Nar, storie spontaneamente armate

«Non ho paura di questa Corte, e non vi sto guardando negli occhi per impietosirvi o impressionarvi, ma solo perché sia chiaro che qui a Bologna non dovrò mai essere io ad abbassare lo sguardo. Non credo che ci sia altro».
Dichiarazione finale di Francesca Mambro al primo processo d’appello per la strage di Bologna.

“Lei mi chiede che cosa sono i Nar, se esiste una organizzazione dietro questa sigla. Rispondo: Nar è una sigla dietro la quale non esiste un’organizzazione unica, con organi dirigenti, con dei capi, con delle riunioni periodiche, con dei programmi. Non esiste un’organizzazione Nar simile alle Brigate Rosse o a Prima Linea. Non esiste neppure un livello minimo di organizzazione. Ogni gruppo fascista armato che si formi anche occasionalmente per una sola azione può usare la sigla Nar. D’altra parte non esisterebbe modo per impedirlo”.
Valerio Fioravanti, dall’interrogatorio al Procuratore della Repubblica di Padova del 19 febbraio 1981

È follia immaginare che la verità consista nella scelta, quando ogni presa di posizione equivale a una forma di disprezzo della verità.
E.M. Cioran

Nar. Nuclei Armati Rivoluzionari. Un acronimo secco, dirompente. Un’accellerazione metapolitica, un disegno dell’Anarchismo di Destra. Avviato dall’isolamento dalla Destra convenzionale, la rivolta Nar non ha paragoni nella nostra storia contemporanea. I neo Nazional-Rivoluzionari smascherano le alienazioni ideologiche e fanno fronte comune nel paradosso politico; guerrieri del nulla, rabbia, azione e reazione. La vendetta per i Nar assume una forma mitologica. Il grido all’armistizio con i giovani militanti della Sinistra e le difficoltà d’assimilazione per fermare il mattatoio attraverso una mutazione radicale dello scontro li elevano ad eremiti dell’istinto puro. Nar è soprattutto spontaneismo armato: un’elaborata forma di attacco al sistema che ha profanato i santuari intellettuali dell’eversione nera nello Stato. La clandestinità di questa Terza Casta della lotta armata, sintesi di un pugno di vite che separa due epoche nell’antagonismo militante di Destra, privilegia la forma di un romanzo, narrativa dell’azione e folgorante aggressione di rottura. In questa lunga conversazione intervista con Valerio Fioravanti tenteremo di ricostruire parte di questo sovvertimento politico e filosofico nella Tradizione della Destra Europea e osserveremo da vicino le centrali del depistaggio di Stato nella strage di Bologna.

Nar: in Principio era l’Azione. Storie spontaneamente armate.

di Andrea Varacalli e Valerio Fioravanti

È dunque evidente che la bellezza dell’azione consiste in solitudine, tensione, tragicità, in una pura decisione individuale, in cui nessun altro essere umano può entrare.
Yukio Mishima

Prima parte

AV: L’internazionalismo. La solidarietà pratica, le lotte in comune.
Agivano e concorrevano nel DNA dei Tupamaros di Berlino Ovest in sostegno delle formazioni mediorientali.
In primo luogo il Baader-Meinhof group e i campi d’addestramento in Giordania: comunione ottenuta in virtù delle relazioni dell’architetto della prima generazione della Raf, Host Mahler, poi arrivato al neo nazionalsocialismo della NPD. Mentre molti della destra militante italiana prestavano attenzioni di riguardo alle barricate cristiano-maronite in Libano, viceversa altri di quella stessa area si opponevano all’occupazione israeliana e al sionismo espresso dai merkeva e dell’I.D.F nei campi profughi palestinesi.
Da dove nasceva questo cortocircuito culturale e politico nell’estrema destra italiana? Fu una presa di coscienza esclusivamente della generazione, di quella stessa area, del ’77?

Francesca Mambro e Valerio FioravantiVF: Non era un cortocircuito nè culturale nè politico, ma l’inevitabile effetto, uno dei tanti, del fatto che il termine “estrema destra italiana” contiene tutto e il contrario di tutto. Non mi metterò a spiegare le varie differenze e inclinazioni, mi rifarò solo a un recente libro dal titolo geniale: “Fascisti immaginari”. L’assunto del libro era che i “fascisti” del dopoguerra non sono mai esistiti, ma sono esistite decine di migliaia di persone che “credevano”, immaginavano di essere fascisti, ognuno a modo suo. Comunque, per farla breve, io posso raccontarti i motivi per cui alcuni miei amici, con il mio consenso, hanno scelto di schierarsi dalla parte dei falangisti, alleati degli israeliani, piuttosto che dalla parte palestinese. Direi, semplificando, che era una presa di posizione “culturale”, e non politica. Nessuno di noi ignorava che anche i palestinesi avessero delle buone ragioni per la loro guerra, ma dovendo scegliere, ci sembrava più coerente schierarci con l’enclave cristiana piuttosto che con i musulmani o i marxisti che egemonizzavano i movimenti palestinesi. Un paio di altre considerazioni: dal nostro punto di vista, gli Israeliani, anche quando credono di essere di sinistra, in realtà sono “di destra”. Sono una piccola comunità circondata da avversari enormemente più numerosi che per sopravvivere fa affidamento sulla coesione interna e sul coraggio e l’addestramento d’ogni singolo membro della comunità. Un’altra riflessione che facevamo all’epoca, ma che è ancora attuale, è che molti di coloro che sposano la causa palestinese, in realtà sono degli antisemiti che non hanno più il coraggio di dirlo. Avere dei cattivi pensieri è, come diceva il filosofo, “umano troppo umano”, ma vergognarsene e fare giri di parole per nasconderli forse è anche peggio. Personalmente sia all’epoca che oggi io sono “filoisraeliano” e non filoebraico. Esattamente il contrario dei tanti che dicono di non essere antisemiti ma solo antisionisti. A me che uno nel privato dei suoi sentimenti sia cristiano, ebreo o musulmano non interessa, e non provo nessuna particolare solidarietà o avversità per gli ebrei italiani, così come non m’interessa più di tanto dei buddisti o dei testimoni di geova. Degli ebrei m’importa poco, ma Israele però è una cosa diversa, “laica”, e gli sforzi degli israeliani per sopravvivere mi piacciono. Non tutto quello che fanno è giusto, ma la loro è una storia in cui un “occidentale” può riconoscersi, i loro problemi ci appartengono, e anche i loro errori. Detto tutto questo, e ricordato che questo sentimento/ragionamento è minoritario nella destra italiana, normale o estrema che sia, devo terminare con una considerazione che forse, all’epoca, era la più importante: noi stavamo con i falangisti, e di riflesso con gli israeliani, perché ci piaceva fare il contrario di quello che facevano tutti. Andava e va molto di moda essere filopalestinesi, era ed è “politicamente corretto”. E a noi invece, giovani e anarchici come eravamo, ci piaceva essere “scorretti”, disobbedire su tutto, andare controcorrente. Semplice, anche superficiale se vogliamo, ma era così.

