da “I Siciliani” di Claudio Fava e Michele Gambino

Ninni Cassara'“Nel 1980, il questore di Palermo (Vincenzo Immordino, ndr), uno dei più qualificati collaboratori dell’antimafia, segnalò tempestivamente a chi avrebbe dovuto adottare gli opportuni provvedimenti che un funzionario della questura era venuto meno ai suoi precisi doveri, e che, fra l’altro, aveva dichiarato di non aver fiducia nella magistratura di Palermo” (…).
“Inaudito a dirsi, due anni dopo, lo stesso funzionario è stato chiamato a ricoprire uno dei ruoli più delicati presso l’Alto Commissariato per la lotta contro la mafia, con il risultato che oggi, dopo l’arresto di Ciancimino, tutto è ovattato nel più assurdo silenzio, come se su tutto e su tutti gravasse una sorta di “smog morale” del quale non è prudente smuovere nemmeno le ceneri. (…)”
“In un’interrogazione presentata al senato del comunista Sergio Flamigni, ex autorevole componente della Commissione Antimafia, si legge che un sottufficiale dell’Antidroga aveva consegnato ai suoi superiori un rapporto-denuncia contro don Tano Badalamenti, il grande boss di Cinisi, dall’F.B.I. ritenuto il più grande trafficante di stupefacenti di questi ultimi vent’anni. La denuncia riguardava i colossali investimenti fatti in Spagna dal Badalamenti che aveva riciclato oltre duemila miliardi in palazzi e ville sulla Costa Brava e in un insediamento turistico ad Alicante. Nel rapporto, oltre al figlio di don Tano, figurano come collusi o complici alcuni funzionari della Criminalpol, il vicesegretario di un partito al potere ed un ministro il cui nome compare nei famigerati elenchi della P2 di Gelli”. Sono alcuni passi estratti dalle pagine del libro di Michele Pantaleone, “Mafia: pentiti?”, edito dalla Cappelli, in libreria in questi giorni.
Su almeno uno dei nomi contenuti nel rapporto dell’ Antidroga – a proposito di presunti collusi o complici di Badalamenti – non esistono dubbi: si tratta dell’attuale capo di gabinetto dell’Alto Commissario, Bruno Contrada, all’epoca dei fatti dirigente della Criminalpol palermitana. Ed è sempre Contrada, il funzionario accusato dall’allora questore Immordino di essere “venuto meno ai suoi precisi doveri”. Lo stesso personaggio, infine, che ritroviamo fra i “soldati” arruolati lo scorso anno da Cassina nelle file del Santo Sepolcro: in compagnia dell’attuale capo della squadra mobile Salerno e dell’ex questore Montesano.
Con questi uomini lo Stato promette di sferrare il suo definitivo attacco alla mafia. E merita a questo punto anche di essere raccontato il dopo Cassarà, ovvero ciò che resta delle parole, degli intenti, delle sfide, quando il funerale è finito, e le luci dei riflettori si spengono su Palermo.
Pochi giorni dopo il delitto di via della Crocerossa arrivano da tutte le questure d’Italia settanta agenti, ma quattro li rispediscono subito indietro perché ci si accorge che sono parenti di pregiudicati palermitani. Il Presidente del Consiglio Craxi, intanto, annuncia il trasferimento nel capoluogo siciliano di altri ottocento uomini. In realtà ne arrivano solo quattrocento, fra poliziotti e carabinieri: un centinaio vengono richiamati nei due mesi successivi, e il numero sembra destinato ad assottigliarsi col passare del tempo.
Coronas incontra i poliziotti palermitani e spiega che qualcosa si farà senza dubbio, ma che i carabinieri e la finanza non se la passano meglio, e che comunque sono state destinate a Palermo tre auto blindate (il Siulp ne aveva chieste almeno dieci). In dotazione la questura conserva cinquanta auto-civetta, “ma la metà sono sempre in riparazione, e per cambiare una candela la trafila burocratica dura settimane” ci spiega un giovane sottufficiale.
Su cinquemila poliziotti in organico a Palermo, un terzo è impegnato in servizi di scorta. “Per molti – assessori regionali, presidenti di enti, etc. – quella scorta è soprattutto uno status symbol : di mattina a sirene spiegate per andare a Palazzo dei Normanni, di pomeriggio li incontri da soli, a piedi, in via Roma”, aggiungono al Siulp. “In realtà il problema degli organici è un problema di fondo, in Italia: trentamila posti non occupati per mancanza di uomini. A Palermo, naturalmente, tutto diventa più drammatico”.
