruxelles, Charlie McGrevy, ammette: “Sul lungo periodo il controllo della fiscalità sarà nelle mani dell’Unione”.
E anche da Praga si osserva con attenzione l’andamento delle urne irlandesi.
Martedì un gruppo di 17 senatori ha messo in discussione la costituzionalità della ripetizione del referendum e ha poi identificato nel Trattato una violazione alla sovranità ceca. Il ricorso alla corte costituzionale di Praga è in grado di far slittare la ratifica. Ma un ‘sì’ da Dublino potrebbe sciogliere tutte le perplessità rimaste.
Per questo a Bruxelles e in tutte le cancellerie si tiene il fiato sospeso.