Dalle ceneri di quel sodalizio ideologico tra la prima e la seconda generazione della Rote Armee Fraktion e le formazioni filopalestinesi si era sviluppata una forte corrente “nominalista” in apparenza ultra-marxista che, esasperando l’antisionismo, avrebbe invece raggiunto concetti estramente fluidi sull’innalzamento delle modalità di lotta internazionale nella rete del gruppo Carlos. La Terza Generazione del B.M Groups, o terza evoluzione, dal volo Lufthansa di Mogadishu alla ‘Notte della Morte’ di Stammheim stava quindi legando alla propria storia l’anatema di Becker lanciatogli in ‘Hitler’s Children: The Story of the Baader-Meinhof Terrorist Gang’.
Kram e la Frolich si spostavano con il semtex su e giu per il globo. Ben tredici attentati simili a Bologna in meno di dieci anni. Nel 1982 arriva la condanna per la lady ex RAF dopo un attentato al treno che va da Tolosa a Parigi mentre la magistratura italiana considera attendibili i depistaggi dello stato maggiore di Al Fatah per voce di Abu Ayad. Dalle sue dichiarazioni prenderà corpo la la pista dell’estrema destra integratasi alle istanze falangiste in Libano. Due missili Sam-7 Strela vengono imbarcati a Ortona dal Giordano Abu Anzeh Saleh con la collaborazione di tre esponenti di Autonomia Operaia. In questo complesso scacchiere si snoda la strage di Bologna. Tra depistaggi e nuove rivelazioni l’ex presidente Cossiga apre a metà uno squarcio sugli impegni segreti dello Stato Italiano nella geopolitica mediorientale e sul suolo Italia divenuto un’appendice per i servizi segreti del Mediterraneo. Potresti spiegarci com’è stata calibrata questa speciale relazione con i libici. Qual è la tua lettura dei fatti storici e fin dove arriva l’ombra delle ex RAF nel capoluogo emiliano? Che cosa vi ha detto Cossiga durante il vostro incontro?

Io non sono un esperto di politica internazionale, e nemmeno di servizi segreti. Però, volente o nolente, ne ho molto sentito parlare durante gli anni delle udienze dei vari processi per la strage di Bologna, e durante le udienze di una serie di processi correlati. Ho ascoltato tutto e tutti, letto e incrociato i dati, infine calcolato. Con un punto di partenza: sapevo quali erano le prove false contro di me, e così, a ritroso, ho cercato di capire come mai fossero state costruite in un modo piuttosto che un altro, come mai coinvolgevano certe persone e non altre. Erano prove fatte male, molto incomplete, e quindi ho avuto subito la certezza che non sapessero molto di noi, che non disponessero di infiltrati seri. Architettarono prove astruse, collegamenti improbabili, e su come erano fatte male quelle prove io ho ragionato a lungo. Ne ho dedotto?o che quando hanno creato a tavolino le prove avevano molta fretta. Solo con la fretta si può spiegare un lavoro tanto superficiale da parte dei servizi segreti italiani. E allora, se avevano così tanta fretta, qual era l’evento che cercavano di “coprire”? Ma devo spiegare meglio tutto il percorso e questo mi obbligherà ad essere un po’ lungo.