Intanto, il ministero ha accolto quasi tutte le domande di trasferimento firmate dai poliziotti palermitani dopo la morte di Cassarà ed Antiochia. Dimostrando in alcuni casi uno zelo eccessivo. Quattro o cinque agenti avevano chiesto di essere mandati in “missione temporanea” altrove per due mesi: alla scadenza sono stati trasferiti definitivamente.

Ninni stava indagando sui soldi di Cassina.

Il funzionario ha l’aria sfatta di chi per prudenza non dorme in casa da un paio di mesi. Parla piano, fissando un punto davanti a sé, sulla scrivania. Niente nomi, naturalmente: “L’omicidio Cassarà è un grande pozzo nero, dentro il quale nessuno vuole andare a guardare. Il motivo c’è: Ninni stava indagando su uno degli “intoccabili” di Palermo; ed era anche convinto che, tra le alte sfere della questura e dell’Alto Commissariato, ci fosse chi controllava da vicino le sue mosse. Per questo Ninni aveva paura”.
Una voce tra mille altre, che il cronista diligentemente appunta. Mai come oggi Palermo è stata tanto impaurita ed insieme tanto loquace: parlano tutti, al bar, nelle stanze della questura, lungo i corridoi del tribunale. Segno di confusione, forse, ma anche di desiderio di catarsi, di pulizia. Orientarsi verso la verità è difficile, ma non impossibile. A poco a poco la trama diventa nitida, e si può tentare di ricomporla sulla carta.
Punto primo. Ninni Cassarà, poco prima di essere ucciso, era stato a più riprese in Svizzera; per collaborare alle indagini della polizia elvetica su alcune ipotesi di riciclaggio di denaro sporco, ma anche per indagare sulle operazioni finanziarie effettuate in quel paese dal più potente degli imprenditori palermitani, Arturo Cassina. Un’inchiesta che andava avanti ormai da quattro mesi e della quale, negli ambienti imprenditoriali di Palermo, si cominciava cautamente a parlare. Se non altro perché nella categoria degli intoccabili palermitani Cassina è sempre stato, fino ad oggi, ai primissimi posti.
La relazione di minoranza della penultima Commissione Antimafia gli dedicava un intero capitolo sotto un titolo inequivocabile: “Cassina e il sistema di potere mafioso a Palermo”. Storie ormai dimenticate che si incrociano con nuove vicende giudiziarie: nel capitolo della requisitoria del maxiprocesso dedicato alle “contiguità” tra mafia armata e settori del mondo politico ed imprenditoriale, il nome di Cassina compare infatti più di una volta, con precisi riferimenti ai suoi rapporti col mafioso Carmelo Colletti.
È probabile insomma che Cassarà, in vista del processo di gennaio, cercasse di andare oltre quei “riferimenti penalmente non rilevanti” contenuti nella requisitoria di Pajno: aveva una pista precisa che portava alla famiglia Cassina, una pista che passava anche per alcuni istituti di credito svizzeri. E Ninni Cassarà aveva iniziato a seguirla secondo il suo stile: metodicamente e silenziosamente.
Punto secondo. Cassina è un personaggio la cui ascesa finanziaria è stata scandita da pesanti sospetti e da inquietanti vicende giudiziarie; eppure tutto questo non gli ha impedito di stringere una fitta trama di alleanze, amicizie e frequentazioni con esponenti del mondo politico e giudiziario: Anche con chi, istituzionalmente, dovrebbe coordinare ogni giorno – in questura, al palazzo di giustizia, presso l’Alto Commissariato – la lotta alla mafia.
Mai come in questo caso i fatti parlano chiaro. Arturo Cassina è infatti il più fervente animatore – col sontuoso titolo di “Cavaliere di Gran Croce” – dell’Ordine del Santo Sepolcro, una istituzione apparentemente anacronistica creata novecento anni fa con l’unico scopo di “difendere il Sepolcro di Cristo” e strettamente collegata nei secoli successivi (come spiega Alberto Cecchi nella sua “Storia della P2”) alla massoneria del rito scozzese, la setta massonica più potente e più torbida.
In Sicilia, il Santo Sepolcro ha ricevuto lustro negli ultimi anni accogliendo nelle proprie file alcuni fra i personaggi più significativi della società palermitana. E ancora oggi i nuovi “soldati” dell’Ordine vengono nominati nel corso di solenni cerimonie che si svolgono nel duomo di Monreale, con tanto di chierichetti, inni sacri, prelati in cotta e fumi d’incenso: i nuovi adepti ricevono dal Patriarca di turno tre colpi di spada sulla spalla, pronunciano la formuletta del giuramento e si portano a casa una serie di accessori tra cui spada, mantello, feluca e speroni.
