Andrea Aska VaracalliCome hai iniziato in questo settore?
Ho cominciato come fotografo in Italia poi mi sono trasferito in Irlanda del Nord dove ho lavorato come fotoreporter per 15 anni. Di recente ho lavorato con organizzazioni istituzionali.

Quali sono le fonti della tua ispirazione?
Sono cresciuto con i film di Michelangelo Antonioni, Pier Paolo Pasolini, Elio Petri ed il loro modo di narrare le storie attraverso le immagini. Dal punto di vista fotografico devo a loro il gusto per il dettaglio delle immagini analogiche in cui l’attenzione non è centrata solamente sul soggetto, ma soprattutto linea narrativa nella quale il soggetto si muove e agisce. Le donne di Antonioni, ad esempio, sono furie silenti che abitano in un paesaggio cerebrale della desolazione maschile e in totale assenza emozionale. Non sono dive, in quanto raramente ricercate, ma ancora, la loro bellezza è monumentale. Il cinema (ed i fumetti) contemporaneo giapponese è un’altra fonte per me forte di ispirazione. Da Tetsuo di Shinya Tsukamoto deriva l’idea delle serie Bioprosthesis: un impianto meccanico che piuttosto diminuire la bellezza, aggiunge un’unica sensualità al corpo femminile. Ultimo, ma non per ultimo, la mia quindicennale esperienza come fotoreporter durante i Troubles nordirlandesi: familiarità visiva con le armi, la violenza di strada e l’adrenalina. Il risultato di tutto questo è il mio lavoro attuale.

Ci sono dei trucchi e informazioni che vuoi dare agli aspiranti professionisti?
Io direi di andare avanti, sempre. Il resto non importa, solo fiducia nella propria visione delle cose e cogliere qualsiasi possibilità di migliorare le vostre abilità tecniche. Personalmente credo nella disciplina del non fermarsi mai, restare sempre vigili, e di nutrire la mia immaginazione con nuovi virus senza cadere nella trappola del conformismo in cui si sviluppa la vasta produzione standardizzata. Provocare attraverso una singola immagine raccontando una storia. Questo e’ il detonatore di un’istantanea nel dibattitto dell’arte e sulla sua funzione sociale.

Quali suggerimenti hai per le modelle che si preparano per un set fotografico?
Prima di tutto raccomando di cercare quante maggiori informazioni possibili sul fotografo con cui andranno a lavorare. Penso sia necessario non solo conoscere lo stile del fotografo ma anche essere consci delle sue richieste. Nel mio caso, ad esempio, sono estremamente chiaro fin dall’inizio che il servizio fotografico non è come una passeggiata nel parco: potrebbe essere una sessione esterna in condizioni metereoplogiche dure (molto freddo o ventoso come capita spesso da questa parti, Northern Ireland ndr), oppure la posa che vorrei ottenere potrebbe essere fisicamente difficile da eseguire. Se accettano queste condizioni mi aspetto da loro di dare il meglio che possono.

Quale pensi sia la chiave affinché una fotografia possa risaltare?
Credo nell’equilibrio tra il concetto con lo scatto (l’immagine mentale) e l’attrezzatura che hai a disposizione per la sua realizzazione sia la chiave per un buon lavoro. Sarà quindi cruciale il bagaglio culturale del fotografo, come influenza la scelta della location per esempio; oppure il design, e quindi la scelta dell’illuminazione. Le caratteristiche plastiche generali della fotografia poi: cinema, teatro, architettura e moda. Tutto contribuisce all’ispirazione. La contaminazione tra una concreta visione allucinatoria prima dell’esecuzione. Questo è ciò che crea una visione diversa dalla realtà rispetto alla sua semplice riproduzione.

Quali sono i tuoi piani per il 2009?
Sto lavorando su differenti progetti. Tavole denominate Goya’s Noir e Traffic sono forse le verosimilmente indicate a raggiungere lo sviluppo in produzioni a lungo termine. Goya’s Noir vuole descrivere un manicomio della normalità nella società contemporanea. Il secondo progetto, Traffic, invece, è una realizzazione completamente effettuata all’esterno finalizzato a narrare lo sviluppo metropolitano post-conflitto di Belfast.

Perché hai accettato il nostro invito a comparire sulla rivista Urban Mainstream?
Perché ho apprezzato il modo franco di vedere, analizzare e raccontare la società contemporanea.

Le foto di Andrea Aska Varacalli su Les Enfants Terribles