Il processo di Bologna

bologna, 2 agosto 1980Come sai, il processo per la strage di Bologna ha avuto fasi alterne. L’indagine fu incardinata a Roma, dove il pool antiterrorismo, dopo alcuni anni d’indagini, ci prosciolse. Le medesime carte furono rilette in maniera opposta dai magistrati bolognesi che ci rinviarono a giudizio, e nel 1988 ci condannarono all’ergastolo con una formula strana: Fioravanti e Mambro non sono gli esecutori materiali, non sono i mandanti, non si sa esattamente quale sia il movente, ma sono sicuramente coinvolti. Due anni dopo, in appello, fummo assolti su insistenza della giuria popolare. La Cassazione annullò la nostra assoluzione perché “bisognava tenere più conto dei pentiti”, e infine, al termine di un nuovo processo d’appello, fummo nuovamente condannati, sempre con la promessa che ulteriori indagini avrebbero spiegato chi erano i mandanti, chi gli esecutori materiali e quale potesse essere il movente. Ora, indipendentemente da quanto noi si possa esser antipatici o simpatici, o colpevoli di altre cose e quindi meritevoli di queste o altre punizioni, rimane un fatto: di fronte a una stazione ferroviaria saltata in aria, la risposta ufficiale data dallo stato italiano attraverso la magistratura bolognese è: “Non si sa chi materialmente abbia messo la bomba, non si sa esattamente perché l’abbia fatto, non si sa esattamente chi siano stati i complici, si sa soltanto che a metà della catena di comando c’erano un ragazzo e una ragazza di 22 anni provenienti da Roma. Non è molto, ma così è”. Personalmente la ritengo una risposta ridicola, qualcosa di cui tutti dovrebbero vergognarsi, mentre invece tutti sembrano soddisfatti di questo verdetto inconsistente. Misteri dell’animo umano. Ad ogni modo anche i brutti processi che abbiamo subito a Bologna hanno avuto alcuni effetti positivi. Questi dibattimenti sono durati anni, dandoci molto tempo per leggere astruse carte processuali, per ascoltare le deposizioni “dal vivo” di molti uomini dei servizi segreti, dal semplice appuntato dei carabinieri distaccato a mansioni speciali, fino a risalire a generali ed ammiragli. Quindi abbiamo seguito il lavoro dei mass media, degli intellettuali, degli analisti politici. Insomma, volenti o nolenti, abbiamo seguito un lunghissimo corso teorico di terrorismo internazionale, con numerosi e qualificati docenti.

La pista libica, da Lockerbie a Ustica

Detto questo, cerco di venire al punto. Dico solo che noi, fino ad un paio di anni fa, abbiamo privilegiato la pista libica. Una pista che iniziammo a seguire con convinzione dal 1994. In quel periodo, parlando della strage di Ustica, si era scatenata in Italia una grande campagna di stampa incentrata sulla tesi del missile, partendo dal presupposto che qualcuno, quel giorno, avesse tentato di uccidere Gheddafi. L’aereo di Ustica, si sosteneva più o meno esplicitamente, era stato abbattuto per sbaglio dagli americani che in quelle ore cercavano di intercettare un veivolo simile a bordo del quale viaggiava Gheddafi. Centinaia d’articoli e d’interviste davano per scontata questa tesi, un vero bombardamento mediatico.
lockerbieMa in un angolo della mia memoria era rimasto ben impresso l’episodio di Lockerbie. Nel settembre 1988, sul villaggio scozzese di Lockerbie cadde un Jumbo della compagnia statunitense “Pan Am”. Specialisti inglesi ed americani esaminano i rottami e riuscirono subito a determinare la causa dell’incidente: una bomba a bordo. Piccola, probabilmente circa 200 grammi di “SEMTEX”, un esplosivo prodotto in Cecoslovacchia. Gli USA portarono davanti all’assemblea dell’ONU un’ipotesi d’accusa contro la Libia: Gheddafi avrebbe ordinato l’attentato per rappresaglia al raid americano su Tripoli del 19 aprile 1986, quando con un bombardamento “chirurgico” gli americani tentarono di colpire direttamente i suoi appartamenti. L’episodio è rimasto nella memoria di molti perché Gheddafi risultò solo ferito, mentre a perdere la vita fu una bambina, una figlia adottiva del rais libico. Secondo gli Usa, poichè in quell’occasione i loro bombardieri si erano appoggiati logisticamente in aeroporti inglesi, l’ordine di Gheddafi era stato di colpire un aereo Usa su territorio britannico, in modo tale da “punire” entrambe le nazioni. Sulla base di questa ipotesi d’accusa l’ONU votò l’embargo contro la Libia. Per l’ONU dunque anche in mancanza di prove specifiche era lecito sospettare Gheddafi d’attività terroristiche a fini di rappresaglia. A dire il vero lo stesso Gheddafi, in seguito, pur di ottenere il ritiro delle sanzioni economiche, ha ammesso una responsabilità del governo libico, cioè di se medesimo, in quella strage. Ma per quanto all’epoca si volessero prendere sul serio o meno le ipotesi americane su Ustica, un fatto risultava, secondo me, stranissimo: la medesima ipotesi poteva agevolmente essere applicata alla strage di Bologna, eppure non c’è stato Servizio Segreto nazionale o internazionale, nè un analista politico, nè uno storico nè un giornalista che abbiano proposto un parallelo tanto facile.
itaviaRicapitoliamo quella che era l’ipotesi all’epoca più accreditata su Ustica: qualcuno aveva abbattuto il DC9 per sbaglio. Il vero bersaglio era il Tupolev su cui quella sera viaggiava Gheddafi. Gheddafi all’ultimo momento invertì la rotta. Su una rotta aerea contigua, nella fascia oraria in cui era previsto il passaggio dell’aereo di Gheddafi diretto a Zagabria, passò un DC 9 civile, partito da Bologna con due ore di ritardo e diretto a Palermo, e che quindi non era previsto si trovasse in quella zona. Il ritardo dell’aereo, secondo l’ipotesi del “combattimento aereo”, avrebbe tratto in errore i piloti militari incaricati di intercettare ed abbattere il Tupolev.
Sappiamo che nel 1980 sia gli USA che la Francia erano ai ferri corti con la Libia, la Francia addirittura in Ciad combatteva contro truppe libiche. Era lecito immaginare che l’attentato contro Gheddafi fosse stato organizzato dagli americani o dai francesi. L’Italia poteva aver fornito supporto logistico o -come alleato NATO – poteva anche solo aver “visto” sui radar la scena, ma era vincolata al rispetto del segreto. La morte di civili italiani non fu voluta, ma una volta accaduta il governo italiano non poteva rivelare di conoscerne la vera causa, salvo accusare esplicitamente gli Usa o eventualmente la Francia di aver tentato di uccidere un capo di stato straniero, con tutti gli scandali e i danni del caso.Questo potrebbe spiegare gli imbarazzati silenzi dell’Aeronautica Italiana, il sostenere delle tesi improvvisate, come il back out generale dei radar di quella zona o la mancata disponibilità dei nastri magnetici a causa della coincidenza dell’abbattimento del DC9 era avvenuto proprio nel momento con il momento in cui si era verificata la sostituzione delle cassette.