Un sofisticato ed esclusivo club, anacronistico soltanto in apparenza. Perché in realtà, al di là dell’aspetto coreografico di queste cerimonie d’investitura, l’Ordine del Santo Sepolcro altro non è che un utile punto d’incontro di interessi convergenti. Insomma una sorta di piccola loggia, molto selezionata ed estremamente potente: non a caso vi sono confluiti negli ultimi anni personaggi come il piduista democristiano Vincenzo Carollo (secondo la Procura di Palermo è uno dei politici sui quali la mafia fa abitualmente confluire i suoi voti) o come il colonnello Serafino Licata, coinvolto lo scorso anno nel blitz della magistratura di Torino contro la mafia catanese.
Intuibile il motivo per cui un uomo d’affari pragmatico ed efficientista come Arturo Cassina si impegni così attivamente per “rilanciare” in Sicilia i fasti del Santo Sepolcro. Ed è un motivo perfettamente logico soprattutto se si scorre l’elenco dei personaggi che, negli ultimi anni, l’imprenditore palermitano è riuscito ad irretire in quest’Ordine misticheggiante. Oggi, infatti, sono cavalieri del Santo Sepolcro il capo di gabinetto dell’Alto Commissariato per la lotta alla mafia Bruno Contrada, l’attuale capo della squadra mobile di Palermo Giacomo Salerno e l’ex-questore Giuseppe Montesano (trasferito a Brescia di recente).
I tre funzionari di polizia sono confluiti nella nobile associazione meno di due anni fa, nella medesima seduta di investitura in cui prestarono giuramento – e citiamo solo alcuni fra i nuovi “soldati” – il colonnello Serafino Licata, il suo parigrado Andrea Castellano, il tenente colonnello Giovanni Ferraro (che comanda il gruppo dei carabinieri di Palermo 1), il generale Giuseppe Rizzo, il questore Nicolò Samperisi e il colonnello Natale Viola. Ma se per Cassina è certamente utile stringere rapporti con uomini tanto influenti, è più difficile capire perché tutti questi personaggi trovino opportuno, in una città come Palermo, giurare fedeltà al Santo Sepolcro di Cristo in compagnia di un imprenditore il cui nome ricorre tanto frequentemente nelle vicende di mafia degli ultimi trent’anni di storia siciliana.
Sono i misteri di Palermo. Ed è un mistero (o, se preferite, una strana, inquietante coincidenza) il riproporsi, a distanza di anni, degli stessi scenari. Nel 1979 la trama della P2, ancora inesplosa, avvolge anche la Sicilia. A Palermo c’è Michele Sindona (“trait d’union” fra P2 e mafia) e ai vertici della questura – questore e vicequestore – siedono due piduisti, Nicolicchia e Impallomeni. C’è anche un poliziotto che indaga su Sindona: si chiama Boris Giuliano, dirige la squadra mobile e lo ammazzano con tre pallottole in testa una mattina di luglio, nel bar sotto casa. Sei anni dopo la P2 è al bando ma esiste ancora – è un dato di fatto – un contesto simile (l’Ordine del Santo Sepolcro) che unisce un imprenditore inquisito, Arturo Cassina, ad un questore e a due alti funzionari di polizia. C’è anche un poliziotto che indaga su Cassina: si chiama Ninni Cassarà, dirige la sezione investigativa e lo ammazzano a raffiche di mitra una mattina d’agosto sotto casa.
Un altro dato di fatto è la diffidenza che Cassarà, indagando su Cassina, opponeva all’insistenza con cui qualche collega cercava di seguire il suo lavoro e di ottenere le sue confidenze. E forse proprio in questo clima possono trovare la giusta chiave di lettura una lunga serie di omissioni, ritardi, inerzie accumulate nelle prime indagini di polizia giudiziaria sugli omicidi del vicequestore Ninni Cassarà e dell’agente Roberto Antiochia.
Vista aerea di PalermoQuelle che seguono alla morte dei due poliziotti sono ore convulse, drammatiche, scandite soprattutto dalla collera dei loro colleghi. Una collera autentica, generosa: ma solo in parte. “Qualcuno può aver soffiato sul fuoco, esasperato gli animi, messo gli uni contro gli altri – ci spiega un sottufficiale della mobile, amico di Ninni Cassarà -. In quel momento, acuire nei poliziotti siciliani il loro senso di solitudine, l’amarezza e lo sgomento, serviva anche a paralizzare la fase più delicata delle indagini.”
