Valerio Marchi

Assistere al derby da casa, davanti al televisore, induce in chi frequenta o ha frequentato con passione una curva un sottile senso di colpa. Non essere lì a sgolarsi, a sventolare bandiere, a partecipare alle coreografie, a dannarsi e a soffrire insieme alla squadra ti fa sentire inutile, un misero tesserino del vasto e anomico popolo di Sky Tv. Questo vale non soltanto per il derby romano, ma per tutte le tifoserie e per tutti i match dei nostri campionati e coppe. La dimensione televisiva ti priva di quel senso di protagonismo che soltanto lo stadio, e in particolare la curva, ti regala. Te ne stai lì, davanti allo schermo, a trepidare inutilmente. Gli echi delle tue urla sono destinati a spegnersi nella stanza, senza unirsi a quelli altre decine di migliaia di voci che a pochi o a centinaia di chilometri di distanza galvanizzano i propri ragazzi e annichiliscono gli avversari.

Il peso della colpa è tale da spingere molti ai pietosi palliativi delle visioni di gruppo – nei pub, nei ristoranti, sul maxischermo in piazza – attraverso cui esorcizzare il rimorso in un tripudio di anacronistici e inutili atteggiamenti curvaroli: le bandiere, le sciarpe e le maglie coi colori sociali, l’incitamento a gola spiegata, addirittura i cori e gli slogan. La verità è che, ovunque si sia, davanti al televisore si soffre due volte: per quel che avviene in campo – o meglio per quel che la regia televisiva decide di farti vedere – e per quel sentirti un vile, un traditore, un disertore. Perché le partite guardate in televisione non contano, non fanno classifica. Questo libro nasce dallo stato d’animo con cui ho seguito dalla televisione l’incontro Lazio-Roma del 21 marzo 2004, appunto “il derby del bambino morto”.

Il mio ultimo abbonamento in Sud risale ormai al lontano 1996-97. Da allora le volte che sono andato all’Olimpico si contano sulla punta delle dita (ricordo un Roma-Milan soprattutto per un ininterrotto tormentone di circa 40 minuti contro il portiere Rossi, il primo e doveroso Roma-Liverpool, poco altro). Così, anche domenica 21 marzo placo l’ansia da televisore innervandomi ai cellulari di chi invece c’è. Mi giungono notizie che contrastano con la presunta tranquillità con cui Sky parlerà del pre-partita. Gli amici mi raccontano di un paio di contatti con i cuginetti, ma soprattutto delle cariche che si allargano dalla Sud fino a ponte Duca d’Aosta, dei pericolosi caroselli motorizzati e della “cattiveria genovese” della guardia di finanza. L’ultima telefonata è prima delle 20: le notizie non sono buone, gli scontri si sono spostati nell’antistadio della Sud e sembrano crescere d’intensità, il fumo dei lacrimogeni già invade parti della curva.

Attendo impaziente fino alle 20,24, quando il monoscopio di Sky lascia finalmente il posto alle telecronaca, per saperne di più: i saluti, le prime banalità retoriche, le formazioni, le coreografie, l’ingresso in campo delle squadre. Sugli incidenti, niente. Solo un accenno minimizzante ai “soliti, piccoli tafferugli”, gli stessi termini che utilizzerà il questore di Roma, Nicola Cavaliere, a partita già interrotta. Inizia il gioco e le poche inquadrature della curva mi suggeriscono che non tutto procede per il meglio, il movimento convulso intorno ai boccaporti mi fa temere che sta avvenendo qualcosa di brutto a ridosso della curva, ma dalla telecronaca nulla traspare.

Segue l’intervallo e, alla ripresa del gioco, i commentatori di Sky non possono infine non notare e riferire la scomparsa degli striscioni prima in Sud e successivamente in Nord, in Tevere, in parte della Monte Mario. Né possono ignorare i cori contro le forze di polizia e per la sospensione della partita, sempre più alti e sempre più condivisi dall’intero stadio. Provo a richiamare i soliti amici ma i cellulari non hanno campo, un gigantesco ingorgo telefonico blocca ogni possibilità di comunicazione con l’Olimpico. Vorrei infilarmi in un paio di scarpe e correre lì a fare una qualsiasi cosa di una qualsiasi natura, nemmeno io so bene cosa, ma quel po’ di razionalità ancora in funzione mi inchioda davanti al televisore. La prima reazione all’intero spettacolo è di pura arroganza intellettuale: come ho già scritto non serve mica aver letto i saggi di Jan Harold Brunvand o di Cesare Bermani per riconoscere la natura della voce sulla morte del bambino. Sin dagli inizi, e ancor più nei fatti successivi, si manifestano in forme evidenti le caratteristiche dei boatos, delle voci incontrollate che si diffondono oralmente – una sorta di telegrafo senza fili – e che nella storia hanno abbondantemente manifestato le proprie potenzialità persuasorie.

L’idea originaria del libro nasce dunque dalla “fortuna” di poter trattare un così eclatante caso di boato sviluppatosi in un contesto socialmente e strutturalmente chiuso e in un lasso di tempo particolarmente ristretto. I carichi di ansia sociale, l’assegnazione del ruolo di capro espiatorio, le valenze che in questi casi assumono i tentativi di smentita, la distorsione degli avvenimenti anche oltre ogni evidenza: “il derby del bambino morto” si presentava, fin dal titolo, come una storia degna delle leggende metropolitane raccolte, tra gli altri, anche da questi due grandi etno-antropologi. La seconda reazione è stata di consapevolezza: quel che stava avvenendo – ed è avvenuto in seguito – attorno alla vicenda del derby interrotto, dalle cronache falsificate del pre-partita alle strategie di piazza dopo la sospensione, dalle accuse di complotto alla successiva ondata repressiva, dimostrava come l’intera vicenda travalicasse i confini del Grande raccordo anulare per porsi come risultato esemplare delle politiche di ordine pubblico perseguite negli stadi in questi ultimi trenta anni e, più in generale, della crisi generale del sistema-calcio.

La terza e ultima reazione è stata infine di fierezza: la presa di posizione del pubblico – “non si gioca di fronte alla morte” – mi è sembrata e continua a sembrarmi l’ennesima conferma di come nelle curve e nelle altre gradinate risieda l’ormai unica componente del sistema-calcio ancora dotata di senso etico e morale. Quel che sentivo condannare in ogni forma e tipologia mi sembrava – e mi sembra tuttora – la prima risposta valida ed efficace alle consuete litanie dello “show must go on” e dei “motivi di ordine pubblico” che impongono di giocare a ogni costo. La valanga di fango che istituzioni e mass media stavano gettando sugli ultras e, in cerchi concentrici, sul popolo di curva e su quello dell’intero Olimpico, considerati e definiti nel peggiore dei casi come degli untori e nel migliore come dei poveri creduloni, mi offendeva come credo offenda chiunque abbia messo piede in un stadio di calcio.

Mi sono tornate in mente tutte le occasioni in cui non si sarebbe dovuto giocare e invece niente, avanti tutta per le consuete e radicate ragioni, e il libro che avevo in mente ha così assunto toni e accenti che pur mantenendo la dovuta e auspicabile “scientificità” riuscissero anche a rendere giustizia a tutti coloro che quella sera hanno reclamato la sospensione del gioco, compresi i tre ragazzi che con innocente inconsapevolezza hanno voluto a ogni costo comunicare i sentimenti della curva ai propri idoli. Ci sarà un processo, meritano di essere assolti. Ma intanto, in questa nostra “era del daspo”, pagheranno il loro gesto con una lunga rinuncia allo stadio.

Sospensione del derby Lazio-Roma