Ustica e Bologna

Dopo Ustica, così come esattamente dopo Bologna, arrivano telefonate anonime che rivendicano i due fatti in nome di una formazione d’estrema destra, i NAR. Entrambe le rivendicazioni sono superficiali, non forniscono elementi di riscontro, eppure tutti fanno finta di prenderle molto sul serio. Negli anni successivi fu accertato che la telefonata di rivendicazione di Ustica fu fatta da un uomo dei servizi segreti legato alla Democrazia Cristiana. Ma indipendentemente da chi abbia veramente fatto le telefonate, una cosa è certa: nessuno avanza ipotesi credibili, e per quanto le ipotesi che vengono fatte siano al limite del ridicolo, tutti fanno finta di prenderle sul serio. Cade un aereo e tutte le nostre autorità fanno a gara a chi ne sa di meno. L’Italia non ha mai avuto una politica estera così spregiudicata da organizzare in prima persona un colpo di stato in un paese limitrofo, ma di certo non s’è nemmeno mai opposta alle manovre a vasto raggio dei propri alleati. Noi allo stato delle cose non possiamo sapere se questa lettura è realistica. Ma mettiamo per ipotesi che la Libia abbia più “prove” di noi o che comunque anche in assenza di prove abbia ritenuto l’Italia coinvolta nel complotto: avrebbe organizzato una rappresaglia? Nel caso di Lockerbie gli USA e l’ONU dicono di sì, perché non dovremmo ipotizzare una reazione del genere per la strage di Bologna? Deve colpirci solo la coincidenza che il DC9 parte proprio da Bologna? No, la coincidenza più impressionante è un’altra: il fatto che mai nessuno abbia anche solo tentato un collegamento Ustica-Bologna. I nostri Servizi (più o meno “deviati”) accusati in tutti i modi di connivenza con le stragi avrebbero dovuto essere felicissimi di sgravarsi di un tale sospetto ed incolpare finalmente degli “stranieri”! Eppure è proprio dai Servizi che viene la difesa ad oltranza dei libici. L’ipotesi corrente è che ciò sia stato fatto in difesa degli interessi economici dell’Italia in Libia, ma la storia potrebbe essere più semplice. Diciamo che gli USA o la Francia hanno tentato di uccidere Gheddafi, e diciamo che Gheddafi abbia “punito” l’Italia per il supporto logistico fornito agli attentatori: quale sarebbe il comportamento più logico dei nostri Servizi? Tacere sia sull’uno che sull’altro caso. Per nessuna ragione la Libia deve essere sospettata della strage di Bologna perché dopo un’accusa del genere verrebbe a galla inevitabilmente il movente. I nostri Servizi stanno in mezzo, probabilmente senza responsabilità dirette nè su Ustica nè su Bologna, ma il loro compito (un compito anche comprensibile da molti punti di vista: ormai i morti ci sono stati, si tratta di evitare ulteriori danni) è di bloccare tutte le indagini, rallentare, confondere. Esattamente quello che hanno fatto.
Di ipotesi se ne possono fare mille, ma per noi la domanda principale rimane una: perché tanta insistenza nel negare qualsiasi legame Ustica-Bologna? Perché i nostri Servizi e la nostra Aeronautica sì “sacrificano” subendo in silenzio tutte le accuse, i processi, gli insulti? Non ha senso che “coprano se stessi”, è più plausibile che siano chiamati a garantire un delicato ed importante equilibrio internazionale. D'”inconfessabile” non c’è tanto l’abbattimento per errore di un aereo “amico” (in altri casi gli USA l’hanno ammesso ed hanno risarcito le vittime, ad esempio con l’AIRBUS iraniano nel luglio 1988) quanto il tentativo di uccidere Gheddafi. Quello non può proprio essere ammesso”.

A questo punto è legittimo chiedersi: se i nostri governanti democristiani avevano ordinato ai Servizi di “insabbiare” le prove contro la Libia e contro gli Usa, come mai la sinistra non si toglievano la soddisfazione di mettere in imbarazzo i politici della parte a loro avversa elencando gli indizi contro la Libia e i relativi indizi della “copertura”? E siccome quel tipo di omertà era la stessa che stavo personalmente sperimentando nel corso dei processi di Bologna, ho seguito le vicende con un minimo di attenzione.

Ma c’era un altro elemento importante che poteva collegare Ustica a Bologna, e anche in questo caso si trattava di un elemento che non compariva mai sui giornali. In quella stessa estate del 1980 i servizi segreti libici hanno commesso 5 omicidi, un deputato della Commissione Stragi dice addirittura 12, e il tutto è stato “sopportato” dal governo italiano dell’epoca che temeva ritorsioni ancora più gravi. Alcuni di questi assassini vennero arrestati, ma su ordine esplicito, e segreto, del governo, furono immediatamente rimandati in Libia. Insomma in quell’estate esistevano uomini perfettamente armati e perfettamente organizzati, che ricevevano denaro in quantità, armi e documenti falsi attraverso la valigia diplomatica, che si muovevano sul nostro territorio compiendo attentati di una certa abilità, e nessuno vuole prendere in considerazione che avrebbero potuto mettere 200 grammi di esplosivo sull’aereo di Ustica, oppure un pacco alla stazione di Bologna. Io non ho elementi concreti per dire cosa esattamente abbiano fatto i libici, o altri terroristi internazionali, durante quell’estate. Ho elementi concreti, concretissimi per dire che c’è stata una strana, potente e perdurante congiura del silenzio. E su questo mi pongo delle domande.