Rabbia e solitudine inducono, in quei giorni, più di cinquanta poliziotti a presentare regolare domanda di trasferimento da Palermo. E probabilmente è solo un gesto di collera che induce un funzionario della mobile, collega di Cassarà, a rifiutarsi di perquisire l’ufficio del commissario assassinato. Reazione emotiva comprensibile (“Io non perquisisco la stanza di un amico ammazzato dai mafiosi…”) ma certamente impulsiva: perché cinque giorni dopo la morte di Cassarà. qualcun altro – all’insaputa di tutti – ripulirà armadi e cassetti nella sua stanza. E non certo su incarico dei magistrati inquirenti.
Dopo quelle duecentosettanta pallottole di kalashnikov in via della Crocerossa, molti si fanno più prudenti; ma in alcune circostanze, la cautela viene imposta dall’alto. C’è un appartamento sfitto nel condominio abitato dalla famiglia Cassarà: “ufficialmente” era disabitato proprio nei giorni dell’agguato, ma gli investigatori se ne accorgeranno solo un paio di mesi più tardi. Tempi stranamente lunghi anche nei primi rilievi peritali: i magistrati li dispongono tempestivamente, ma gli investigatori li diluiscono inspiegabilmente nell’arco di alcune settimane. Le impronte nel palazzo da cui i killer aprirono il fuoco contro Cassarà e la sua scorta, ad esempio, verranno rilevate solo diciotto giorni dopo l’agguato.
Si ha l’impressione che, anche dopo la morte, Cassarà resti un poliziotto scomodo: persino per qualche collega. Un poliziotto soprattutto abile: “Prima di lui c’era un vuoto investigativo – spiega l’ispettore Carmine Mancuso, figlio del maresciallo Lenin Mancuso, assassinato sei anni fa dalla mafia insieme al giudice Cesare Terranova -. Certo, si lavorava sodo, ma gli organici dalla mafia che eravamo riusciti a ricostruire erano fermi alla fine degli anni sessanta, alla strage di Ciaculli. Dopo quell’episodio, fra le vecchie e nuove Famiglie molti equilibri erano stati ridisegnati; in questura, invece, eravamo ancora a Luciano Liggio…”
Cassarà ricomincia da capo, individua i casi più delicati, ascolta tutti i pentiti, diventa il più stretto collaboratore del giudice Falcone. In tre anni memorizza migliaia di dati, nomi, fatti, circostanze: un archivio vivente. Un postulato gli premeva soprattutto capovolgere, il concetto di “contiguità”: politici corrotti e mafiosi su piani paralleli ma differenti. Più che di parallelismi, Cassarà preferiva parlare di convergenze, e su questa traccia lavorava da tempo, cercando conferme, prove reali, certezze probatorie; e i primi risultati – Nino e Ignazio Salvo in manette accusati di associazione a delinquere di stampo mafioso – erano arrivati.
Questa precisa ipotesi di lavoro era una delle poche cose che, in questura, i colleghi conoscevano del suo lavoro. Un solitario, forse, ma anche un uomo lucidamente, razionalmente sospettoso: e l’ultima confidenza che regalò ad un collega non siciliano, il giorno prima di essere ammazzato, fu proprio la sua sensazione di pericolo: “C’è un funzionario che mi ha fatto molte domande in questi giorni: troppe offerte di collaborazione, di disinteressata amicizia. Non mi fido: ho paura che mi vogliano fare la pelle…”.
E arriviamo alla “talpa”. Natale Mondo è in galera, accusato – tra l’altro – di essere coinvolto con alcuni esponenti mafiosi in un traffico di stupefacenti. Era l’autista di Cassarà, guardia del corpo del funzionario e del giudice Falcone in più occasioni, e quel pomeriggio in via della Crocerossa fu l’unico a rimanere miracolosamente illeso. È lui, allora, l’infiltrato della mafia? L’uomo che il 5 agosto tradì Cassarà? In questura nessuno ne è veramente convinto, e non solo per l’amicizia che legava Natale Mondo al suo superiore (lavoravano insieme da diversi anni). In effetti, nella presunzione d’innocenza del giovane poliziotto palermitano c’è qualcos’altro:
“Le Famiglie mafiose hanno i loro uomini infiltrati in questura da molti anni. Quella di Natale Mondo, colpevole o meno, è comunque un’ipotesi riduttiva: anche se potrebbe fare comodo a qualcuno per chiudere definitivamente il caso Cassarà. Ma le vere talpe non sono certamente semplici agenti di scorta…”. Il funzionario della mobile non aggiunge altro. Ci prega semplicemente di rispettare il suo anonimato; poi, pacatamente, comincia a dipanare gli ultimi tragici anni di piombo palermitani.
