Da Dublino, Andrea Varacalli – Avvenire, 5 gennaio 2013

Premesso che il vero dramma sono ancora i numeri terrificanti della disoccupazione che viaggia al 15% e la nuova stagione di emigrazione, l’Irlanda ha iniziato a rialzarsi dopo le durissime riforme e la cura da cavallo per i conti pubblici alla vigilia del passaggio di consegne del semestre europeo a Dublino. «Siamo ottimisti e torneremo sul mercato dei bond nei prossimi mesi», ha dichiarato con un certo sollievo il premier Enda Kenny.

Stabilità, lavoro e crescita, il motto del governo. Da affiancare alle politiche agricole e soprattutto al rilancio del settore manifatturiero.

La fresca iniezione di capitali, grazie alla nuova rata d’aiuti del Fondo monetario internazionale, pari a 1,17 miliardi di dollari, ha consentito di riequilibrare le risorse da destinare alla crescita, soprattutto di crescita sostenibile, e non solo al pagamento degli interessi per un Paese che fino a qualche mese fa era ancora a rischio default.

Con un rapporto deficit-Pil che potrebbe essere riportato quasi miracolosamente sotto il 2%, l’Irlanda si presentata oggi agli ispettori internazionali con ottimi dati macroeconomici. «Le vendite sono state migliori del 2012 – spiega Derek Leonard, amministratore di una storica azienda che produce e distribuisce patate nei mercatini e negozi della capitale – ma Babbo Natale è rimasto ancora a dieta. Comunque siamo sopravvissuti».

Piegato nell’ultima grande crisi globale dai debiti delle sue banche, con i cittadini schiacciati da una depressione economica fuori controllo, il Paese prova ora a reimpostare la politica economica. Con l’obiettivo di crescere nel 2013 del 2%. Passando dalla finanziarizzazione spinta e in larga parte speculativa all’economia reale, a partire dalle produzioni sostenibili.

Si riparte dalla green economy, dalla riconversione industriale e da quella ambientale; dall’educazione, che promuova progressivamente nuovi stili di vita per gli irlandesi. Anche con l’introduzione di una semplice regola – ma portante – del regime fiscale: chi più inquina, più paga. Vale per tutti: dagli industriali agli automobilisti. Chi ha l’auto più grande, o la fabbrica più inquinante, rispetto alle emissioni subisce batoste fiscali non trascurabili. D’altro canto, chi decide di sedersi al volante di un’auto elettrica riceverà invece un forte incentivo sul costo di acquisto del veicolo.

Gli irlandesi l’hanno capito: se non si cambierà mentalità, non ci sarà ripresa né azione durevole sull’ambiente. Con 9 chili pro capite, da un anno, l’Isola è diventata il primo Paese europeo per la quantità di materiale elettrico ed elettronico riciclato: il doppio rispetto alla soglia raggiunta dai cittadini italiani.

Ma il segnale più forte che un’altra economia sia percorribile viaggia con la carbon tax: l’Eire ha abbattuto del 15% i livelli di emissioni dal 2008 e sono de facto aumentate le entrate di un miliardo e quattrocento milioni nel solo 2012.

Tuttavia, un simile processo di riconversione, che può essere ancora molto lungo e doloroso, spaventa molti cittadini. Sono 87 mila gli irlandesi che hanno lasciato l’Isola assieme ai migranti che fecero ruggire la tigre celtica dell’economia mondiale negli anni d’oro.

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Dublino, vicinissimo il ritorno sul mercato dei bond