I rapporti tra Italia e Libia

GheddafiRicapitoliamo cosa esattamente collega Ustica a Bologna e per farlo partiamo dalla fine ripercorrendo la storia a ritroso. A fine agosto 2003 Gheddafi ammette le responsabilità libiche in tre clamorosi attentati avvenuti in Europa negli anni ’80: la bomba che ha fatto precipitare un aereo Pan Am su Lockerbie nel 1988, la bomba sull’aereo UTA precipitato in Niger nel 1989, e l’attentato alla discoteca ‘La Belle’ di Berlino nel 1985. I tre attentati causarono un totale di 450 morti, (tra cui nove italiani, ormai totalmente dimenticati dai media, per loro nessuna commemorazione, o comitato) e 260 feriti. In quegli stessi identici anni anche in Italia fu abbattuto un aereo, e anche in Italia fu messa una bomba in un luogo densamente affollato, eventi che provocarono 170 morti e 300 feriti. Accade tuttavia che le “confessioni” di Gheddafi abbiano una particolarità: sono precise su attentati che hanno coinvolto la Gran Bretagna, gli USA, la Francia e la Germania, mentre sono invece del tutto evanescenti per altri attentati (Ustica e Bologna) che hanno colpito l’Italia. La notizia comunque non ha affatto interessato i media italiani. Oltre 600 morti sono un’enormità, e anche per le vittime italiane essere indennizzati con 2,7 milioni di dollari piuttosto che con i 100 milioni di vecchie lire previste dalla legge italiana sarebbe stato vantaggioso. Eppure la notizia che in cambio dell’annullamento delle sanzioni economiche Gheddafi “confessava” tre sanguinosissimi attentati non ha dato il via a seri approfondimenti. Basterebbe dire che per la strage in Niger sono stati condannati all’ergastolo il cognato di Gheddafi, Abdallah Senussi, e cinque appartenenti ai Servizi libici. Su quell’aereo, tra l’altro, è morta la sorella di Silvia Baraldini, l’estremista di sinistra italiana che è stato per tanti anni al centro di trattative tra Italia e Usa per la sua estradizione. Con l’attentato, il regime libico mirava ad imporre alla Francia il disimpegno militare nel Ciad, abbandonando così N’djamena nelle mani di Tripoli.
Alcuni articoli, pochi, si contavano sulle dita di una mano, mettevano in fila quasi come in un gioco dell’assurdo una lunghissima serie d’auto-depistaggi subiti dalle indagini italiane per colpa del luogo comune che tutti i mali del mondo sarebbero derivati dalla CIA americana. Un paio di giornalisti di buona memoria sono tornati a intervistare l’ex sottosegretario protempore Zamberletti, che ha reiterato una precisa e molto ben circostanziata accusa al regime libico per i 165 morti su suolo italiano del 1980. Tutto questo è vero, ha senso, eppure non basta. La questione non è quello che fa Gheddafi, quello che confessa o non confessa, bensì quello che hanno fatto e fanno i paesi da lui bersagliati. USA, Gran Bretagna, Germania e Francia hanno premuto fino in fondo la leva delle sanzioni, hanno fatto la voce grossa, hanno fatto richieste ben precise, e quindi hanno ottenuto risposte. L’Italia No. Noi non otteniamo risposte perché non facciamo domande. Noi non otteniamo giustizia per le nostre vittime perché nè i governi di prima, nè quelli di durante, nè quelli di dopo se ne stanno interessando, o meglio, perché noi facciamo l’opposto di quello che hanno fatto gli altri paesi: mentre gli altri sono riusciti a creare pesanti difficoltà economiche a Gheddafi, i nostri governanti di prima e di adesso sostengono l’esatto contrario, ossia che un atteggiamento intransigente con il leader Libico sarebbe stato economicamente pericoloso per il nostro paese. Semplificata in questi termini la questione ha qualcosa tra il surreale e il ridicolo, eppure, nonostante i 165 morti sullo sfondo, è così che l’hanno ridotta.
Tornando al 1980, quella era l’estate dell’ultimatum della Libia all’Italia: riconsegnateci gli esuli, o subirete pesanti conseguenze. L’Italia non espulse gli esuli, fatto che avrebbe suscitato uno scandalo internazionale, ma fece di peggio: consegnò ai libici, attraverso i servizi segreti, una lista degli indirizzi di residenza dei dissidenti. Il giudice Priore ha ricostruito l’episodio, mentre indagava su Ustica. Priore ha scritto: “Nel nostro Paese le settimane antecedenti alla scadenza dell’ultimatum furono in realtà segnate dall’omicidio di ben cinque esuli libici, mentre altri due oppositori riuscirono a salvarsi, benchè oggetto d’attentati”.
Il giudice Priore prosegue nella sua sommaria ricostruzione, elencando alcuni dirigenti dei servizi segreti libici arrestati, ma subito dopo scarcerati, a seguito di “Vivaci proteste delle Autorità libiche, che giunsero fino a minacciare ritorsioni contro il popolo italiano”. Il segretario dell’Ufficio Relazioni Estere libico, Ahmed SHAHATI, avrebbe, infatti, rimarcato che “se i dissidenti non saranno riconsegnati al popolo libico saranno prese ‘very strong measures’ [misure molto forti] contro l’Italia e contro i malfattori. Le Autorità italiane dovranno sopportare conseguenze di loro scelta”.