Storie note, definitivamente acquisite alla cronaca, ma sullo sfondo c’è sempre – o almeno si intuisce – la presenza di una “talpa”. O meglio, di un nucleo organicamente collegato alla mafia e utilizzato all’interno della questura come micidiale grimaldello. Il nostro interlocutore la definisce senza mezzi termini un’autentica “cellula mafiosa” la cui prima apparizione risale all’assassinio del capo della squadra mobile Boris Giuliano.
Anche Giuliano è un solitario, come Ninni Cassarà. Ed è anche lui dotato di un infallibile intuito: il ruolo del riciclaggio delle narcolire, la complicità di Sindona, le nuove rotte dell’eroina. Boris Giuliano faceva indagini un po’ anomale, diluite nel tempo, non codificabili; ogni tanto chiedeva un estratto conto da una banca e vi lavorava sopra meticolosamente per settimane. Se aveva una pista, per gli altri era difficile capire quale pista fosse. Fino al giorno della sua morte. Ed anche in quell’occasione, gli archivi del suo ufficio furono frettolosamente e silenziosamente ripuliti; poco o nulla, di quel materiale, arrivò nelle mani dei magistrati.
La certezza dell’esistenza di una talpa prese corpo in quei giorni. Una consapevolezza che si tradusse subito in prudenza; l’anno successivo, la retata che avrebbe portato in carcere quasi duecento mafiosi demolendo l’organizzazione criminale degli Spatola e degli Inzerillo, fu condotta con incredibili precauzioni: il questore Immordino la sera prima spostò tutti gli uomini a sua disposizione nei locali della Celere, ordinò che venissero staccati tutti i telefoni e fece dare false indicazioni sull’operazione da eseguire. All’alba, dieci minuti prima di entrare in azione, furono comunicati i veri obiettivi: quella volta quasi nessuno riuscì a sfuggire alla retata. Quattro mesi dopo la mafia si vendicò assassinando il Procuratore Costa che aveva firmato quegli ordini di cattura.
Poi, nell’estate 1983, il mafioso Sinagra vuota il sacco, e i sospetti si rivelano assolutamente fondati. In questura ci sono tre uomini che fanno il doppio gioco, spiega ai magistrati. E fa i nomi di due sottufficiali, Vittorio Cacciatore e Giovanni Mazziotta. Del terzo dice semplicemente che è un funzionario della squadra mobile: ma lui, il nome, non lo ricorda. I primi due vengono immediatamente sospesi dal servizio, del terzo nessuna traccia. Ne torna a parlare un paio di mesi più tardi il libanese Ghassan: un commissario, forse uno della narcotici, lavora per conto dei Greco: Promette altre rivelazioni, poi qualcuno gli fa capire che è meglio stare zitto, e al processo Ghassan accusa un’improvvisa e definitiva amnesia.
Fino a Beppe Montana. Una settimana prima di morire, guida i suoi uomini in un covo mafioso a Buonfornello. Otto li becca – gente di medio e alto calibro del clan dei Greco – ma “Scarpuzzedda”, al secolo Pino Greco, il più sanguinario killer della mafia palermitana, non c’è. Al suo posto, una tazzina fumante di caffè: “è per lei, commissario”, spiega una donna porgendola a Montana. Pochi giorni dopo, sul molo di Porticello, Beppe Montana viene abbattuto a colpi di Magnum; anche quella sera – come a Buonfornello – qualcuno lo aspettava.
Delle indagini viene incaricato un altro ufficio, ma Cassarà – in silenzio, caparbiamente – vuole sapere chi ha ammazzato il suo amico. Gli restano dieci giorni di vita, e probabilmente li spende bene. Tre kalashnikov dalle finestre del palazzo di fronte, quasi trecento pallottole, una micidiale puntualità nel rispettare tutti i tempi dell’agguato. Una professionalità agghiacciante, eccessiva perfino per i killer dei Greco. Ma il funzionario scuote la testa e commenta asciutto: “E chi ha detto che c’entri solo la mafia?”.