I libici in Italia

Sempre riassumendo Priore: “Già nell’agosto del ’79 il SISMI aveva fornito al Rappresentante ufficiale del Servizio Informazioni libico in Italia, Mousa Salem, una prima lista di cittadini libici residenti a Roma. Una seconda lista di dissidenti libici era stata invece recapitata dal Capo del Servizio, Gen. Giuseppe Santovito, tramite il Cogliardo, allo stesso Mousa Salem in data 14.2.1980 ed una terza lista gli venne consegnata – sempre su disposizione del Direttore del SISMI – in data 2 aprile 1980. Si vuole sostenere che in realtà il Servizio italiano abbia consegnato informazioni ormai superate, di soggetti non più residenti in Italia o che comunque vennero avvertiti per tempo dando loro modo di allontanarsi prima della reazione libica. Fu invece assassinato Aref ABDULJALIL. ZAKI, tra i nominativi della lista del 29 marzo, consegnata il 2 aprile, il quale – secondo quanto riportato nella nota 24 aprile 1980 del raggruppamento Centri CS -: sarebbe stato avvisato. Certo è che egli fu ucciso proprio in Via Veneto, luogo indicato nella nota come suo domicilio. Fu ucciso l’11 giugno anche El Hedeiri AZZEDIN, anch’egli presente nella lista. Ma il punto sottolineato ai fini del procedimento è che a fine Maggio la situazione di tensione era ormai gravissima e che i massimi livelli del Governo furono informati. La questione fu anche affrontata in sede di CIIS con il Presidente del Consiglio, On. le COSSIGA. (…) Infine il SISMI, in data 9 giugno 1980, alla vigilia della scadenza dell’ultimatum trasmetteva, all’attenzione del Presidente COSSIGA, un appunto sulla situazione libica in Italia, nel quale venivano ricostruite le vicende salienti nei rapporti tra i due Servizi di Informazione ed era inoltre sollevata nel contesto la problematica relativa alla presenza della dissidenza libica nel Paese, concludendo chela questione non poteva che risolversi “al di fuori degli schemi tradizionali e consentiti” e che abbisognava del “supporto politico che appare più che mai necessario, per affrontare quegli aspetti che, istituzionalmente, sono collocati al di fuori dei compiti e delle prerogative del Servizio”.
Francesco Cossiga“L’11 giugno 1980, allo scadere dell’ultimatum, veniva ucciso a Milano il cittadino Libico LADHERI AZZEDINE, mentre a Roma riusciva a salvarsi da un attentato il libico MOHAMED SAAD BIGT. Lo stesso giorno Said SALEM, un importante esponente dei Servizi libici, arrestato dopo uno degli omicidi, veniva trasferito dal carcere presso la Casa di cura Villa Mafalda. Anche questo trasferimento seguiva a una trattativa diplomatica, giacchè vi era stato un interessamento diretto del Primo Ministro libico JALLUD, il quale aveva scritto in proposito al Presidente del Consiglio COSSIGA. La questione di Said SALEM fu certamente portata all’attenzione delle Autorità politiche, anche se ne sono ignoti i termini precisi, giacchè della Riunione dei Direttori (CESIS – SISMI – SISDE) del 12 giugno 1980, non esiste verbale integrale, ma solo – come era peraltro prassi – una sintetica annotazione degli argomenti trattati (tra cui appunto “Questione libici (Salem Said)”.
“La caccia agli oppositori di Gheddafi in tutta Europa e anche in Italia ebbe ulteriori conseguenze, che possono aver avuto riflessi anche nelle relazioni con l’Italia. Occorre poi ricordare che avversari interni al regime libico predisposero per il 4 agosto 1980 un tentativo di colpo di stato. Tale iniziativa sarebbe dovuta scattare al termine del Ramadan, tra il 4 e il 6 agosto 1980, e fu invece duramente repressa: un numero imprecisato di congiurati fu passato per gli anni e altri furono giustiziati in seguito. Tre italiani furono coinvolti nel tentato colpo di stato, Edoardo SELICIATO, Enzo CASTELLI e Orlando PERUZZO, arrestati tra il 2 e il 4 agosto 1980, come risultò dagli atti acquisiti presso il Ministero degli Affari Esteri. SELICIATO era condannato a morte e CASTELLI a una grave pena detentiva. Dopo un lungo periodo di dura prigionia furono infine scambiati con libici arrestati in Italia per attività terroristiche. Afferma infatti CASTELLI che nel luglio 1980, durante i colloqui con Ahmed MARZUK, uno dei cospiratori, si affrontò il tema degli appoggi di cui, secondo l’Espresso, terroristi di estrema sinistra avrebbero goduto in Libia: “MARZUK a questo punto sembrò chiudersi e fece cadere il discorso, dopo avere detto che queste cose erano responsabilità di Gheddafi. In seguito però tornò sull’argomento per farmi capire che erano in disaccordo con il Rais anche per l’appoggio ai terroristi italiani e aggiunse: “È lui che fa abbattere gli aerei italiani”. Il discorso non sarebbe più stato ripreso e dunque CASTELLI non è in grado di aggiungere ulteriori particolari. Un altro elemento si sarebbe però aggiunto in seguito, da fonte del tutto diversa. Ricorda infatti Castelli: “Mentre ero detenuto durante il processo militare, vidi un uomo tenuto in rigorosissimo isolamento; questi non era imputato con noi, ma semplicemente detenuto in una cella vicina alla nostra. In seguito un altro pilota, che era in cella con me, mi disse che l’uomo in isolamento era un capitano pilota che, dopo aver compiuto operazioni in Europa, era caduto in disgrazia. In seguito, l’ufficiale pilota … quasi scherzando e passandomi vicino durante l’ora d’aria, mi disse: “Muhammar vi butta giù gli aerei”. La battuta fu fatta in inglese; egli usò il verbo put down o knock down e il nome Muhmmar che è il nome di Gheddafi”. L’Ufficiale era detenuto insieme a Marzuk, con il quale aveva rapporti costanti. L’epoca della confidenza (luglio 1980) e la provenienza da un ambiente assai prossimo a Gheddafi la rende di particolare interesse. Non è stato possibile sviluppare ulteriormente l’informazione”.
Così conclude Priore questa fase dell’analisi: “Nessuna collaborazione è venuta, in generale, dalla Libia, tanto che l’8 giugno 1996 l’Ufficio segnalava al Ministro di Grazia e Giustizia che le Autorità libiche non avevano nemmeno dato segno di aver ricevuto le richieste di assistenza giudiziaria, cosicchè si riteneva di non più formulare ulteriori richieste, benchè l’indagine abbisognasse di una moltitudine di verifiche di dati, documenti e informazioni”.

Il contenzioso su Malta

Priore poi individua un altro possibile, gravissimo, motivo di frizione tra Libia e Italia. A pag. 460 della sua requisitoria su Ustica scrive: “Un aspetto, infine, delle relazioni tra Italia e Libia che potrebbe aver determinato la decisione di destabilizzare il nostro Paese attraverso azioni di rappresaglia è costituito dal forte contenzioso instauratosi circa i rapporti con Malta. Si tratta di un aspetto qualitativamente diverso dagli altri sin qui trattati, in quanto rientra nelle grandi linee di politica estera e non in fatti in sè accertati autonomamente; in altre parole, non siano stati individuati specifici elementi di prova che consentano di affermare che vi sia una relazione tra lo sviluppo delle trattative e i fatti di Ustica e Bologna. Ciò non toglie che la serie di coincidenze temporali non può essere sottovalutata e che in questa sede debba esserne dato conto. È, infatti, indubitabile che la questione di Malta sia un punto di grande tensione tra i due Paesi e che le scadenze temporali di questo contenzioso siano coincidenti con tragici eventi verificatisi nel nostro Paese. Nel gennaio 1980 iniziarono i negoziati tra Italia e Malta per un trattato di assistenza economica e di garanzia della neutralità di quel Paese, anche attraverso misure di carattere militare. Questo negoziato mirava a inserirsi nei difficili rapporti tra il Governo maltese di Don MINTOFF e la Libia. Mentre apparentemente si andava rafforzando il legame tra i due Paesi tanto che la Libia contribuiva fortemente all’economia maltese e alla sua difesa militare, il nuovo Governo del Premier socialista mirava a raggiungere l’indipendenza energetica dell’isola attraverso lo sfruttamento di un grande giacimento petrolifero nei Banchi di Medina, rivendicato però anche dalla Libia. Malta cercò quindi di ottenere dai Paesi europei la garanzia della sua indipendenza e il suo principale interlocutore divenne l’Italia, sia perché Nazione presidente di turno della Comunità Europea, sia per i rapporti privilegiati che il nostro Paese intendeva allacciare con Malta e per i quali si erano avviati negoziati segreti. Questa partita, poi, si andava a inserire in una molto più vasta, che concerneva la rinnovata situazione di tensione tra i due blocchi, avendo Malta concesso all’Unione Sovietica l’uso delle sue basi militari. Il controllo di Malta diveniva quindi essenziale non solo sotto il profilo del controllo delle risorse petrolifere (all’epoca di straordinaria importanza) e dei rapporti con la Libia, ma anche del contrasto con l’Unione Sovietica, ormai a livello di guardia. (…) Il negoziato fu fortemente osteggiato dalla Libia che già nel marzo fece pervenire, tramite canali diplomatici, segnali in questo senso. Nel giugno, poi, una delegazione del Ministero degli Esteri libico si recò presso la Farnesina ove incontrò il Sottosegretario e funzionari del nostro Ministero. “La delegazione invitò il Governo italiano a non concludere l’accordo e a soprassedere, poichè tale accordo bilaterale era dal loro Governo interpretato come un gesto non di amicizia verso la Libia. Non usarono il termine ‘ostile’, bensì un giro di parole il cui senso era di gesto non amichevole Ci chiedevano di sospendere la conclusione del trattato. Si mostravano gentili ma irritati. Nell’andar via ci dissero di ripensarci. Ma alla fine di giugno venne a maturazione un aspetto della complessa trattativa. Malta aveva, infatti, invitato la Libia a risolvere, attraverso il ricorso alla Corte Internazionale dell’Aia, la questione dello sfruttamento dei Banchi di Medina entro il 30 giugno. In caso contrario avrebbe unilateralmente dato inizio alle operazioni d’estrazione del petrolio. Tale comunicazione si fondava sull’accordo intervenuto con l’Italia che avrebbe fatto operare la piattaforma di ricerca dell’ENI, sotto il controllo delle proprie Forze armate. In effetti, a metà agosto l’ENI avrebbe cominciato le trivellazioni con la piattaforma SAIPEM 2, ma un intervento militare libico costringeva a sospenderle e dopo qualche tempo di tensione, il 4 settembre, a interromperle definitivamente. La situazione di gravissima tensione prosegui per tutto il mese di luglio, sia sul fronte degli attentati (a Malta saltano in aria immobili libici) sia sul fronte militare; ove prosegue il rafforzamento delle misure al confine tra Egitto e Libia si svolgono grandi esercitazioni aeronavali. (…) Il 2 agosto 1980, in coincidenza anche oraria con la strage di Bologna, l’accordo fu siglato a La Valletta dal Sottosegretario agli Affari esteri, On. le ZAMBERLETTI. (…) L’ipotesi che l’attentato del 2 agosto poteva esser stato motivato dalla contestuale sigla del trattato fu avanzata a ZAMBERLETTI dal Primo Ministro maltese, Don MINTOFF. (…) ZAMBERLETTI ne parlò dunque in più occasioni ufficiali (incontri con il Presidente del Consiglio, con i Direttori dei Servizi, riunioni del Consiglio dei Ministri). Null’altro risulta in proposito dai documenti ufficiali”.

L’incontro con Cossiga: la pista palestinese

Ragionando su tutte queste cose Francesca ed io ci siamo detti: “è passato tanto tempo, magari se ne può parlare più liberamente” e decidemmo pertanto di chiedere un incontro a Francesco Cossiga. Cossiga, nel 1980 era il Primo Ministro che a poche ore dalla strage andò in televisione a dire al paese che la strage di Bologna era “fascista”, salvo poi, qualche anno dopo, quando era diventato Presidente della Repubblica, dichiarare pubblicamente che sulla strage di Bologna era stato ingannato dai servizi segreti, e chiedeva scusa alla destra italiana. A più riprese, nel corso d’ interviste e anche in alcuni dei suoi libri, Cossiga aveva pubblicamente sostenuto la convinzione della nostra innocenza. Chiedemmo l’appuntamento, ci fu accordato. Fu cortese, e lo fummo anche noi. Parlammo di tante cose, e alla fine formulammo una richiesta abbastanza precisa: gli chiedemmo se poteva darci “un foglietto”. Nel senso che, per la legge italiana, per chiedere la riapertura del processo di Bologna, bisognava presentare alla magistratura “una prova nuova”. Gli dicemmo che a un quarto di secolo di distanza, andati ormai in pensione tutti i funzionari di alto grado che avevano lavorato a costruire le prove false contro di noi, forse almeno una di queste prove poteva essere smentita. Gli chiedemmo, per la precisione, di avere qualche informazione “riservata” su chi aveva “creato” il supertestimone falso che ci aveva accusato a Bologna, chi aveva firmato i mandati di pagamento, e tutti i vari ed enormi benefici di cui aveva goduto. Disse che non conosceva bene la questione, e che comunque “certe cose” non le decidono i ministri, e che quando vengono realizzate nessuno le mette per iscritto. C’incontrammo ancora nei mesi successivi, un paio di volte nei suoi uffici di senatore a vita, e un paio di altre volte, non sentendosi in buona salute, ci convocò a casa sua. Volle conoscere nostra figlia, parlammo di tante cose ma ogni volta ci spiegava con un rammarico che appariva del tutto sincero, che non aveva “cose concrete” da darci. Ci disse, testualmente, che la verità non l’avremmo conosciuta nè noi, nè nostra figlia, ma con un po’ di fortuna l’avrebbero conosciuta i figli di nostra figlia. Insomma, tra altri cinquanta o cento anni!
Invece che informazioni sul “pentito” iniziammo a domandargli riscontri sulla “pista libica”. Lui ci ascoltò con molta attenzione, ma alla fine scosse la testa e disse: “No, non credo che la pista libica sia quella giusta. Piuttosto, la pista palestinese. Un incidente.”.
Ce ne andammo portandoci dietro una fortissima perplessità. In tanti anni nessuno aveva mai ipotizzato nemmeno di sfuggita una pista palestinese, e a me, francamente, sembrava un’ipotesi astratta e piuttosto fantasiosa. Pensai che fosse un escamotage di Cossiga per troncare il discorso, per confermarci la sua comprensione da un punto di vista umano, ma ricordarci che poi, quando si torna a parlare di cose importanti, come i rapporti tra governi e gli equilibri politici nazionali o internazionali, noi dobbiamo stare al nostro posto e ricordare che non contiamo niente. Tornammo da lui ancora una volta, e quando chiedemmo qualche informazione in più sulla “pista palestinese”, ci disse: “Avete presente la faccenda Pifano?”. La conoscevo molto bene, perché quando fu arrestato Pifano era fidanzato con la figlia di un mio vicino di casa, un anziano signore imparentato con il segretario del PCI, Berlinguer, che quando ero adolescente mi aveva insegnato a giocare a scacchi. Pifano fu arrestat,o assieme ad altri due romani, mentre trasportava due missili terra-aria, i SAM-7, quelli che i palestinesi più volte avevano usato per abbattere o cercare di abbattere aerei della El-Al. La loro linea difensiva fu chiara: questi missili non sono per noi, ma stiamo solo facendo un favore ai palestinesi, non c’è niente di illegale in quello che stiamo facendo perché i palestinesi sono autorizzati dal governo italiano a far transitare i loro materiali, anche le armi, sul territorio italiano.
Attentato a FiumicinoCossiga ci ricordò che l’accordo a cui faceva riferimento Pifano era un accordo informale di cui lui, nè come ministro dell’interno, nè come primo ministro, nè come presidente della repubblica aveva mai trovato una versione scritta, ufficiale. Ma era risaputo che si trattava d’un accordo raggiunto nel 1974 da Aldo Moro, subito dopo l’attentato palestinese all’aeroporto di Fiumicino del 15 dicembre 1973 in cui si contarono 32 morti e 15 feriti. In base a quell’accordo l’Italia avrebbe lasciato libertà di passaggio ai palestinesi; in cambio, i palestinesi s’impegnavano a non fare altri attentati in Italia, a non dirottare aerei italiani, a non colpire cittadini italiani all’estero. Inoltre, l’Italia s’impegnava ad impedire che i servizi segreti israeliani continuassero a compiere “omicidi mirati” di palestinesi sul suolo italiano.
Stavolta avevamo capito meglio i pensieri di Cossiga. Se non altro perché, in effetti, a Bologna non era mai stato trovato nè un timer nè traccia d’alcun innesco, e l’ipotesi dell’esplosione accidentale non fu mai scartata dagli esperti di esplosivi, ma solo dai giudici, che cercavano a tutti i costi un “movente politico”.
Tutto sommato poteva aver ragione Cossiga: durante un altro trasporto d’armi, i palestinesi avevano avuto un incidente, come tutto sommato lo avevano avuto pochi mesi prima, quando con la vicenda dei SAM-7 erano state arrestate…